Domande sul numero degli atei

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Re: Domande sul numero degli atei

Messaggio Da Luigi di Francesco il Gio 19 Ago - 19:02

mi domando spesso quanti sono gli atei quanti i credenti.
A parte quelli che dubitano, quanti fingono di credere?
Se gli atei sono solo quelli che dicono di essere tali , perchè siamo apparentemente così pochi?
E' forse vero che per un "errore di programmazione" siamo Darwinianamente predisposti alla fede?
E se è così perchè esistono gli atei?
Perchè sono così pochi quelli che si chiedono che senso ha credere?
LdF

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Re: Domande sul numero degli atei

Messaggio Da Be.Human il Gio 19 Ago - 20:02

si stima (e non ti sò dire con certezza) che al mondo ci siano poco più di un miliardo di atei/non credenti/agnostici, ovvero un sesto della popolazione mondiale
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Re: Domande sul numero degli atei

Messaggio Da Rasputin il Gio 19 Ago - 20:39

Luigi di Francesco ha scritto:mi domando spesso quanti sono gli atei quanti i credenti.
A parte quelli che dubitano, quanti fingono di credere?
Se gli atei sono solo quelli che dicono di essere tali , perchè siamo apparentemente così pochi?
E' forse vero che per un "errore di programmazione" siamo Darwinianamente predisposti alla fede?
E se è così perchè esistono gli atei?
Perchè sono così pochi quelli che si chiedono che senso ha credere?
LdF

Alla domanda 3 rispondo no.

Alla domanda 5 rispondo, è dovuto alla mancanza di senso critico a sua volta dovuta ad un'educazione fideistica fin dall'infanzia.

Benvenuto, e adesso fila a presentarti nell'apposito thread, qui:

http://atei.forumitalian.com/presentazioni-proposte-comunicazioni-f4/

wink..

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Re: Domande sul numero degli atei

Messaggio Da Gian dei Brughi il Ven 20 Ago - 8:42

Ludwig von Drake ha scritto:
Luigi di Francesco ha scritto:E' forse vero che per un "errore di programmazione" siamo Darwinianamente* predisposti alla fede?
Non esiste una programmazione.

Non ha senso parlare di essere darwinianamente* predisposti a qualcosa.
Sicuramente non esiste da parte dell'evoluzione un piano teleologico finalizzato alla creduloneria.
Ma è possibile che la creduloneria sia frutto di un processo adattativo con base evolutiva.
Spiegandomi meglio può essere che in tempi passati (e perché no pure adesso) essere credenti e asservirsi ad una idea su base fideistica porti dei vantaggi. Ovverio permetta a chi crede di sopravvivere di più e quindi riprodursi di più (in soldoni).
Esempio banale, credere in una divinità che protegge il clan o la tribù, in tempi remoti potrebbe aver aiutato una popolazione rispetto ad un altra nelle faide regionali e quindi averne permesso l'egemonia locale con la scomparsa delle tribù locali.

Oppure po essere il contrario, ovvero che la creduloneria sia un processo secondario e deleterio frutto di un qualche carattere adattativo non finalizzato alla creduloneria.
Una ipotesi ad esempio è che provenga da un cortocircuito prodotto dalla cosiddetta "mente intenzionale" o "teoria della mente".



La materia è fonte di intenso dibattito e ricerca in questo periodo, secondo me la risposta non è univoca, ovvero la creduloneria potrebbe essere deleteria in alcune circostanze e favorevole in altre.
Sicuramente è un fenomeno naturale, questo si.

Luigi se ti interessa e ti va di approfondire propongo di leggere questi tre recentissimi articoli apparsi in Religion proprio a proposito della religione come fenomeno naturale e del determinismo religioso da te proposto in questo interessante thread. Il primo articolo affronta la questione in primis e gli altri due sono delle risposte alle posizioni offerte:



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Re: Domande sul numero degli atei

Messaggio Da Gian dei Brughi il Ven 20 Ago - 10:31

Ludwig von Drake ha scritto:The relative unnaturalness of atheism: On why Geertz and Marku´ sson are both
right and wrong
Justin L. Barrett*
Institute of Cognitive and Evolutionary Anthropology, Centre for Anthropology & Mind, University of Oxford, 64 Banbury Road, Oxford OX2 6PN, United Kingdom

(…) Conclusion: is atheism natural after all?

Commonly CSR theorists have advanced the idea that atheism is relatively unnatural and theism is relatively natural from a cognitive perspective. That is, ordinary maturationally natural cognitive resources operating in ordinary human environments typically lead to some kind of belief in supernatural agency and perhaps other religious ideas. Very little practiced naturalness is required and little cultural scaffolding is necessary. Supernaturalism falls near a maturationally natural anchor point. In contrast, widespread conscious rejection of the supernatural appears to require either special cultural conditions that upset the function of maturationally natural outputs, cognitive effort, or a good degree of cultural scaffolding to move people away from their maturationally natural anchor-points. This relative unnaturalness may be one reasonwhy some studies find a relationship between atheism and formal education and intelligence. Special cognitive resources or special institutions (such as formal educational institutions) may assist in the maintenance of atheism. Indeed, Geertz and Markusson seem open to this point when they write: ‘The habit of atheism may need more scaffolding to be acquired, and its religious counterpart may need more effort to kick.’ On this we agree, but they continue, ‘.but even so, that does not, ipso facto, make the latter more natural than the former.’ In the sense in which CSR scholars typically use the term ‘natural,’ that does, ipso facto, make the latter more natural than the former.

Please cite this article in press as: Justin L. Barrett, The relative unnaturalness of atheism: On why Geertz and Markusson are both right and wrong, Religion (2009), doi:10.1016/j.religion.2009.11.002

Ovvero, tutto dipende dal modo in cui si utilizza il termine “naturale”. Posta così la questione anche l’amore per l’etno-linguistica può essere considerata “innaturale” ovvero meno naturale del linguaggio che, a sua volta, sarebbe meno naturale del mangiare.

Concordo, pare anche a me che in queste fasi della ricerca scientifica a proposito della religione come fenomeno naturale (branca relativamente recente) vi sia prima di tutto la volontà di cercare termini comuni. Come appunto i tre articoli tentano di fare.
È una necessità altrimenti si capiscono fischi per fiaschi.
L'importante è che si cerchi di analizzare il problema in modo integrato, osservandoli da differnti punti e complementando così informazioni bioevolutive/culturali/antropologiche. Il pericolo spesso è quello di focalizzarsi settorialmente su la componente culturale piuttosto che antropologica.
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