ateo si nasce o ci si diventa?

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ateo si nasce o ci si diventa?

Messaggio Da ros79 il Dom 1 Feb - 15:37

dopo aver letto il post di O'Brian mi è venuta in mente una riflessione che mi pongo spesso,ossia... nasciamo intrinsecamente atei e credenti? è scritto nel dna la predisposizione alla ragione piuttosto che alla fede? d'altronde ciò determina due atteggiamenti drasticamente differenti nella vita di tutti i giorni.
il credente,quello vero, è più incline all'obbedienza(delle sue leggi),l'ateo è più anarchico sapendo di non dover rispondere altro che a se stesso.
oppure, e questo è il quesito da due milioni di dollari che mi pongo spessissimo, è l'ambiente circostante che sin dalla prima infanzia,anche inconsciamente ci condiziona, e quindi...
abbiamo tutti le stesse possibilità o c'è chi è più incline ad essere ateo e chi ad essere credente?
in questo post parlo di atei e di credenti veri.

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Re: ateo si nasce o ci si diventa?

Messaggio Da Godless il Dom 1 Feb - 16:33

L'uomo a mio parere nasce spiritualmente Libero, quindi privo di quelle "sovrastrutture" che andranno poi,negli anni successivi, ad influenzarlo inconsciamente.
Quindi possiamo dire che nasciamo atei incosciamente e siamo poco dopo soggetti, sempre incosciamente, alle tradizioni, all'ambiente nel quale cresciamo e alle suddette "sovrastrutture" che andranno a condizionare la nostra immatura visione della vita in relazione alla religione.

Si diventa atei consciamente (quindi realmente atei) quando ci disfacciamo di quelle "sovrastrutture". L'ateismo è una presa di coscienza.
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Re: ateo si nasce o ci si diventa?

Messaggio Da Libero il Dom 1 Feb - 16:50

Secondo me le esperienze che facciamo ci influenzano moltissimo nelle scelte della nostra vita. Cio non toglie che chi è piu sensibile e curioso verso le cose che lo circondano è meno incline a diventare un credente. Si puo dire cosi credo, "Chi conserva quell' insana curiosità che da bambini ci da la voglia di scoprire il mondo a costo di farsi male".

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Re: ateo si nasce o ci si diventa?

Messaggio Da capricorno il Dom 1 Feb - 17:05

Penso che il cammino evolutivo ci abbia portato una certa tendenza a credere a qualcosa di sovrannaturale, altrimenti non si spiegherebbero le tantissime religioni che sono sorte nel corso degli anni e le varie superstizioni che le accompagnano, per evoluzione non intendo lo sviluppo della mente umana in quanto tale, ma la sua paura di fronte all'ignoto ed alla morte che ci porta al bisogno irrefrenabile di credere a qualcosa. E' chiaro poi che con la ragione si possa avere un altro modo di vedere le cose, ma solo se ci si impegna seriamente a farlo ed avendo il coraggio di rinnegare tutto il castello di credenze che l'uomo si è sempre creato, per questo io credo che si nasca tendenzialmente credenti e che si diventi atei in un momento successivo come mi è capitato personalemente.
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Re: ateo si nasce o ci si diventa?

Messaggio Da ros79 il Dom 1 Feb - 17:32

Godless ha scritto:L'uomo a mio parere nasce spiritualmente Libero, quindi privo di quelle "sovrastrutture" che andranno poi,negli anni successivi, ad influenzarlo inconsciamente.
Quindi possiamo dire che nasciamo atei incosciamente e siamo poco dopo soggetti, sempre incosciamente, alle tradizioni, all'ambiente nel quale cresciamo e alle suddette "sovrastrutture" che andranno a condizionare la nostra immatura visione della vita in relazione alla religione.

Si diventa atei consciamente (quindi realmente atei) quando ci disfacciamo di quelle "sovrastrutture". L'ateismo è una presa di coscienza.
ma allora mi chiedo: siamo geneticamente predisposti a disfarci di quelle sovrastrutture? voglio dire, la potrebbe potenzialmente attuare chiunque questa azione?
me lo chiedo perchè vedo persone talmente integrate nei loro pensieri di fede che mi pare impossibile che abbiamo avuto tutti le "stesse possibilità",ossia quella di scegliere...

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Re: ateo si nasce o ci si diventa?

Messaggio Da Godless il Dom 1 Feb - 18:31

ma allora mi chiedo: siamo geneticamente predisposti a disfarci di quelle sovrastrutture? voglio dire, la potrebbe potenzialmente attuare chiunque questa azione?

Geneticamente? mmm...
Potrei dirti di si, ma non saprei supportare la risposta con argomentazioni scientifiche.
Non penso si possa avere una risposta certa a questa domanda.


me lo chiedo perchè vedo persone talmente integrate nei loro pensieri di fede che mi pare impossibile che abbiamo avuto tutti le "stesse possibilità",ossia quella di scegliere...

Beh, ritengo sia impossibile generalizzare, dovremmo analizzare il singolo "caso".
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Re: ateo si nasce o ci si diventa?

Messaggio Da Libero il Dom 1 Feb - 19:15

ma allora mi chiedo: siamo geneticamente predisposti a disfarci di quelle sovrastrutture? voglio dire, la potrebbe potenzialmente attuare chiunque questa azione?

Io ho un pensiero su questo. Sapendo che il cervello puo cambiare la sua struttura in base alle proprire esigenze e esperienze (plasticità sinaptica). Si potrebbe ipotizzare che la stessa cosa valga per il modo di ragionare di ogni individuo ?

me lo chiedo perchè vedo persone talmente integrate nei loro pensieri di fede che mi pare impossibile che abbiamo avuto tutti le "stesse possibilità",ossia quella di scegliere...

Sempre secondo me perchè non hanno mai avuto la necessità di vederla diversamente.

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Re: ateo si nasce o ci si diventa?

Messaggio Da ros79 il Dom 1 Feb - 20:02

Libero ha scritto:
ma allora mi chiedo: siamo geneticamente predisposti a disfarci di quelle sovrastrutture? voglio dire, la potrebbe potenzialmente attuare chiunque questa azione?

Io ho un pensiero su questo. Sapendo che il cervello puo cambiare la sua struttura in base alle proprire esigenze e esperienze (plasticità sinaptica). Si potrebbe ipotizzare che la stessa cosa valga per il modo di ragionare di ogni individuo ?


in effetti potrebbe...se teniamo conto che il ragionare è una conseguenza dell'attività cerebrale, mi sembra condivisibile come teoria.
tuttavia qui si tratta di funzionamento delle sinapsi,quindi andando sempre a ritroso mi chiedo ancora se ognuno di noi abbia un funzionamento diverso che porta a diverse conseguenze,indipendetemente dalle esperienze.
mi sono inpigliata in un argomento che non conosco e non ne riesco ad uscire specchio
il fatto è che io personalmente ritengo che le persone non cambino,tutt'al più cambia il modo di rapportarsi alla realtà in base al contesto che ci circonda.quindi se ad un certo punto arrivo alla lucidità di pensare in maniera atea,ciò vuol dire che l'avrei potuto fare in qualsiasi momento della mia vita se l'esperienza me lo avesse concesso. e ciò vorrebbe anche dire che al contrario,una persona di fede rimane tale anche in conseguenza di esperienze che a me han fatto venire a galla ciò che serbavo internamente.
ergo...ci sarebbe predisposizione. in fondo la realtà è il prodotto di una nostra interpretazione e ognuno di noi ha il suo modo di interpretare che non credo possa essere modificato,le esperienze sono l'oggetto dell'interpretazione.

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Re: ateo si nasce o ci si diventa?

Messaggio Da O'Brian il Lun 2 Feb - 19:28

ros79 ha scritto:dopo aver letto il post di O'Brian mi è venuta in mente una riflessione che mi pongo spesso,ossia... nasciamo intrinsecamente atei e credenti? è scritto nel dna la predisposizione alla ragione piuttosto che alla fede? d'altronde ciò determina due atteggiamenti drasticamente differenti nella vita di tutti i giorni.
il credente,quello vero, è più incline all'obbedienza(delle sue leggi),l'ateo è più anarchico sapendo di non dover rispondere altro che a se stesso.
oppure, e questo è il quesito da due milioni di dollari che mi pongo spessissimo, è l'ambiente circostante che sin dalla prima infanzia,anche inconsciamente ci condiziona, e quindi...
abbiamo tutti le stesse possibilità o c'è chi è più incline ad essere ateo e chi ad essere credente?
in questo post parlo di atei e di credenti veri.
Io credo che la religione, come l'etica e la morale(che sono cose separate, è assurdo pensare che senza religione non ci sia morale, come la famosa frase di Ivan Karamazov "se Dio non c'è, allora tutto è permesso") siano nozioni che noi impariamo dai nostri genitori, che sono tenuti consciamente e inconsciamente a trasmetterci per inserirci nella società e per renderci persone civili. Poi, disubbidire, uscire fuori dagli schemi mentali e comportamentali comuni, può essere effetto di una predisposizione genetica incline all'anticonformismo(persone che di solito soffrono per il loro ateismo), o di un percorso di maturazione che, nato da una naturale curiosità verso tutto quello che ci circonda, ci porta a interrogarci su dogmi che la maggior parte delle persone considera tabù e a smascherare l'inattendibilità delle tesi su cui questi si poggiano.
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Re: ateo si nasce o ci si diventa?

Messaggio Da Libero il Mar 3 Feb - 13:04

ros79 ha scritto:
Libero ha scritto:
ma allora mi chiedo: siamo geneticamente predisposti a disfarci di quelle sovrastrutture? voglio dire, la potrebbe potenzialmente attuare chiunque questa azione?

Io ho un pensiero su questo. Sapendo che il cervello puo cambiare la sua struttura in base alle proprire esigenze e esperienze (plasticità sinaptica). Si potrebbe ipotizzare che la stessa cosa valga per il modo di ragionare di ogni individuo ?


in effetti potrebbe...se teniamo conto che il ragionare è una conseguenza dell'attività cerebrale, mi sembra condivisibile come teoria.
tuttavia qui si tratta di funzionamento delle sinapsi,quindi andando sempre a ritroso mi chiedo ancora se ognuno di noi abbia un funzionamento diverso che porta a diverse conseguenze,indipendetemente dalle esperienze.
mi sono inpigliata in un argomento che non conosco e non ne riesco ad uscire specchio
il fatto è che io personalmente ritengo che le persone non cambino,tutt'al più cambia il modo di rapportarsi alla realtà in base al contesto che ci circonda.quindi se ad un certo punto arrivo alla lucidità di pensare in maniera atea,ciò vuol dire che l'avrei potuto fare in qualsiasi momento della mia vita se l'esperienza me lo avesse concesso. e ciò vorrebbe anche dire che al contrario,una persona di fede rimane tale anche in conseguenza di esperienze che a me han fatto venire a galla ciò che serbavo internamente.
ergo...ci sarebbe predisposizione. in fondo la realtà è il prodotto di una nostra interpretazione e ognuno di noi ha il suo modo di interpretare che non credo possa essere modificato,le esperienze sono l'oggetto dell'interpretazione.

Io sono di un' idea completamente opposta e cioè che le esperienze allargano il nostro modo di interpretare la realtà cosi come le opinioni degli altri se ci si scava dentro e si va a vedere per quale motivo uno pensa determinate cose. Esempio banalissimo ma rende l' idea. Un non fumatore sarà daccordo con la legge che vieta di fumare nei locali. Ammeno che non abbia motivi morali per non esserlo. Non sò se ho reso l' idea.

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Re: ateo si nasce o ci si diventa?

Messaggio Da davide il Mer 4 Feb - 20:20

Atei si nasce o si diventa a seconda dell'ambiente in cui si è cresciuti, nel senso che è poi l'esperienza che facciamo ad incidere su ciò che saremo...

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Re: ateo si nasce o ci si diventa?

Messaggio Da Larrok il Mar 10 Feb - 10:45

Mah, è molto frequente che l'ambiente circostante influenzi la capacità critica e la predisposizione per la fede. Tuttavia, non sempre è così, poichè ad esempio, nel mio caso, da piccolo andavo sempre a catechismo e la domenica mattina mia mamma mi sgridava se non andavo a messa. Nonostante ciò, o forse dovrei dire "a causa di ciò", sono diventato, una volta raggiunta l'età del raziocinio, un ateo convinto. Sinceramente sono dell'idea che il concetto di "dono della fede" sia una panzana senza alcun fondamento...per me gli individui si dividono semplicemente in chi decide di utilizzare la logica e chi preferisce credere alle favole...
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Re: ateo si nasce o ci si diventa?

Messaggio Da ros79 il Mar 10 Feb - 16:04

Larrok ha scritto:Mah, è molto frequente che l'ambiente circostante influenzi la capacità critica e la predisposizione per la fede. Tuttavia, non sempre è così, poichè ad esempio, nel mio caso, da piccolo andavo sempre a catechismo e la domenica mattina mia mamma mi sgridava se non andavo a messa. Nonostante ciò, o forse dovrei dire "a causa di ciò", sono diventato, una volta raggiunta l'età del raziocinio, un ateo convinto. Sinceramente sono dell'idea che il concetto di "dono della fede" sia una panzana senza alcun fondamento...per me gli individui si dividono semplicemente in chi decide di utilizzare la logica e chi preferisce credere alle favole...
il problema caro Larrok è proprio che io mi chiedevo se c'era una propensione a credere nelle favole o agire per logica. ossia non sono sicura che esista sempre una scelta...ma è un punto di vista strettamente personale e opinabilissimo dal momento che nemmeno io ancora so cosa pensare di preciso.

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Messaggio Da Larrok il Mar 10 Feb - 16:42

ros79 ha scritto:
Larrok ha scritto:Mah, è molto frequente che l'ambiente circostante influenzi la capacità critica e la predisposizione per la fede. Tuttavia, non sempre è così, poichè ad esempio, nel mio caso, da piccolo andavo sempre a catechismo e la domenica mattina mia mamma mi sgridava se non andavo a messa. Nonostante ciò, o forse dovrei dire "a causa di ciò", sono diventato, una volta raggiunta l'età del raziocinio, un ateo convinto. Sinceramente sono dell'idea che il concetto di "dono della fede" sia una panzana senza alcun fondamento...per me gli individui si dividono semplicemente in chi decide di utilizzare la logica e chi preferisce credere alle favole...
il problema caro Larrok è proprio che io mi chiedevo se c'era una propensione a credere nelle favole o agire per logica. ossia non sono sicura che esista sempre una scelta...ma è un punto di vista strettamente personale e opinabilissimo dal momento che nemmeno io ancora so cosa pensare di preciso.

non credo esista una propensione genetica specifica nell'uno o nell'altro senso...comunque sia può essere forse utile il dato della percentuale di atei e agnostici che aumenta di pari passo con l'aumentare del grado di istruzione...significherà forse che chi è più abituato a stare in un contesto in cui è frequente pensare e riflettere, è più facile che arrivi ad una certa conclusione rispetto agli altri? Io penso di sì...Tuttavia la fede, proprio per il fatto che tocca l'irrazionale, è trasversale e può emergere in diversi contesti. Io le mie pulsioni irrazionali le sfogo nell'arte, altri preferiscono i predicatori mgreen
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Messaggio Da ros79 il Mar 10 Feb - 17:02

[quote="Larrok"]
ros79 ha scritto:[quote="Larrok"..comunque sia può essere forse utile il dato della percentuale di atei e agnostici che aumenta di pari passo con l'aumentare del grado di istruzione...significherà forse che chi è più abituato a stare in un contesto in cui è frequente pensare e riflettere, è più facile che arrivi ad una certa conclusione rispetto agli altri? Io penso di sì...Tuttavia la fede, proprio per il fatto che tocca l'irrazionale, è trasversale e può emergere in diversi contesti. Io le mie pulsioni irrazionali le sfogo nell'arte, altri preferiscono i predicatori mgreen
in effetti lo trovo utile... anche se non decisivo, ma se avessi delle certezze sarei un credente ok

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Re: ateo si nasce o ci si diventa?

Messaggio Da paolonesi il Lun 17 Feb - 20:39

Paolonesi 17 feb 21:31

 Scusatemi, non ho ancora potuto leggere nessun post su questo argomento, quindi espongo sinteticamente il pensiero.

Inanzitutto io sono nato così pure essendo nato in una "normalissima" famiglia cattolica !
Ciò significa, quantomeno, che si può nascere così !

In secondo luogo si può diventare atei o credenti o qualsiasi cosa a seconda del c.d. "paradigma storico-culturale" (vedi T.Kuhn sul concetto di paradigma).

Con il Vaticano "in casa" è ovvio che il paradigma del nostro tempo ne sia fortemente influenzato , anche perché le leve del potere l'hanno i c.d. cattolici, cioè gente che "crede di credere" (leggi E.Severino).

La massa si dichiara in genere "agnostica", cioè non gl interessa il problema, ma invece il "paradigma storico-cultural-superstizioso" è sempre presente.
 
Secondo la mia ultima tesi "dei profili psicologici", così si nasce, ma poi va considerato il paradigma di cui sopra. Ma ritornerò sul tema.

Salute a tutti.....PaoloNesi

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Re: ateo si nasce o ci si diventa?

Messaggio Da ToninoScalzo il Lun 17 Feb - 22:06

“Ros79” ha scritto: Nasciamo intrinsecamente atei e credenti? è scritto nel dna la predisposizione alla ragione piuttosto che alla fede?
Credo di avere la risposta giusta alla tua domanda, ossia che:

Si nasce credenti!

Poi evolviamo e ...

Beh ti invito a leggere la mia tesi, è un pò lunghina ma credo sia interessante.
Ciao
 
Premessa:
L'intelligenza è una forza! Un qualcosa di analogo alla gravità, una specie di pressa che comprime più informazioni fino a condensarle in un’unica (e nuova) informazione.
E se ciò non è immediato è però palese che l’intelligenza smuova, come tutte le altre forze, i corpi dal loro stato di quiete o di moto rettilineo uniforme.

-              Un corpo qualsiasi (non necessariamente umano) che passa la sua esistenza senza fare nulla, è un corpo quieto ... privo d’intelligenza.

-              Il dire (/fare) una cosa già detta (/fatta) è imitazione, è un agire rettilineo uniforme ... privo d'intelligenza!

Conseguenza immediata
-              Una qualsiasi dimostrazione, affinché possa essere intesa come prova d’intelligenza, non è sufficiente ma è necessario che sia originale.
 
L’abito non fa il monaco ma … fa il pappagallo!:

Io sono un appassionato sostenitore della logica! Cioè amo quella cosa che mi fa dire senza ombra di dubbi che se il rosso ai miei occhi fosse sempre apparso verde alla vista altrui, io userei la parola “verde” per alludere al colore rosso e mentirei senza rendermene conto.
Viceversa non ho mai provato alcuna simpatia per la filosofia, per l’astrologia e … per tutte quelle discipline che confondono l’adulazione con l’osservazione delle cose. In particolare, la filosofia è incapace di fare una seria distinzione tra logica, dialettica e arte oratoria.
 
Sì, di primo acchito, dietro la parlantina di un “politico appassionato” ci sarebbe la logica oratoria e dietro le arringhe di un “eccellente avvocato” ci sarebbe la logica dialettica. Il primo parlerebbe col cuore, esprimerebbe una verità (opinabile); l’altro invece un falso (oggettivo) ma condito così bene da farlo apparire inoppugnabile.
 
La logica (logos, discorso) dunque ricorderebbe lo scorrere di un ruscello: uno scorrere lungo il suo naturale (o legittimo) letto e che attraversa le terre del contadino oratore; oppure uno scorrere in un artificiale (o illegittimo) solco, in qualche modo provocato dal contadino dialettico. Insomma, l’oratoria sarebbe logica naturale (o divina) e la dialettica logica artificiale (o demoniaca).
Per televisione, una signora spiegava, con aria davvero candida, che le sue tagliatelle erano naturali: fatte con soli ingredienti genuini. Ora, se l’artificiale fosse ciò che non è piovuto dal cielo allora quelle tagliatelle dovevano essere definite artificiali; se invece l’artificiale fosse quella cosa fatta d’ingredienti innaturali allora, non solo quelle tagliatelle, nulla sarebbe artificiale.
 
La verità è che dietro il nostro dire si cela un volto invisibile che fa da fulcro, una specie di sole che illumina le nostre parole e che è all’origine (al centro) di tutte le cose “dicibili”.
Com’è noto, Dio è l’origine dell’Universo! L’origine, ossia il centro degli assi cartesiani nello spazio! È il nostro punto fisso di riferimento! E tale punto varia da persone a persona (e da cosa a cosa) ma non solo, varia pure nel tempo! Precipita sempre più in basso, verso “un centro di gravità permanente”, via-via col maturare (il prendere coscienza) del nostro comunicare.
 
Ma partiamo dall’inizio. Ogni bambino nasce convinto che il percepito dagli occhi gli appartiene poiché opera dei “suoi” occhi. O per dirla in maniera differente, la realtà sembra generarsi man mano che gli si sviluppa la vista. Rendersi conto di questa cosa non è una banalità, il banale (l’embrione dialettico) è credere che il bambino si comporti in una certa maniera perché “bambino”, ossia è quel credere che un vocabolo, oltre ad essere domanda è pure risposta. Ovviamente la vera risposta (l’immagine) è dentro di noi e non nel vocabolo in se! Il bambino pretende le cose perché è la logica a suggerirglielo: «se la realtà è la manifestazione del mio volere, allora il mio volere è la realtà!». Attraverso il pianto, il bambino cerca di convogliare al meglio i suoi voleri (/sforzi) creazionistici, ma … Le cadute (i no, le esperienze, la bua) e il tempo (la crescita) lo inducono alla ragione: le immagini percepite non sono un fabbricato dei suoi occhi, bensì riporti di una realtà di tutti. Stesso discorso, ovviamente, vale pure per le immagini udite dalle orecchie, per quelle fiutate dal naso, etc. etc.
Tuttavia anche quest’ultimo passo non è immediato.
Noi sappiamo che per misurare la temperatura esistono diverse scale di misura, cioè è noto a tutti che ogni singolo grado fahrenheit, ad esempio, corrisponde ad uno e ad uno solo grado celsius, e viceversa. Questo passare da una scala di misura all’altra (in maniera univoca) ha il sapore della conferma di un qualcosa.
 
Cioè, se la “sconnessione” di un’immagine (l’indipendenza del volere degli occhi rispetto il volere degli altri sensi) dà la sensazione che la vista generi oggetti tanto per passare il tempo, la “connessione” di un’immagine con un’altra immagine (quella generata dalle orecchie), restituisce la sensazione della materializzazione. Potremmo dire che la vista si eleva a senso nel momento in cui ci rendiamo conto (materializziamo la consapevolezza) che non è bugiarda (non è opinabile). Il leone non vede la zebra quando ha fame, ma quando la zebra c’è davvero, ossia quando i suoi sensi battono all’unisono tutti la stessa informazione. Ebbene sì, il nostro volere, come base d’appoggio, sarebbe traballante (libero, sconnesso, democratico, migliore del reale), mentre la realtà è coerente (intricata, consequenziale, comunista, distante uguale dal volere del leone tanto quanto dal volere della zebra). Tuttavia la materializzazione delle immagini all’interno del nostro cranio non costituiscono la realtà, ma solo una volgare riproduzione del reale. Una riproduzione volgare ma è quanto di meglio si possa avere con l’ausilio combinato di soli cinque sensi.
 
Per sintetizzare, da quando è fermo nella culla a quando muove i primi passi, il bambino compie (matura) tre salti “cognitivi”:
 
1)            La realtà visiva è un (mio) volere;
2)            La realtà visiva è una (vuota e stupida) immagine;
3)            La realtà visiva è (per tutti) materia.
 
Questi salti avvengono nella nostra testa in maniera pseudo automatica, non dipendono mai dall’età anagrafica. Anzi potremmo dire che i passi non anagrafici (non cronometrici) contraddistinguono gli sviluppi cognitivi (o materialistici) da quelli costituzionali (o evolutivi). E, infatti, l’indipendenza da fattori anagrafici evidenzia che l’interconnessione dei sensi è di tipo cognitivo (ogni bambino inizia a camminare quando supera le sue paure e non quando supera una certa età).
 
Il prendere consapevolezza (l’allacciamento) dei propri sensi è un primo uso della ragione e questa, inseguito, la “sforzeremo” per apprendere l’utilizzo degli strumenti. Ma il “leitmotiv” di un qualsiasi apprendimento è lo stesso: s’inizia sempre col non saper distinguere il proprio “volere” dalla “osservazione” (dalla realtà). Ed è appunto questa la ragione che fa sì che alcune persone passino ore e ore davanti ad un PC senza apprendere nulla dei PC (altri invece ...).
 
Per restare negli apprendimenti, il linguaggio è uno strumento a diffusione di massa, alla stessa stregua di un computer o di un telefonino! Di conseguenza la tempistica nell’apprendere le “parole” è difforme da persona a persona. Per essere più precisi, il confondere “desiderio” con “ragione” distorce (attarda) la consapevolezza nell’uso dei vocaboli. Ad esempio, nel dire “verde” noi alludiamo ad un determinato colore, ma credere che l’intelligenza stia nella rapidità con cui l’altro debba intendere il colore da noi alluso è volontà confusa con realtà!
 
Per meglio chiarire il concetto, è assodato che i computer possono “sapere” (si fa per dire) una marea di vocaboli, più di quanto ne conosca un qualsiasi essere umano. Ma cos’è che distingue il sapere umano dal sapere di una macchina? A gran coro (tutti) ripetiamo: l’intelligenza! Orbene, per definire l’“intelligenza” servono un mucchio di parole, ognuna delle quali significherà, a sua volta, chissà quante altre parole ancora. Già, parole … Parole di cui, anche in questo caso, il sapere umano s’inceppa molto prima del sapere di una macchina! E allora ...
Forse è quel non badare all’intendere di chi ascolta che frega la macchina? Forse, per una macchina, una parola è solo una vuota e stupida parola, non un’immagine d’acquisire e riprodurre il più fedele possibile, attraverso uno sforzo (stratagemma), dentro la “sua” e dentro la “testa di chi ascolta”?
Forse in quello sforzo tipico di un bambino si nasconde un arcano? E se poi contrapponiamo l’immagine di un bambino che si sforza a dirci qualcosa alla rilassatezza con cui “saccenti” e “computer” pronunciano i loro saperi, forse riusciamo addirittura a intravvedere la ragione che induce questi ultimi a definire l’intelligenza “un gran bel mistero”?
 
Voglio dire, è noto che come i bambini (e adulti), anche gli animali tendono a ripetere le mosse che vedono. Ora, se riuscissimo ad addestrare un pappagallo al punto da fargli proferire il corretto significato di una qualsiasi parola da noi prima pronunciata, il pennuto resterebbe un pappagallo. Ossia, fino a quando l’apprendimento è assimilabile ad un digitare tasti che accendono questa o quella lampadina della nostra memoria, stiamo sviluppando un qualcosa di fisico e non una qualche cognizione. Tra l’altro, come ho già detto, quando il miglioramento avviene in maniera cronometrica (costante e graduale) si tratta sempre e solo di una “maturazione” (evoluzione) fisica. È vero, né i bambini né i pappagalli migliorano il proprio linguaggio in tempistiche identiche, però è lineare (cronometrico) lo sviluppo dei muscoli mascellari che si manifesta attraverso un parlare sempre più forbito. Viceversa, i traguardi cognitivi (materialistici) sono caotici (esplosivi, inaspettati)! Come, ad esempio, un improvviso diventar rosso sotto le sue piume, di un pappagallo che si accorgesse (materializzasse l’idea) di essere considerato un fenomeno da baraccone e non un essere parlante.
 
La cognizione (materializzazione dei termini), dunque, non ha nulla a che vedere con la messa in mostra dei muscoli della “saccenza”. Pero, in quanto cognizione (senso), segue i soliti passaggi (o crolli) visti in precedenza:
 
1)            La realtà verbale è orazione (una mia creatura, una mia opinione, un mio volere).
2)            La realtà verbale è dialettica (chiacchiera, filosofia, vuota immagine).
3)            La realtà verbale è logica (ragione, immagine consistente, materia, realtà oggettiva).
 
L’oratore è colui che (inconsciamente) si ritiene l’artigiano della sua realtà verbale (le sue parole dipenderebbero esclusivamente dalla sua volontà). Detta diversamente, senza rendersene conto, l’oratore si pone all’origine del suo intendere. Il famoso Dio (cui, strategicamente, dice di credere) in verità è il suo volere e la riprova sta nel fatto che gli unici esseri capaci di fare cose davvero “buone e giuste” (naturali) sarebbero, per sua stessa (sconnessa) ammissione, lui e Dio.
 
Il dialettico invece è una specie di bambino che, dopo le prime cadute, non ha più voglia di parlare ...
La vista slegata dal tatto non ha il senso delle distanze ed è (anche) per questo che il bambino non si regge in piedi. Le cadute servono proprio ad allacciare i due sensi, ma la ragione che spinge i pargoli a camminare è l’emulazione e non certo il desiderio di legare la vista col tatto. D’altronde, le coccole, se da una parte invogliano ancora di più all’imitazione, dall’altra spingono a ritenere stupido il creato (battere le mani a un bambino che tenta i primi passi, significa cullargli l’ego, invertigli la sensazione da “la mia vista è sconnessa” a “è sconnesso il veduto”; e il suo sorriso liberatorio nei nostri confronti prova che ci vede come gli unici amici in un mondo di sciocchi nemici). E se la vista, da sola, anziché a camminare al massimo ci porta a ripetere un tipo di andatura, la ragione slegata dai sensi, per evitare le cadute, ci suggerisce di ripetere (pari-pari) le parole di qualcun altro. Coccolare un dialettico (stuzzicargli l’ego) significa rafforzargli la sensazione che le parole (ciò che vedono, ciò che sottendono) sono stupide. In soldini, il dialettico è colui il quale ha intravisto in quel che dice la sua centralità, facendola precipitare nel vuoto, ossia ha maturato la sensazione di non aver capito nulla. Tale convinzione, l’ego gliel’ha poi rigirata in “la realtà è vuota chiacchiera!”. Non a caso il termine vero deriva da “ver” (muro diritto) e in particolare le “giuste” sentenze sarebbero solo volgari “ver-detti” (un parlar diritto o forbito e nulla più). Tuttavia anche il dialettico ha un Dio inconscio ed è l’“umano”! Infatti, se non ci fossero ascoltatori (orecchie facili da manipolare), la sua genialità (abilità a creare vocaboli vuoti ma diritti … talmente diritti da poter essere spacciati per vestiti nuovi e invisibili agli schiocchi) si perderebbe nel nulla. Insomma, il dialettico è un bambino baldanzoso perché “passeggiato”, perché c’è chi gli strizza l’occhio quando muove la bocca in maniera “corretta”.
 
A furia di precipitare la “nostra” centralità (l’intendere) può arrivare (se abbandoniamo l’ego) a sfiorare il big crash (più noto come “Big Grunc”, o big bang al contrario), il tutto che collima in un sol punto: il Dio inconscio del logico. Cioè, via-via con la maturazione linguistica (il continuo travaso bidirezionale d’immagini) il nostro intendere diventa sempre più consistente, fino ad allacciarsi coerentemente con le immagini generate dagli altri sensi (e degli altrui ego). E a quel punto possiamo affermare che la nostra logica ha chiuso il suo ciclo evolutivo (meglio materialistico) ed è divenuta a sua volta (il famoso sesto) senso.
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Re: ateo si nasce o ci si diventa?

Messaggio Da vnd il Mar 18 Feb - 5:55

ToninoScalzo ha scritto:
“Ros79” ha scritto: Nasciamo intrinsecamente atei e credenti? è scritto nel dna la predisposizione alla ragione piuttosto che alla fede?
Credo di avere la risposta giusta alla tua domanda, ossia che:

Si nasce credenti!

Poi evolviamo e ...


Non leggo. Tanto sono già d'accordo con questo.

Se uomini tanto distanti hanno tutti sviluppato il concetto di religione per dare una risposta alle cose che non riuscivano a capire, significa che la risposta è innata e codificata.

Anche l'istinto di vivere in caverne e sugli alberi era innato.. Ci siamo accorti che era una puttanata e siamo scesi dagli alberi e usciti dalle caverne.

Come cazzo si fa a dare un rosso ad uno che s'è fatto il culo per dare una risposta tanto articolata?

Ti ho dato il verde anche soltanto per la tua buona volontà.
Appena ho tempo mi leggo il pippone.


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Re: ateo si nasce o ci si diventa?

Messaggio Da matem il Mar 18 Feb - 7:14

la religione del luogo nel quale si nasce e le tradizioni culturali ed etiche della propria famiglia ci  fanno nascere credenti . Poi la nostra volontà di apprendere e cercare la verità , la nostra capacità critica, la determinazione a contestare le regole e i dogmi ( legate forse queste al nostro DNA )possono avviarci verso l'ateismo o l' agnosticismo oppure a una fede conquistata con libertà e raziocinio .
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Re: ateo si nasce o ci si diventa?

Messaggio Da ToninoScalzo il Mar 18 Feb - 10:33

vnd ha scritto:Come cazzo si fa a dare un rosso ad uno che s'è fatto il culo per dare una risposta tanto articolata?

Ti ho dato il verde anche soltanto per la tua buona volontà.
Appena ho tempo mi leggo il pippone.
Grazie per la fiducia e …
sappi che a me questo basta per considerarti un amico!

In quanto al rosso che con facilità regalano alcuni, credo che la risposta possa essere così sintetizzata:
Il valore di verità di un'argomentazione dipende dal distintivo! Ovviamente non quello dell'argomentazione (che chiede nientepopodimenoche d'esser letta), ma dal distintivo dell’argomentatore (ti chiede solo di domandar chi è).
Ecco come da sempre ragionano le masse:
Caliamoci nel 1600 (/ anno 0) e guardiamo che succede nella piazza ghermita di gente ove si stanno allestendo i preparativi per la condanna di Bruno (/ Cristo)
<< Di che è accusato il "nessuno" che stanno per arrostire (/ crocifiggere) ?>>
<< E chi lo sa, però l'accusatore è Mocenigo (/ ???)! >>
<< A sì, allora ... Vergogna! Farabutto! Criminale ... A morte! A morte!>>
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Re: ateo si nasce o ci si diventa?

Messaggio Da ros79 il Mar 18 Feb - 13:39

caspita è stato ripescato un mio vecchio post, me l'ero dimenticata...ma l'argomento è interessante e sempre attuale. 
non sono d'accordo con la frase "credenti si nasce", sarebbe più corretto dire che l'essere umano ne ha bisogno, ma a posteriori...

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Re: ateo si nasce o ci si diventa?

Messaggio Da Brondy il Mar 18 Feb - 15:59

Concordo è sbagliato dire "Credenti si nasce" ciò vale solo se si nasce in una famiglia religiosa. Molti non hanno avuto questa sfortuna me compreso.

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Re: ateo si nasce o ci si diventa?

Messaggio Da ToninoScalzo il Mar 18 Feb - 16:48

ros79 ha scritto:Non sono d'accordo con la frase "credenti si nasce", sarebbe più corretto dire che l'essere umano ne ha bisogno, ma a posteriori...
Secondo me non hai letto (o non hai capito la mia spiegazione).
Rigiriamo la tua domanda in questi termini …
Gli animali non hanno feste religiose in qualche modo assimilabili al nostro Natale. Ciò prova che la religiosità non è innata, ma giunge ad un certo punto dello sviluppo razionale e che poi, ad uno sviluppo ancora superiore, abbandoneremo nuovamente (e definitivamente). Concordi?
Risposta mia (non atea ma antidogmatica) …
No!!! Anche i cani (ad esempio) hanno le loro paure che cercano di tener lontane attraverso moine decodificabili in feste (religiose o scientifiche sono solo etichette irrilevanti). In quanto alla festa del Natale, quella nasce dallo sviluppo scientifico visto che si chiamava (ed era) festa del solstizio d’inverno. Che poi l’impero romano (con l’uso della gendarmeria) ad un certo punto della sua storia l’abbia “democraticamente” imposta e rigirata a festa “magica” o “religiosa” ... quello è prova di violenza e non di razionalità che partorisce religioni.
E che non c’entra nulla con quest’altra (di stampo "agnostico/religiosa") ...
No!!! I cani (ad esempio) non festeggiano il Natale e questo prova solo che religione e scienza sono due figlie diverse (ma amiche o meno … boh) della razionalità umana (punto).
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