Zingari: integrazione (im)possibile?

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Re: Zingari: integrazione (im)possibile?

Messaggio Da Rasputin il Mer 14 Ott - 20:34

chef75 ha scritto:
Dicono tutti la solita cosa, e cioè i Rom in Europa e sopratutto in Italia sono discriminati.

Sei un amico e ti risparmio l'esempio delle mosche e della merda, ma. Ma. Dove ho negato io (E per quel che mi ricordo nemmeno altri) che i Rom in Europa e sopratutto in Italia sono discriminati?

Il punto non è quello, il punto è perché:

Su cazzo...se si abbandonano i sensi di appartenenza e si smette di sbandierarli, nessuno si accorge più nemmeno se sei negro

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Re: Zingari: integrazione (im)possibile?

Messaggio Da chef75 il Mer 14 Ott - 20:41

Paolo ha scritto:E ci mancherebbe altro che non lo fossero!!


Beh, in una società che funziona non dovrebbero esserci discriminazioni perche i cittadini vivono in pace tra loro.

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Re: Zingari: integrazione (im)possibile?

Messaggio Da chef75 il Mer 14 Ott - 20:43

Rasputin ha scritto:
chef75 ha scritto:
Dicono tutti la solita cosa, e cioè i Rom in Europa e sopratutto in Italia sono discriminati.

Sei un amico e ti risparmio l'esempio delle mosche e della merda, ma. Ma. Dove ho negato io (E per quel che mi ricordo nemmeno altri) che i Rom in Europa e sopratutto in Italia sono discriminati?

Il punto non è quello, il punto è perché:

Su cazzo...se si abbandonano i sensi di appartenenza e si smette di sbandierarli, nessuno si accorge più nemmeno se sei negro


NO, il punto è che tu hai scritto questo

Rasputin ha scritto:

Eh no caro. Ora spetta a te: hai sostenuto degli argomenti su sinti e Rom, supportali wink..


E io l'ho fatto.

Toh mgreen

chef75 ha scritto:Facendo un riassuntino abbiamo

Il Pew research center

http://www.pewglobal.org/2014/05/12/chapter-4-views-of-roma-muslims-jews/

Amnesty I.

http://www.amnesty.it/diritti-rom-italia

Commissione Europea sui diritti dell'uomo

http://ec.europa.eu/justice/discrimination/roma/index_it.htm

La stampa (quella che ho trovato)

Panorama
http://www.panorama.it/news/esteri/rom-sinti-situazione-critica-in-tutta-europa/

Repubblica
http://www.repubblica.it/2007/04/sezioni/cronaca/rom-sinti-chi-sono/rom-europa/rom-europa.html

Il fatto quotidiano
http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/09/27/politica-media-e-internet-ogni-giorno-cattiva-informazione-su-rom-e-sinti/724668/



In fine il professore Fulvio Vassallo Paleologo
(Avvocato, componente del Collegio del Dottorato in "Diritti umani: evoluzione, tutela, limiti", presso il Dipartimento di Scienze giuridiche, della società e dello sport (DGISSPO) dell'Università di Palermo)

http://www.meltingpot.org/Rom-Discriminazione-di-gruppo-ed-odio-sociale.html#.Vh66Iyt96ko




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Re: Zingari: integrazione (im)possibile?

Messaggio Da Rasputin il Mer 14 Ott - 20:51

Dicono tutti la solita cosa, e cioè i Rom in Europa e sopratutto in Italia sono discriminati.

Stiamo girando in circolo, infatti io questo non l'ho mai negato.

Il punto è perché mgreen

sono abbastanza convinto che se si comportassero in maniera compatibile ad una possibile integrazione, nessuno nemmeno si accorgerebbe che sono sinti o rom

esattamente come nessuno si accorge che sono nato a Milano finché non mi metto a fare pentoloni di risotto allo zafferano e cassöla in piazza

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Re: Zingari: integrazione (im)possibile?

Messaggio Da Minsky il Mer 14 Ott - 21:02

Rasputin ha scritto:
Dicono tutti la solita cosa, e cioè i Rom in Europa e sopratutto in Italia sono discriminati.

Stiamo girando in circolo, infatti io questo non l'ho mai negato.

Il punto è perché mgreen

sono abbastanza convinto che se si comportassero in maniera compatibile ad una possibile integrazione, nessuno nemmeno si accorgerebbe che sono sinti o rom

esattamente come nessuno si accorge che sono nato a Milano finché non mi metto a fare pentoloni di risotto allo zafferano e cassöla in piazza
Esatto! Che gli zingari siano discriminati è vero, proporzionalmente a quanto si fanno riconoscere di essere zingari, con l'aspetto e soprattutto con il comportamento. Ma bisognerebbe domandarsi perché sono discriminati. Chi li discrimina è cattivo? Oppure sono loro che si rendono un tantino antipatici?

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Re: Zingari: integrazione (im)possibile?

Messaggio Da Rasputin il Mer 14 Ott - 21:07

Minsky ha scritto:
Esatto! Che gli zingari siano discriminati è vero, proporzionalmente a quanto si fanno riconoscere di essere zingari, con l'aspetto e soprattutto con il comportamento. Ma bisognerebbe domandarsi perché sono discriminati. Chi li discrimina è cattivo? Oppure sono loro che si rendono un tantino antipatici?

Mah...chi discrimina in genere sbaglia, però appunto anche l'attitudine di chi è in minoranza gioca un ruolo essenziale.

E non è questione di nascondersi o di rinunciare alla propria identità eh

Lo so bene io che vivo all'estero da 26 anni, sono sempre stato lo "Spaghetto" ed a seconda dei casi invece di offendermi ho risposto scherzando tortilla, BigMac o crauti...la maggior parte delle volte sono stato capito

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Re: Zingari: integrazione (im)possibile?

Messaggio Da Justine il Gio 15 Ott - 4:19

Io ho un'etichetta passepartout che mi vale in tutto il mondo, sono sempre "la nerd" :D
Non capiscono che per molti è motivo di vanto (essendo l'unica cosa in cui riescono)

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Smettetela di bistrattare e misinterpretare la Scienza per fingere di dare plausibilità alle vostre troiate
Grazie
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Re: Zingari: integrazione (im)possibile?

Messaggio Da lupetta il Gio 15 Ott - 15:27

ma i rom non sono tutti poveri indifesi che vengono emarginati perchè puzzano!
sono potenti, a cominciare dai Casamonica, e non vogliono integrarsi, perchè quei pochi che lo fanno ci riescono benissimo, ma devono abbandonare le loro famiglie e vivere altrove.
anni fa, a roma, è stato sgomberato un campo rom vicino ai centri abitati, e gli abitanti sono stati portati in una altro campo, dove sono state costruite delle case prefabbricate, con dei controlli e delle pulizie giornaliere, e la possibilità di poter mandare a scuola i bambini..insomma meglio di come stavano prima.
innanzi tutto i capi rom hanno preteso dal comune di roma un indennizzo per i mancati furti, poichè il campo si trova fuori dalla città, circa 30000 auro al mese, inoltre sono stati trovati dei rom che avevano un conto in banca sostanzioso, ed il campo è diventato un centro di addestramento per furti. inutile dire che su 10 bambini solo 3 vanno a scuola.
Ovviamente, essendo pacifici e con la voglia di integrarsi, hanno bruciato parecchie case prefabbricate, le liti e le violenze li dentro sono all'ordine del giorno, e hanno ridotto il centro come uno dei tanti loro campi.
non sono anime indifese, nemmeno un pò, sono immischiati nell'inchiesta mafia capitale, e non come vittime..
mi autocensuro su amnesty.
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Re: Zingari: integrazione (im)possibile?

Messaggio Da primaverino il Gio 15 Ott - 16:44

good post
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Re: Zingari: integrazione (im)possibile?

Messaggio Da Minsky il Gio 15 Ott - 18:11

AGI ha scritto:Furti auto: Cosenza, Polizia ritrova 60 carcasse di veicoli

16:16 15 OTT 2015

Cosenza, 15 ott. - La polizia di Cosenza ha effettuato stamattina un controllo straordinario del territorio nella zona di via Reggio Calabria, sede di alcuni insediamenti stanziali di Rom. Scoperte e sequestrate una sessantina di carcasse di auto, probabili resti di auto rubate. Si opererà ora nella direzione di tentare di risalire ai proprietari.

DIRETTA News ha scritto:Roma, truffa ai turisti: arrestata rom di 14 anni per estorsione

mercoledì, 14 ottobre 2015

Una giovane ragazza rom aveva trovato il modo di guadagnarsi da vivere fingendosi un’addetta alla biglietteria automatica della Stazione Termini di Roma. Però ha esagerato soprattutto nei modi diventati violenti e così oggi è stata arrestata per estorsione. L’episodio che ha portato all’arresto ha coinvolto una turista cinese che aveva qualche problema a fare il biglietto al distributore automatico. La ragazzina rom si è avvicinata con modi gentili e fingendosi una dipendente di Trenitalia ha aiutato la donna a comprare il suo ticket. Però non appena espletata l’operazione la rom ha di fatto aggredito la turista bloccandola con la forza e dicendole: “Se non mi dai 20 dollari non ti lascio andare”.

La donna cinese stava per perdere il treno per Firenze, ma soprattutto era parecchio impaurita con la ragazzina rom che la teneva stretta per le braccia. così ha tirato fuori il portafogli e ha dato i soldi alla sua aguzzina. Il giorno seguente la turista è tornata a Termini e ha visto la rom esercitare la stessa truffa ai danni di altri stranieri. Ha così chiamato la Polfer che è intervenuta per arrestare la giovane per il reato di estorsione.

CITY RUMORS ha scritto:Shopping con la carta rubata: rom arrestata a Pescara

ottobre 15, 2015

Nella serata di ieri i carabinieri del Nucleo Operativo e Radiomobile di Pescara hanno arrestato, in esecuzione di ordine di custodia cautelare, Vincenzina Bevilacqua, 35enne, di origini rom, per il reato di indebito utilizzo di carte abilitate al pagamento.

Tutto è iniziato lo scorso 11 agosto quando una pattuglia in servizio di perlustrazione aveva notato allo sportello bancomat dell’ufficio postale di Via Tiburtina una donna con una felpa, con cappuccio calato sul capo, ed un vistoso paio di occhiali neri che, cercando di coprirsi il volto con un braccio, era intenta ad effettuare un prelievo. Insospettiti dall’abbigliamento, ma soprattutto dal comportamento della stessa, avevano proceduto ad identificarla accertando che la donna era in possesso di una carta banco posta risultata oggetto di furto.

Accertamenti successivi hanno permesso di appurare che la carta era stata utilizzata per compiere numerosi prelievi fraudolenti dell’importo totale di circa 1.200 euro; come se non bastasse erano stati effettuati numerosi acquisti in vari centri commerciali della zona: profumi, capi di abbigliamento, scarpe, tessuti e generi alimentari per un totale di circa 2.300 euro. Le responsabilità della donna sono state accertate attraverso le testimonianze e la visione delle riprese dei sistemi di videosorveglianza: in sintesi dal 9 all’11 agosto erano state effettuate spese e prelievi per un importo pari a circa 3.500 euro.

La donna è stata ristretta presso la sua abitazione in regime di arresti domiciliari.

DIRETTA News ha scritto:Furto e fuga a 150 km/h: arrestati e subito liberi 4 giovani rom

mercoledì, 14 ottobre 2015

Sono stati scarcerati dopo appena 24 ore i quattro nomadi del campo di via Longhin fermati nel pomeriggio di lunedì 12 ottobre, al termine di una rocambolesca fuga per le strade di Padova, a 150 km/h e con una bimba di appena otto mesi in macchina. I quattro, N. S., di appena 16 anni, che sembra fosse alla guida dell’auto, Marco Stoiko, di 21 anni, e due sorelle, Sonia, classe 1996, moglie del 21enne e Sabrina Sterich, nata nel 1993, avevano appena compiuto un furto, poi avevano provato a dileguarsi, inseguiti dalla Squadra mobile, che li ha successivamente bloccati.

Ieri mattina, sono stati tutti processati per direttissima: Stoiko ha ricevuto una pena di due anni, mentre le due donne di un anno e sei mesi. Per tutti la pena è sospesa. Pare che solo il maggiore dei due giovani avesse dei precedenti penali per guida senza patente nel 2010 e nel 2011, resistenza e furto. I quattro nomadi hanno commesso un furto in un’auto parcheggiata di fronte la English School di via Forcellini. Immediata la telefonata alla polizia da parte della proprietaria del veicolo.

Durante la folle fuga, l’auto con a bordo i quattro nomadi e la bimba è uscita fuori di strada; dall’abitacolo sono scese le due donne, una delle quali aveva in braccio la figlia di appena otto mesi, poi i due uomini. Stoiko è stato denunciato anche per resistenza a pubblico ufficiale, per aver aggredito prima gli uomini della Squadra Mobile e poi i giornalisti giunti sul posto. Rinvenuta a bordo dell’auto guidata dal rom minorenne, una Renault Clio, altra refurtiva e la punta di un trapano.

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Re: Zingari: integrazione (im)possibile?

Messaggio Da lupetta il Ven 16 Ott - 10:43

secondo me prendere la parti, a prescindere, di una minoranza, solo in quanto tale non è giusto.
un mio vicino di casa, anni fa, ha preso una strada sbagliata, diciamo cosi, la famiglia ha cercato di aiutarlo in tutte le maniere, ma quando è arrivato a rubare dentro casa dei genitori, è stato subito allontanato e mandato immediamente in una comunità, e gli è stato chiaramente detto che sarebbe potuto tornare a casa solo se fosse guarito, perchè in quelle condizioni, a casa, non ce lo volevano, per il bene di tutti, in primis per il suo.
se la gente non ha rispetto per gli altri, è giusto che venga allontanata. persino i bambini vengono puniti quando commettono una marachella, non capisco questa difesa a spada tratta nei confronti degli italiani senza fissa dimora che delinquono.
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Re: Zingari: integrazione (im)possibile?

Messaggio Da chef75 il Ven 16 Ott - 11:09

Nessuno difende chi delinque.

È la generalizzazione che è errata.

Chi delinque è un merdoso, che esso sia rom, rum, ram.

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Re: Zingari: integrazione (im)possibile?

Messaggio Da Rasputin il Ven 16 Ott - 12:42

chef75 ha scritto:Nessuno difende chi delinque.

È la generalizzazione che è  errata.

Chi delinque è un merdoso, che esso sia rom, rum, ram.

Giustissimo, ma allora cosa si fa nel caso in cui gruppo di appartenenza ed associazione per delinquere coincidono al 95%?

Ci si tiene tutto per non discriminare il rimanente 5% che comunque è - o dovrebbe essere - libero di dissociarsi dal resto quando vuole?

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Re: Zingari: integrazione (im)possibile?

Messaggio Da invisiblemonsters il Ven 16 Ott - 13:01

Per la stessa ragione si dovrebbe affermare che gli italiani sono dei mafiosi poichè rappresentati da determinati casi infelici

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Re: Zingari: integrazione (im)possibile?

Messaggio Da Rasputin il Ven 16 Ott - 13:28

invisiblemonsters ha scritto:Per la stessa ragione si dovrebbe affermare che gli italiani sono dei mafiosi poichè rappresentati da determinati casi infelici

Eh no...stai invertendo le proporzioni

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Re: Zingari: integrazione (im)possibile?

Messaggio Da chef75 il Ven 16 Ott - 16:55

Rasputin ha scritto:
invisiblemonsters ha scritto:Per la stessa ragione si dovrebbe affermare che gli italiani sono dei mafiosi poichè rappresentati da determinati casi infelici

Eh no...stai invertendo le proporzioni

Veramente sono le tue proporzioni errate.

I dati parlano di circa 180 mila rom in Italia, di cui 130 mila lavoratori e abitanti in appartamento e SOLO 50 mila x le strade, quindi piu del doppio hanno vita comune e una minoranza vive in condizione di degrado.

A Napoli esiste la camorra, una parte della popolazione è collusa, compreso le istituzioni, i napoletani sono camorristi?

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Re: Zingari: integrazione (im)possibile?

Messaggio Da Minsky il Ven 16 Ott - 17:04

chef75 ha scritto:
Rasputin ha scritto:
invisiblemonsters ha scritto:Per la stessa ragione si dovrebbe affermare che gli italiani sono dei mafiosi poichè rappresentati da determinati casi infelici

Eh no...stai invertendo le proporzioni

Veramente sono le tue proporzioni errate.

I dati parlano di circa 180 mila rom in Italia, di cui 130 mila lavoratori e abitanti in appartamento e SOLO 50 mila x le strade, quindi piu del doppio hanno vita comune e una minoranza vive in condizione di degrado.

A Napoli esiste la camorra, una parte della popolazione è collusa, compreso le istituzioni, i napoletani sono camorristi?
Uhmmm... se vogliamo parlare di proporzioni, penso che il confronto vada fatto in questi termini (metto dei numeri approssimativi, non ho i dati sottomano):

In Italia ci sono 60 milioni di abitanti.
Un milione delinquono.
Proporzione: 1/60 (1,67%).

In Italia ci sono 180 mila rom.
50 mila delinquono.
Proporzione: 50/180 (27,8%).

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Re: Zingari: integrazione (im)possibile?

Messaggio Da primaverino il Ven 16 Ott - 17:07

Sempre dando per scontato che i 130.000 stanziali siano tutti delle mammolette (e di questo dubito).
Dei miei clienti (ormai ex-clienti) viaggiano su macchinoni di pregio, abitano in appartamenti di lusso (o villa) e hanno la metà dei parenti in galera.
Vuoi dire che siano gli unici?
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Re: Zingari: integrazione (im)possibile?

Messaggio Da chef75 il Ven 16 Ott - 17:11

Minsky ha scritto:
chef75 ha scritto:
Rasputin ha scritto:
invisiblemonsters ha scritto:Per la stessa ragione si dovrebbe affermare che gli italiani sono dei mafiosi poichè rappresentati da determinati casi infelici

Eh no...stai invertendo le proporzioni

Veramente sono le tue proporzioni errate.

I dati parlano di circa 180 mila rom in Italia, di cui 130 mila lavoratori e abitanti in appartamento e SOLO 50 mila x le strade, quindi piu del doppio hanno vita comune e una minoranza vive in condizione di degrado.

A Napoli esiste la camorra, una parte della popolazione è collusa, compreso le istituzioni, i napoletani sono camorristi?
Uhmmm... se vogliamo parlare di proporzioni, penso che il confronto vada fatto in questi termini (metto dei numeri approssimativi, non ho i dati sottomano):

In Italia ci sono 60 milioni di abitanti.
Un milione delinquono.
Proporzione: 1/60 (1,67%).

In Italia ci sono 180 mila rom.
50 mila delinquono.
Proporzione: 50/180 (27,8%).

Fallo su napoli il calcolo e non su tutta l Italia.

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Re: Zingari: integrazione (im)possibile?

Messaggio Da chef75 il Ven 16 Ott - 17:32

primaverino ha scritto:Sempre dando per scontato che i 130.000 stanziali siano tutti delle mammolette (e di questo dubito).
Dei miei clienti (ormai ex-clienti) viaggiano su macchinoni di pregio, abitano in appartamenti di lusso (o villa) e hanno la metà dei parenti in galera.
Vuoi dire che siano gli unici?

Io non dico nulla se non che ormai è nell'immaginario comune abbinare gli zingari al furto e per una parte di essi indubbiamente sarà così. Di qui a dire che TUTTI gli zingari rubano ce ne passa e ripeto l'esempio, a Napoli c'è la camorra, in Calabria l'andrangheta, in Puglia la sacra corona, in Sicilia la mafia, i meridionali sono dei collusi mafiosi?

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Re: Zingari: integrazione (im)possibile?

Messaggio Da primaverino il Ven 16 Ott - 17:44

chef75 ha scritto:

Io non dico nulla se non che ormai è nell'immaginario comune abbinare gli zingari al furto e per una parte di essi indubbiamente sarà così. Di qui a dire che TUTTI gli zingari rubano ce ne passa e ripeto l'esempio, a Napoli c'è la camorra, in Calabria l'andrangheta, in Puglia la sacra corona, in Sicilia la mafia, i meridionali sono dei collusi mafiosi?

Ma io non ho mai detto che TUTTI gli zingari rubano (o si dedicano ad attività illecite a vario titolo, dato che per essere delinquente non è necessario dedicarsi esclusivamente al furto) bensì che la percentuale di delinquenti all'interno di tale gruppo etnico è imparagonabile con qualsiasi altro consesso sociale.
Contestavo pure il tuo discorso riguardo ai 130.000 stanziali (e quindi "automaticamente" non delinquenti).
Il parallelo con le varie mafie, da ultimo, non mi pare affatto calzante con la situazione Rom. le mafie, a mio sommesso avviso, non vengono sconfitte per precisa volontà politica, quindi il discorso è del tutto diverso.
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Re: Zingari: integrazione (im)possibile?

Messaggio Da chef75 il Ven 16 Ott - 19:31

XVI Legislatura

SENATO DELLA REPUBBLICA

Commissione straordinaria per la tutela e la promozione dei diritti umani
Rapporto conclusivo dell'indagine
sulla condizione di Rom, Sinti e Caminanti in Italia

CONCLUSIONI A GUISA DI INTRODUZIONE
La conclusione dell‟indagine della Commissione straordinaria per i diritti umani del Senato permette di formulare alcune considerazioni e di avanzare alcune proposte e ipotesi di lavoro da sottoporre al dibattito politico e istituzionale.
Come è stato più volte ripetuto l‟obbiettivo del lavoro non era e non è quello di sciogliere le diverse posizioni politiche presenti su questo difficile argomento ma piuttosto di offrire alla discussione parlamentare una base di conoscenza condivisa che renda possibile un confronto più costruttivo.
Naturalmente la scelta di conoscere, in questo caso più che in altri, è di per sé una scelta politica. E non solo perché si tratta di rompere un circolo vizioso, una spirale nella quale ignoranza e pregiudizio si alimentano reciprocamente, ma perché la conoscenza porta alla luce degli spaccati sociali e delle condizioni di vita così drammatiche che possono essere tollerate solo se si decide di non guardarle, se si gira la testa dall‟altra parte quando si incontra un bambino mendicante o si passa davanti a uno dei campi che costeggiano le periferie di tante nostre città.
Decidere di rompere questo velo di ignoranza, decidere di conoscere e di sapere è il punto di partenza senza il quale nessuna politica può essere costruita.
È necessario un progetto nazionale che parta dai numerosi punti di osservazione presenti nel territorio, renda omogenei i metodi di ricerca e di raccolta di dati e di informazioni, proceda alla loro sistematica elaborazione, li integri con indagini quantitative e con ricerche qualitative appropriate e costruisca per questa via una banca dati nazionale attendibile. Questo progetto non è possibile senza il dialogo, il coinvolgimento, la diretta partecipazione dei diretti interessati. Come vedremo più avanti questa partecipazione non è disponibile spontaneamente ma richiede lavoro e formazione. Questa è la prima proposta.
La seconda riguarda il Piano Nazionale sulla questione di Rom e Sinti la cui mancanza è stata criticata da ultimo dai molti organismi internazionali che hanno osservato negli anni e nei mesi scorsi il nostro Paese. La mancanza di una strategia nazionale limita o impedisce l‟utilizzazione di quelle stesse risorse europee che sono a disposizione di politiche di integrazione.

Ma l‟espressione Piano Nazionale non può portare con sé la nociva illusione che siano su una questione come questa possibili soluzioni univoche e omogenee: solo risposte pragmatiche, differenziate, concrete possono portare nella direzione giusta e queste comportano articolazione e decentramento e la responsabilità diretta delle istituzioni locali. Quindi l‟unico piano nazionale possibile è una strategia fondata su una ricca articolazione capace di rispondere alle diverse domande e alle diverse esigenze. Ma questa articolazione non può significare che ciascuno viene lasciato solo davanti ai problemi e che le risorse disponibili restano in larga misura inutilizzate.
Il passo nella direzione giusta può essere rappresentato dalla costituzione di una task force nazionale al servizio delle istituzioni locali, delle organizzazioni non governative, delle rappresentanze dei Rom esistenti che aiuti a passare dalle idee e dalla volontà al progetto, alla sua formulazione tecnica e amministrativa e alla sua implementazione. In questa direzione si sono mossi e si muovono molti paesi europei.
La terza proposta riguarda la questione della regolarizzazione: nel rapporto il tema è analizzato con cura ed esaminando le diverse situazioni. In particolare va evidenziata la questione del riconoscimento della cittadinanza per i minori, nati e cresciuti in Italia per i quali una soluzione si impone allo stesso modo – e forse ancora di più – che per le altre centinaia di migliaia di bambini e adolescenti nella stessa condizione nella vasta realtà della nostra immigrazione.
La quarta proposta riguarda le politiche.
Ci sono due punti di grande valore culturale e soprattutto simbolico che richiederebbero un intervento legislativo specifico. Abbiamo il dovere di compiere un atto di riparazione inserendo il genocidio dei Rom tra quelli che vengono ricordati ogni anno il 27 gennaio nel Giorno della Memoria.
E si deve riaprire il capitolo della legge 482 del 1999 che riconosce le minoranze linguistiche italiane per includervi la minoranza Rom e la sua lingua, il romanès. È paradossale, come è stato fatto notare di recente, che il riconoscimento dell‟esistenza della minoranza Rom esista ma solo in negativo, in particolare
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attraverso gli atti del Ministero degli Interni che per le sue funzioni si occupa in primo luogo di questioni di sicurezza.
Si tratta di aspetti simbolici ma nessuno può sottovalutare l‟importanza straordinaria che i simboli assumono.
Il primo punto pratico è invece quello dei campi.
Si tratta di una realtà che, con pochissime eccezioni, non esiste in altri paesi europei. E si tratta di una realtà caratterizzata, per usare il linguaggio delle convenzioni internazionali, da condizioni inumane e degradanti. Si tratta di realtà incompatibili con qualsiasi progetto di inclusione e integrazione dove si riproducono quelle condizioni di crudele emarginazione i cui effetti si riversano poi nella vita delle città. È lì che generazione dopo generazione si perde il popolo delle discariche, un popolo fatto per più del quaranta per cento da bambini fino ai quattordici anni.
È necessario un programma graduale di chiusura dei campi, a partire da quelli più degradati, e di offerta di soluzioni abitative diverse, accettabili e accettate, cioè discusse e confrontate. Gli esempi di tante e diverse buone pratiche alle quali riferirsi per fortuna non mancano.
Il secondo punto pratico è quello dei bambini e della scuola. Tra le tante esperienze emerge quella della Comunità di Sant‟Egidio ispirata a una incentivazione dell‟assolvimento degli obblighi scolastici attraverso una politica di borse di studio gestita sulla base di regole precise e del loro rigoroso rispetto. Anche in questo caso il coinvolgimento delle famiglie appare determinante e in particolare – soprattutto per quanto riguarda la fase prescolare che è così importante per anticipare i processi di socializzazione e prevenire la formazione e il consolidamento di handicap culturali – andrebbe esaminato con cura la possibilità di coinvolgere direttamente le madri (spesso, occorre ricordarlo, giovanissime madri) nei percorsi educativi.
Il terzo punto pratico riguarda il lavoro. Essere riconosciuti come Rom è un ostacolo a trovare lavoro, anche per chi aveva iniziato percorsi di formazione lavoro che apparivano promettenti. Si possono pensare azioni positive, cioè incentivi o disincentivi che attenuino questa discriminazione?
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Ed è dall‟altro lato possibile fare emergere e offrire un quadro più regolare e al tempo stesso più dignitoso ad attività che già oggi contribuiscono al reddito e alla sopravvivenza delle famiglie, come quella che abbiamo visto nel campo di Napoli Capodichino della raccolta e della vendita del ferro a 13 centesimi al chilo e 130 euro alla tonnellata o alle attività di recupero e riciclo di materiali nel quadro della raccolta differenziata? E una nuova legge sullo spettacolo viaggiante oltre che rispondere ai problemi dei Sinti giostrai che ancora svolgono la loro attività non potrebbe cercare di riconoscere e regolare in un modo utile per i diretti interessati e per l‟insieme dei cittadini il lavoro degli artisti di strada?
L‟ultimo problema che vogliamo sottolineare è quello della partecipazione. Non spenderò parole per dire come sia una questione essenziale, una conditio sine qua non. E nello stesso tempo è uno dei problemi più difficili.
La realtà associativa appare oggi estremamente frammentata e attraversata da conflitti di gruppo e settari. E tuttavia rimane un punto di partenza e un interlocutore necessario.
Ma il punto è come investire per formare dentro le comunità Rom e Sinti una leva di operatori sociali, di mediatori culturali che siano la rete intorno alla quale la partecipazione può essere organizzata con una certa continuità. Questo richiede risorse ma sono risorse destinate a produrre risparmi rilevanti in altri campi da quello dell‟assistenza a quello della sicurezza.
E nello stesso tempo sono risorse investite sul futuro non solo dei Rom ma della nostra società, dell‟Italia e dell‟Europa.
La ricerca condotta dalla CRI su 4927 Rom e Sinti dei campi di Roma ci offre da un lato il dato drammatico che solo il 2,8% della popolazione è al di sopra dei 60 anni, il che evidenzia una speranza di vita tragicamente al di sotto degli standard del nostro paese. Ma dall‟altro ci parla di oltre un 40% di bambini e di fanciulli al di sotto dei 14 anni e ci dice quante possibilità, quante speranze di miglioramento possano essere costruite.
Per una volta siamo soddisfatti del nostro lavoro e speriamo che sia accolto come un contributo a una discussione di merito.
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Fuori dalla demagogia e dalle semplificazioni sappiamo che si tratta di una questione difficile che nessuno in Europa ha risolto e che non ha soluzioni facili. È un campo nel quale si può procedere solo per sperimentazione, correggendo via via gli errori e imparando dall‟esperienza.
Per questo però c‟è bisogno che la politica si comporti responsabilmente, a maggior ragione perché si tratta di una delle questioni più impopolari con la quale misurarsi.
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1. PREMESSA
La Commissione straordinaria per la tutela e la promozione dei diritti umani, nell'ottobre del 2009, ha iniziato un'indagine conoscitiva sui problemi concernenti la condizione delle popolazioni Rom, Sinti e Caminanti in Italia.
Le questioni che riguardano Rom, Sinti e Caminanti, infatti, non sono mai state oggetto di un'analisi approfondita e sistematica da parte del Parlamento. E troppo spesso, esse sono state affrontate unicamente sotto il profilo del cosiddetto decoro urbano, della sicurezza o dell'ordine pubblico.
Per altro verso tutti gli stati europei considerano un problema i Rom e in generale le popolazioni che a tali gruppi vengono assimilate, il che rende complessa l'attuazione di politiche volte all'integrazione.
La comunità internazionale, in particolare gli organismi europei, dà un giudizio fortemente critico sulle politiche seguite da diversi paesi con riferimento a Rom, Sinti e Caminanti. Il giudizio negativo ha colpito volta per volta la Repubblica Ceca, la Francia e altri paesi. Anche l'Italia si è dovuta confrontare con le critiche su questo o quell'aspetto della propria politica, critiche che non hanno risparmiato certi atteggiamenti della società civile. Il nostro paese, quest'anno, è stato sottoposto alla Universal Periodical Review da parte del Consiglio dei Diritti Umani dell'Onu: tra le 92 raccomandazioni che riguardavano l'Italia, ben 10 si sono concentrate sul trattamento riservato alle minoranze Rom e Sinti.
Il 10 marzo del 2010, l‟Alto Commissario dell‟Onu per i Diritti Umani, Navi Pillay, è stata ascoltata in audizione dalla Commissione per i diritti umani del Senato ed ha avuto parole di sconcerto e di forte critica rispetto a quanto riscontrato nel corso dei sopralluoghi nei campi Rom dei giorni precedenti.
In Italia, esistono undici leggi regionali su Rom, Sinti e Caminanti e un reticolo di provvedimenti locali e ordinanze municipali, ma manca un piano nazionale che fissi univocamente le linee di intervento che siano allo stesso tempo flessibili (rispetto alle diverse esigenze e al contesto territoriale) e condivise nella loro applicazione, mancanza che, peraltro, è stata sottolineata dall'Anci, l'Associazione nazionale dei Comuni Italiani, nel corso dell'audizione in Senato.
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L'indagine promossa dalla Commissione ha l'obiettivo di costruire una base di conoscenza condivisa. Essa non pretende di risolvere i problemi e la diversità di posizioni presenti nel dibattito politico. Semmai, attraverso l'indagine conoscitiva della Commissione, si vuole fornire, ai diversi orientamenti e alle diverse opinioni, un tessuto conoscitivo che superi gli stereotipi e un punto di partenza attraverso cui le opinioni si possano confrontare in modo costruttivo. Una migliore conoscenza dei fenomeni può portare all'individuazione di politiche più efficaci nel garantire sicurezza e integrazione.
L'indagine ha utilizzato principalmente lo strumento delle audizioni. Sono stati ascoltati dalla Commissione studiosi, membri di organismi internazionali, esponenti di enti locali, sindaci, rappresentanti di associazioni italiane e internazionali nonché membri delle comunità italiane di Rom, Sinti e Caminanti. Oltre alle audizioni, la Commissione ha effettuato alcune visite sul campo per verificare in prima persona le condizioni di vita in alcuni insediamenti: sono state visitate alcune realtà abitative dei Rom ed è stata effettuata una missione in Romania. Infine sono stati presi in considerazione, nella stesura del presente rapporto, i documenti approvati da organismi internazionali, europei, nazionali e locali; le indicazioni e le raccomandazioni della Commissione Europea e del Consiglio d'Europa; il rapporto sulle minoranze redatto dal Governo italiano; i materiali informativi messi a disposizione della Commissione dalle personalità audite.
Nella prima parte del rapporto viene affrontato il contesto della presenza di Rom, Sinti e Caminanti in Italia: consistenza numerica, zone di provenienza e di insediamento, aspetti culturali, status giuridico. Nella seconda vengono analizzati aspetti specifici della loro condizione: le problematiche abitative; l'accesso a servizi come scuola e sanità; la condizione lavorativa; le questioni relative alla sicurezza e alla criminalità; la situazione dei minori. Nella terza parte viene tracciato un confronto con le normative internazionali e di altri stati europei.
Questo lavoro non può rappresentare un punto d'arrivo sulla conoscenza delle questioni che riguardano le popolazioni Rom, Sinti e Caminanti in Italia ma costituisce una base di partenza sia per ulteriori studi e approfondimenti sia per
eventuali iniziative di tipo normativo o amministrativo.

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Re: Zingari: integrazione (im)possibile?

Messaggio Da chef75 il Ven 16 Ott - 19:32

2. ROM, SINTI E CAMINANTI IN ITALIA
2.1 IL PROBLEMA DEI DATI
Uno dei principali problemi con cui ci si scontra nell'affrontare le questioni che riguardano le popolazioni Rom è quello dell'assenza di dati certi. Questo gap non è una specificità italiana ma è anzi una difficoltà comune a gran parte dei paesi europei. Non esistono dati certi sul numero della popolazione Rom presente in Italia e in Europa, sul livello di istruzione e di disoccupazione, sull'aspettativa di vita e sulla mortalità infantile, sulla situazione abitativa e sul tasso di disoccupazione, sulla percentuale di stranieri e apolidi e sull'accesso ai servizi sociali, sanitari e di welfare. Non si conosce il reddito medio o il grado di integrazione.
Senza queste informazioni decisive diventa molto difficile mettere a fuoco i problemi e elaborare risposte politiche appropriate e utilizzare al meglio le risorse; senza indicatori in grado di valutare i cambiamenti di queste condizioni nel tempo e nello spazio diventa impossibile valutare gli effetti delle scelte politiche. Senza statistiche disaggregate risulta difficile stabilire obiettivi, determinare gli strumenti in grado di perseguirli e fare valutazioni sull'impatto delle singole decisioni. Una migliore conoscenza sul mondo Rom e Sinti è necessaria per spezzare il circolo vizioso dell'ignoranza e del pregiudizio: l'ignoranza infatti genera pregiudizi, i pregiudizi alimentano l'ignoranza.
Secondo il rapporto «No data – No progress», del giugno 2010, nell'ambito della «Decade of Roma inclusion 2005-2015» sostenuto dalla «Open society foundation» promossa George Soros, cui partecipano dodici paesi europei (Albania, Bosnia Erezegovina, Bulgaria, Croazia, Repubblica Ceca, Ungheria, Macedonia, Montenegro, Romania, Serbia, Slovacchia e Spagna), «la carenza di dati sulle comunità Rom rimane il maggiore ostacolo» per valutare condizioni di vita e costituisce un limite, per i governi, alla messa in atto di politiche appropriate e alla
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possibilità di valutarne l'impatto. È infatti ampiamente accertato che i Rom in Europa sono sottostimati (o non contati del tutto) nelle statistiche ufficiali, come i censimenti nazionali.
Perché è così difficile avere dati precisi sulle popolazioni Rom? Intanto perché, come ha spiegato Lenaordo Piasere nel corso dell'audizione presso la Commissione per i diritti umani del Senato del 20 aprile 2010, molti degli appartenenti a questi gruppi mettono in atto strategie mimetiche allo scopo, laddove è possibile, di essere assimilati al resto della popolazione: non è un mistero infatti che dichiararsi Rom o Sinti, da un punto di vista delle strategie individuali, non sia conveniente, visti i pregiudizi e gli stereotipi che accompagnano, nell'opinione comune, queste popolazioni: «Gli antropologi studiano da cinquant'anni il tema dell'identità culturale ed etnica ed è noto che si tratta di un concetto chewing gum. È certo che si dà priorità all'autoidentificazione, all'autodenominazione ed all'autoascrizione ad una comunità. Per i Rom e i Sinti, invece, si pone il problema della doppia figura: poiché essere etichettati come zingari è assolutamente stigmatizzante e siccome è noto che i gagé [i non zingari in lingua romanì, Ndr] sanno che molti di loro non si autodenominano Rom o Sinti, questi ultimi di fronte agli stessi gagé non si definiscono nemmeno in questo modo. È invece importante verificare come si definiscono all'interno delle proprie comunità e quali sono le reti attive nel loro gruppo, tra le famiglie. Ad esempio, molti giostrai sono Sinti e quando si presentano ai gagé è ovvio che negano di esserlo; non gli conviene ammetterlo perché altrimenti si alzerebbe subito un muro».
Rispetto ad altre popolazioni, l'unico strumento possibile per attribuire l'identità Rom a una data persona è poi proprio l'autoascrizione: un francese, un marocchino, un kazako hanno un'entità statale di riferimento, un documento che prova l'appartenenza a un dato paese, una lingua comune di riferimento; oppure, è il caso degli appartenenti alla religione ebraica, esiste una fede comune alla quale fare riferimento e che in un certo senso fa da collante rispetto all'identificazione di una persona in quanto appartenente a un gruppo.
Per i Rom, minoranza priva di territorio, tutto ciò non è possibile: se si prendono in esame i documenti di identità di Rom o Sinti si trovano cittadini italiani
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o provenienti da paesi comunitari; o ancora apolidi; la lingua, il Romanes, non è parlata da tutte le persone che si identificano in Rom e Sinti; non esiste uno Stato di riferimento; non esiste una religione comune; le stesse tradizioni culturali sono diverse a seconda delle diverse traiettorie migratorie vissute dai singoli gruppi famigliari. Il nomadismo, ad esempio, che viene comunemente ritenuto un tratto distintivo delle popolazioni Rom e Sinti, a ben vedere non lo è: le trasformazioni sociali e economiche dell'ultimo secolo hanno determinato la scomparsa o il drastico ridimensionamento di molte delle attività che erano alla base del nomadismo. Quanti sono effettivamente nomadi? Secondo le informazioni raccolte da associazioni e enti pubblici, questa percentuale si aggira intorno al 3% (ma sui numeri c'è grande incertezza). Si tratterebbe quindi di una piccola minoranza. Ma anche in questo caso mancano dati affidabili, come mancano informazioni precise sulla percentuale e il numero complessivo di persone che vivono in campi autorizzati e insediamenti abusivi.
Quali strade percorrere per reperire dati certi? Una delle proposte che, a livello europeo, è presa in considerazione, tra timori e discussioni, è quella di un censimento su base etnica, non solo per i Rom, ma per tutti i gruppi di minoranza. I dati etnici possono infatti essere raccolti in modo da proteggere la privacy individuale e, allo stesso tempo, rendere disponibili quelle informazioni disaggregate per le singole comunità che sono decisive a sostenere lo sforzo delle istituzioni pubbliche nel contrasto a razzismo e discriminazione.
Uno strumento del genere, si dice, se maneggiato con grande cautela, potrebbe fornire informazioni decisive per valutare le condizioni di vita di gruppi e minoranze di cui si sa ancora poco e di cui è difficile valutare il reale grado di integrazione nella società. Ma questa opzione si scontra sia con obiezioni di principio - in un certo senso decisive - sia con difficoltà di carattere pratico e organizzativo.
Censimento etnico (ethnic informations): pro e contro. Alcune perplessità avanzate in linea di principio sul metodo del censimento etnico possono essere superate prendendo in esame le normative dell'Unione europea e di diversi Stati membri riguardo la tutela dei dati personali. L'Unione europea, a questo riguardo,
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non proibisce espressamente la raccolta di dati etnici ma delega agli Stati membri la scelta. L'Unione europea ritiene che dati su base etnica possano essere raccolti ad alcune condizioni: primo, che sia rispettata la privacy dei singoli individui; secondo, che questi dati siano utilizzati a livello aggregato; terzo, che servano per contrastare diseguaglianze e discriminazioni. Di fatto, però, quasi tutti gli Stati, fatta eccezione per la Gran Bretagna, sono molto restii nell'utilizzare questo tipo di strumento.
In particolare, le raccolte di dati sono regolate fondamentalmente da due tipi di leggi: quelle sulla protezione dei dati personali e quelle che governano la conduzione di indagini statistiche.
La stessa Commissione europea (2000/43/EC) ha osservato, riguardo alla mancanza di dati disaggregati sulle minoranze: «La scarsità di dati etnici nella maggior parte degli Stati membri intralcia un appropriato monitoraggio dell'applicazione della legislazione comunitaria. Ci sono state obiezioni alla raccolta di questo tipo di dati basate sul fatto che questo avrebbe violato le disposizioni della direttiva europea sulla protezione dei dati. Questo non riflette la realtà. […]. Sono gli Stati membri a decidere se i dati etnici devono essere raccolti per produrre statistiche per contrastare la discriminazione, provvedendo al rispetto della direttiva sulla protezione dei dati personali».
Ma oltre alle obiezioni di principio esistono dubbi sull'efficacia di un censimento effettuato su base etnica. Molti sostengono che un censimento etnico, in particolare per quanto riguarda le comunità Rom e Sinti, difficilmente possa produrre dati e informazioni utili e precise. Esso si scontrerebbe con la scarsa propensione all'autoascrizione "ufficiale" a tali comunità da parte dei suoi membri, vista la generale opinione negativa che connota, nella popolazione maggioritaria, gli appartenenti a tali popolazioni; e con la difficoltà materiale di "contattare" tutti gli appartenenti a tali gruppi, quando una buona parte vive in insediamenti precari o abusivi.
Gran Bretagna e Romania. Già dai primi anni '90 la Gran Bretagna ha introdotto alcuni cambiamenti ai propri sistemi per il censimento e la raccolta dati. Il Governo aveva rilevato che “sono necessarie statistiche altamente dettagliate per implementare azioni politiche positive”. La raccolta di informazioni sull'etnia o la
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religione è basata su leggi che regolano la produzione di dati sensibili, in particolare la Law on statistcs, il Data protection act e il Race relation (amendment) act del 2000: quest'ultimo consente di derogare al divieto di acquisire dati etnici. Tutto il processo è poi supervisionato da autorità per la protezione dei dati, dall'istituto di statistica e dalle agenzie per la protezione dei minori. Informazioni etniche vengono raccolte anche sui luoghi di lavoro, nelle scuole e in altre istituzioni, sempre allo scopo di migliorare la conoscenza dei gruppi di minoranza e facilitare processi di inclusione e di superamento delle discriminazioni. Nel settore educativo, ad esempio, il dipartimento per i bambini, la scuola e la famiglia (Dcsf), raccoglie dati sull'etnia degli alunni nelle scuole pubbliche, attraverso il Pupil level annual school census (Plasc). Il censimento degli alunni utilizza una classificazione su base etnica: bianchi, asiatici, neri, meticci, e altre categoria, con tre o cinque sottocategorie per ogni risposta principale. Le autorità educative locali possono anche scegliere se adottare un lista più ampia di opzioni etniche, con informazioni che riguardano il paese o la regione di nascita o di provenienza, per calibrare in modo ancora più preciso la pianificazione scolastica. Questo processo consente poi la ricostruzione, a livello nazionale, di dati etnici sugli studenti. Un risultato pratico è che si possono destinare risorse specifiche per quei gruppi che in determinate aree del paese sono a rischio di ritardo scolastico e, nel tempo, di valutarne gli effetti.
Una forma di censimento etnico è stata utilizzata anche dalla Romania, proprio per quanto concerne la raccolta di informazioni sulla popolazione Rom. E il caso della Romania è emblematico di quali siano i limiti, forse invalicabili, di questo strumento. Il dato illuminante riguarda la popolazione: secondo le stime ufficiali, in Romania vi sarebbero 535.000 Rom. Le stime raccolte da diversi enti e associazioni e comunemente assunte come più realistiche, come si vedrà nella parte di questo rapporto dedicata alla Romania, parlano di una cifra che oscilla tra 1,5 e 2 milioni di persone, addirittura 3 milioni se si tengono in considerazione i matrimoni misti.
Ecco allora che calibrare le scelte politiche, il tipo di interventi e il loro eventuale grado di efficacia, su stime che, seppur ufficiali, fotografano in maniera assolutamente fuorviante la realtà diventa, oltre che inutile, controproducente.
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Quali dati raccogliere sui Rom? E tuttavia, avere dati certi è una condizione essenziale non solo per conoscere le condizioni di vita di una popolazione ma anche per agire correttamente.
Il rapporto «No data – No progress» suggerisce sei indicatori assolutamente necessari sia per valutare le condizioni di vita dei gruppi Rom all'interno di un paese sia per mettere in pratica e monitorare politiche per favorire l'integrazione.
1. Popolazione totale. Conoscere il numero totale di una minoranza è importante e di estrema utilità quando si tratta di adottare decisioni e allocare risorse. Nei paesi partecipanti al progetto le stime ufficiali riguardo alla popolazione Rom sono drammaticamente inferiori a quelle acquisite dalle diverse organizzazioni indipendenti, il che chiama in causa la qualità delle procedure messe a punto dai governi per rilevare le espressioni di appartenenza etnica in un modo appropriato a riflettere l'identità individuale. Nella maggior parte dei paesi i censimenti sono eseguiti ogni 10 anni, e sono l'unica opportunità per raccogliere dati etnici disaggregati. È interessante notare che i dati ufficiali sottostimano la presenza di Rom in un range tra il 55% e il 90% rispetto ai dati raccolti da associazioni non governative e onlus.
2. Educazione: completamento dell'istruzione primaria. Il parametro scelto per valutare l'educazione è quello del completamento del ciclo di istruzione primaria. La frequenza scolastica, l'iscrizione alle scuole del pre-obbligo o il grado di istruzione secondaria sono strumenti utili per stimare il successo scolastico, mentre il parametro scelto a riferimento valuta anche la capacità del sistema scolastico di portare alla piena educazione i suoi alunni. Nella maggior parte dei paesi del «Decade project» questi dati mancano completamente.
3. Lavoro: disoccupazione. Questi elementi sono considerati fondamentali per capire l'impatto delle politiche per l'occupazione tra i Rom, uno degli aspetti più importanti delle politiche di integrazione.
4. Salute: mortalità infantile. Questo indicatore è stato scelto come esempio per valutare il grado di accesso ai servizi sanitari e la qualità delle condizioni di vita. Il tasso di mortalità infantile è infatti influenzato dalle cure materne
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prenatali e dalle condizioni di vita del neonato; questo indicatore è anche significativo in quanto il tasso di natalità tra i Rom è tendenzialmente più alto rispetto al resto della popolazione.
5. Abitazione: istituzione di campi o insediamenti con basse condizioni di vita. Nei dodici paesi in esame, la segregazione abitativa dei Rom è di vaste proporzioni. Molti vivono in insediamenti rurali o in quartieri urbani ad alta densità di Rom, contraddistinti da alta povertà, bassa qualità delle abitazioni e da un limitato accesso ai servizi pubblici. La segregazione abitativa è poi direttamente correlata con l'accesso al lavoro, all'educazione, ai servizi sanitari e sociali. Anche in questo caso mancano dati ufficiali.
6. Discriminazione: numero di casi presentati dai Rom agli organismi di parità. La discriminazione verso i Rom è un tema che attraversa tutte la aree di politiche di intervento. Il numero dei reclami sollevati verso gli organismi per la promozione della parità di trattamento, previsti dalla direttiva 2000/43 del Consiglio d'Europa, può essere un indicatore per capire quanto siano state implementate le misure per combattere la discriminazione. Poiché questi organismi sono di istituzione relativamente recente e poco conosciuti l'incremento numerico dei casi sollevati dalle popolazioni Rom potrebbe suggerire che è maggiormente diffusa la conoscenza di questi organismi come sedi alle quali rivolgersi nei casi di discriminazione. Una volta radicate le attività di questi organismi, il numero di ricorsi diverrebbe indicatore affidabile rispetto alle politiche di integrazione.
Come uscire da questa impasse? La necessità di ottenere informazioni precise e dettagliate sulla condizione dei Rom in modo da favorire processi di inclusione e integrazione, si scontra con la difficoltà di ottenerle, anche attraverso strumenti collaudati come i censimenti. In realtà molte informazioni sono già reperibili, soprattutto a livello locale. Le strutture degli enti locali, i dipartimenti che nei vari Comuni si occupano di Rom, i servizi sociali, le associazioni e le onlus che portano avanti progetti di cooperazione nei vari territori, conoscono spesso in modo approfondito e preciso la situazione di Rom e Sinti nei diversi contesti. In quali campi essi vivono, quali sono le condizioni igieniche e sanitarie, quali i problemi e
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le opportunità di lavoro, quale la frequenza scolastica dei minori. Si tratta di un patrimonio immenso di dati che per loro natura sono però frammentari, raccolti in modo spontaneo e con metodologie diverse, basati più sull'esperienza diretta che non su una corretta elaborazione statistica, riferiti a realtà molto specifiche e quindi non facilmente generalizzabili. È da questi dati che si potrebbe partire per costruire una conoscenza più precisa e diffusa: dalla raccolta, dall'elaborazione, dalla sistematizzazione di questa considerevole quantità di informazione proveniente "dal basso". È necessario però che queste fonti di conoscenza vengano attivate attraverso un progetto nazionale che preveda un investimento volto a garantire l'uniformità dei metodi di ricerca e di raccolta dei dati e il loro trattamento; che alimenti suvey quantitative e indagini qualitative mirate alla conoscenza dei diversi aspetti che riguardano la presenza dei Rom sul territorio. E che sappia superare il problema di come coinvolgere queste popolazioni nella costruzione di questi elementi di conoscenza; è un caso questo nel quale può tornare attuale ed efficace la metodologia sociologica della con-ricerca.
2.2 CONSISTENZA NUMERICA
In mancanza di un censimento ufficiale, la stima della consistenza numerica delle popolazioni Rom, Sinti e Caminanti nel nostro Paese è particolarmente difficile da effettuare: mancano infatti criteri precisi per classificare una persona o un gruppo come appartenente alle minoranze Rom, Sinti o Caminanti.
In ogni caso, esistono diverse stime sulle presenze di Rom, Sinti e Caminanti in Italia.
Secondo un rapporto del ministero dell'Interno, dell'aprile 2006, dal titolo Pubblicazione sulle minoranze senza territorio1 «i risultati, pur non potendo essere considerati dal punto di vista statistico un censimento dettagliato, offrono comunque una stima numerica di circa 140.000 presenze totali di Rom, Sinti e Caminanti».
1 http://www.interno.it/mininterno/ export/sites/default/it/assets/files/13/La_pubblicazione_sulle_minoranze_senza_territorio.pdf
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Tale stima è confermata sia dalla Comunità di Sant'Egidio, che stima una presenta di 130.000 persone, sia dall'Anci che in un documento destinato all'audizione presso la Commissione (5 maggio 2010), parla di «130/150.000 Rom e Sinti». Anche l'Anci mette in guardia però rispetto alla reale consistenza delle popolazioni: «Si tratta di dati molto incerti. La difficoltà nel censire queste persone rimanda a un problema di carattere più generale, che è quello delle condizioni abitative e di vita, in generale, in cui si trovano molte famiglie».
Secondo l'Unirsi (Unione Nazionale e Internazionale dei Rom e dei Sinti in Italia) e l'Opera Nomadi è più realistico un dato intorno alle 170.000 presenze, una stima che terrebbe conto di quanti preferiscono non esplicitare la propria appartenenza a gruppi Rom, Sinti e Caminanti. In ogni caso gli individui appartenenti alle popolazioni Rom, Sinti e Caminanti, rappresentano in Italia una percentuale sulla popolazione intorno allo 0,2%, una delle più basse d'Europa. In Romania sono circa 1.800.000 e rappresentano l'8% della popolazione, in Bulgaria sono circa 700.000 pari all8,4%, in Repubblica Ceca 250.000 pari al 2,4%, in Grecia 200.000 pari al 2%, in Spagna tra 650 e 800.000 pari all'1,6%, in Francia 280.000 pari allo 0,5%. Leonardo Piasere, nel libro I Rom d'Europa. Una storia moderna (Laterza, 2009), individua poi un gruppo di paesi Balcanici (Romania, Bulgaria, Ungheria, Slovacchia, Serbia e Macedonia) in cui vive il 61,5% della popolazione "zingara" d'Europa, con percentuali sulla popolazione che oscillano tra l'11% e il 3,8%. E conclude: «Nella nuova Unione a venticinque Stati i Rom costituiscono la minoranza più numerosa e, formalmente, la meno riconosciuta».
Il Consiglio d'Europa, che dal 1995 ha istituito una Commissione di esperti incaricata di studiare la situazione dei Rom nei Paesi membri, ha fornito altri dati (verranno riportati al punto 4). Il Consiglio d'Europa stima la presenza complessiva in Europa di 11.155.000 Rom (nei documenti internazionali, perlatro, l'espressione "Roma" include tutti i gruppi che in senso lato possono essere ascritti a questa realtà); sempre secondo i dati raccolti dal Consiglio d'Europa, in Italia vivrebbero circa 170-180 mila Rom.

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Re: Zingari: integrazione (im)possibile?

Messaggio Da chef75 il Ven 16 Ott - 19:34

2.3 PROVENIENZA
Secondo l'Opera Nomadi, circa la metà dei Rom e Sinti residenti in Italia hanno la cittadinanza italiana mentre l'altra metà è proveniente principalmente dai Balcani e dalla Romania; probabilmente, nel corso degli ultimi anni, l'equilibrio si è spostato in questa seconda direzione con l'arrivo di numerosi gruppi provenienti soprattutto dalla Romania.
Anche la già citata pubblicazione del Ministero dell'interno offre un quadro: «Dei Rom, l‟assoluta maggioranza, proviene dai paesi della ex Jugoslavia, dall‟Albania e dalla Romania. L‟afflusso continuo e massiccio di profughi dalla Bosnia e di nuovi gruppi Rom dall‟ex Jugoslavia, Romania, Albania, Polonia fa sì che questo dato si possa considerare ulteriormente cresciuto. Irrilevante, ma non inesistente, la presenza di Rom e Sinti cittadini di paesi comunitari2».
Nel rapporto redatto dall'Anci per la Commissione (sopraccitato), rispetto alla provenienza di Rom e Sinti in Italia, si legge: «Le popolazioni Rom e Sinti in Italia sono presenti sin dal 1400. [...] In Italia Rom e Sinti sono presenti in tutte le Regioni: dai Sinti Piemontesi e Lombardi, ai Rom abruzzesi, cilentani, pugliesi, campani, ai Caminanti siciliani, ai Rom kalderasa, arrivati in Italia sin dalla fine della seconda guerra mondiale [...]. La gran parte di queste famiglie risiede in abitazioni, siano esse case popolari o appartamenti di proprietà».
Nello specifico, a partire dagli Anni '60 sono giunte in Italia le prime comunità Rom appartenenti ai paesi dell'ex Jugoslavia e tale flusso migratorio si è ulteriormente intensificato all'inizio degli Anni '90 con lo scoppio della guerra civile. Come spiega la dottoressa Mirella Karpati nel saggio Gruppi zingari in Italia contenuto nella volume Rom, Sinti, Kalé ... zingari e viaggianti in Europa di Jean Pierre Liégeois (Edizioni Lacio Drom, Roma, 1995) e citato dalla pubblicazione del Ministero dell'interno «le difficoltà economiche nei paesi dell‟Europa orientale e soprattutto la guerra nell‟ex Jugoslavia hanno portato un flusso sempre crescente di nuovi gruppi zingari in Italia». Dalla ex Jugoslavia sono quindi arrivate famiglie
2 Romania e Bulgaria il 1° gennaio 2007 sono entrate a far parte dell'Unione Europea.
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appartenenti a differenti gruppi e religioni: dalle regioni meridionali e centrali provengono i khorahané di religione islamica, dalla Serbia i dasikané, cristiano-ortodossi, dalla Bosnia i zergarja, ancora musulmani, dal Montenegro i rundasha. Altri gruppi e famiglie sono poi arrivati dal Kosovo e dall'Albania.
Tale flusso migratorio, prosegue l'Anci, «si è ormai interrotto da anni e si può parlare di una stabilizzazione delle famiglie appartenenti a questi gruppi. Parliamo quindi, anche in questo caso, di persone da tempo non più nomadi».
Le ultime ondate migratorie, iniziate verso la metà degli Anni '90 con la caduta dei regimi comunisti nei paesi dell'est europeo, sono quelle dei Rom romeni e bulgari: il flusso da tali paesi, anche per effetto dell'ingresso nell'Unione Europea, è ancora attivo.
Dal censimento effettuato dalla Croce Rossa Italiana, nel 2008, in tutti gli insediamenti Rom conosciuti sul territorio di Roma, e che ha coinvolto 4.927 persone, emergono alcune informazioni interessanti. Circa il 67% è cittadino di paesi della ex Jugoslavia (i due terzi di essi provengono dalla Bosnia); il 23% è costituito da Romeni e i cittadini italiani sono solo il 4,5%. Ma se si confrontano i dati relativi alla cittadinanza con quelli del paese di nascita si vedrà che mentre i Romeni sono nella quasi totalità nati in Romania, solo un terzo dei Rom provenienti dalla ex Jugoslavia sono nati in quei paesi: circa due terzi di dei Rom originari della ex Jugoslavia sono invece nati in Italia e rappresentano oltre la metà di tutti i Rom nati in Italia (contro il 4,5% di cittadini italiani). Questo ci conferma che mentre l'arrivo dalla Romania è relativamente recente, per quanto riguarda la ex Jugoslavia il flusso è iniziato negli anni Sessanta e ha conosciuto una seconda fase in occasione del conflitto che sconvolto quei paesi tra il 1991 e il 1995. Parliamo quindi di una popolazione che in parte consistente risiede nel nostro paese da circa mezzo secolo e, se si tiene conto della loro età media, di persone che sono nate qui e qui hanno vissuto l'intera loro vita.
Se quindi da un lato molti dei Rom cittadini italiani sono comunemente considerati immigrati, dall'altro molti Rom stranieri sono nati in Italia senza essere riconosciuti come cittadini italiani.
Attualmente, secondo il Rapporto del ministero, le comunità “sprovviste di
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territorio” sono sostanzialmente presenti in tutto il territorio nazionale ed in particolare nelle grandi e medie città nelle quali possono distribuirsi meglio. I Rom stranieri sono presenti al nord, sud e nelle isole mentre i Sinti sono presenti in gran parte al nord e al centro.
Una scheda fornita da Opera Nomadi reca nel dettaglio quali gruppi Rom e Sinti sono presenti in Italia, in quali regioni si trovano, e quali sono le caratteristiche principali dei diversi gruppi3.
2.4 STATUS CIVILE
Scrive Gianni Loy, ordinario di Diritto del lavoro all'Università di Cagliari, nel saggio Violino tzigano. La condizione dei Rom in Italia tra stereotipi e diritti negati (presente nel volume Rom e Sinti in Italia, Ediesse 2009): «Le comunità che
3 Ecco in sintesi le specifiche del rapporto. Sinti giostrai. Si tratta dei primi Rom e Sinti giunti via terra in Italia all'inizio del 1400. Sono tutt'ora diffusi in tutte le regioni del centro-nord e in estate si spostano al sud e nelle isole. L'occupazione tradizionale che caratterizza questi gruppi è quella di giostraio anche se lentamente questo mestiere va scomparendo. Molti ora lavorano come rottamatori o venditori di bonsai artificiali. In migliaia poi hanno acquistato microaree agricole per ricrearvi un habitat in grado di ospitare la famiglia estesa. Si contano almeno 10 gruppi di Sinti, a seconda della zona di provenienza e del dialetto regionale parlato, che ha ormai soppiantato la lingua romanì: Sinti piemontesi (presidenti in tutto il Piemonte);Sinti lombardi (Lombardia, in Emilia e in Sardegna); Sinti mucini (cioè “mocciosi; sono i più poveri); Sinti emiliani (Emilia Romagna centrale); Sinti veneti (presenti nel Veneto); Sinti marchigiani (Marche, nell'Umbria e nel Lazio); Sinti gàckane (localizzato in tutta l‟Italia centro-settentrionale); Sinti estrekhària (Trentino-Alto Adige Austria); Sinti kranària (nella zona della Carnia); Sinti krasària ( zona del Carso). I Sinti, complessivamente, contano circa 30.000 unità.
Rom abruzzesi e molisani (presenti, oltre che in Abruzzo e Molise, anche in Campania, Puglia, Lazio, Umbria, Toscana, Emilia, Veneto, Trentino Alto Adige e Lombardia). Rom napoletani (detti Napulengre) Rom cilentani (stanziati da secoli nella zona sud del salernitano in diversi centri; Rom lucani; Rom pugliesi; Rom calabresi (presenti in tutte le province della Calabria. Sono i Rom più poveri presenti nel nostro paese); Caminanti siciliani; Rom harvati (Rom immigrati in Italia dal nord della Jugoslavia); Rom kalderasha (presenti in Italia dal XIX secolo, sono l'ultimo gruppo di autentica tradizione seminomade) Rom lovara (Rom di cittadinanza spagnola o francese) transitano per lunghi periodi in Italia per motivi economici o per i raduni della chiesa evangelica; Rom jugoslavi. Secondo Opera Nomadi i Rom jugoslavi presenti in Italia sono circa 40.000 e sono situati in tutte le regioni, tranne la Basilicata e il Molise. Si suddividono in due gruppi principali: i Rom khorahanè, musulmani (i quali a loro volta comprendono i seguenti sottogruppi: i cergarija vlasenicaqi, originari della città bosniaca di Vlasenica, giunti nel 1967 a Milano e che vivono prevalentemente nei campi del centro-nord; i cergarija crna gora, provenienti da Bosnia, Croazia e Erzegovina; i shiftarjia e mangiuppi, originari del Kosovo, che sono il gruppo più numeroso; i kaloperija, provenienti da famiglie miste e legati ai cergarija vlasenicaqi). Il secondo grande gruppo di Rom jugoslavi è rappresentato dai Rom dasikhané, di religione cristiano-ortodossa (sono sottogruppi di questo secondo gruppo i kanjarija e affini, originari della Serbia e presenti nel centro-nord d'Italia, nonché nella zona di Napoli e in Sicilia; i rudari, serbi di origine romena).
Rom rumeni. Dopo i primi arrivi dalle città di Craiowa e Timisoara, dalla Romania si registra un esodo continuo verso l'Italia e il resto d'Europa. Le comunità più grandi sono stanziate a Roma, Milano, Napoli, Bologna, Bari e Genova.
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sinteticamente identifichiamo con l'appellativo di Rom si compongono di almeno tre categorie di soggetti dotati di un differente patrimonio di diritti: cittadini italiani, cittadini di altri Stati membri (dell'Unione Europea, Ndr), extracomunitari. A questi se si vuole potrebbero aggiungersi gli apolidi e i rifugiati».
Come è stato ricordato all'inizio della presente relazione (punto 2.2) i Rom e Sinti aventi cittadinanza italiana sarebbero circa la metà dei presenti sul territorio, con un'altra metà di stranieri di cui il 50% proveniente dalla ex Jugoslavia e il restante dalla Romania, con presenze minori da Bulgaria e Polonia. Per quanto riguarda le popolazioni provenienti da Romania, Bulgaria e Polonia si tratta - oggi - quindi di cittadini di Stati membri dell'Unione e quindi di immigrati regolari. Per quanti invece provengono dai paesi della ex Jugoslavia la situazione è molto più complicata, essendo "extracomunitari": una quota di essi è presente sul territorio nazionale con regolare permesso di soggiorno; una quota è rappresentata dai "richiedenti asilo"; una parte è invece "irregolare", cioè senza permesso di soggiorno. Tra i richiedenti asilo e gli irregolari è rilevante la quota di "apolidi": si tratta di Rom provenienti dalla ex Jugoslavia i quali, come ha sottolineato nella sua audizione in Commissione Sergio Chiamparino, presidente dell'Anci e Sindaco di Torino, «sono cittadini di uno Stato non più esistente e quindi hanno un'oggettiva difficoltà ad acquisire documenti validi di identità, e questo va anche al di là della presenza irregolare nel nostro paese».
Esiste però un paradosso: «L'idea diffusa nei Gagé dello zingaro come straniero, nel senso di estraneo, ma anche di non cittadino, negli anni ha contagiato negli anni anche le istituzioni. Tutto ciò riguarda e colpisce maggiormente chi abita nei "campi". Non è raro che le pubbliche amministrazioni concepiscano uffici comuni per stranieri e nomadi: spesso può accadere che un Rom o un Sinto italiano debbano rivolgersi per far valere i propri diritti a questi uffici, che non dovrebbero avere competenza alcuna su italiani e sedentari. Allo stesso modo molte direttive ministeriali – ad esempio nel campo dell‟istruzione – danno indicazioni per gli immigrati e i nomadi (intendendo l‟insieme dei Rom e Sinti), considerandoli un insieme da dividere. Non è solo un problema terminologico. È un errore di conoscenza e valutazione, che ha ricadute sulle condizioni concrete di vita
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quotidiana dei Rom e Sinti di cittadinanza italiana. , con l‟unica differenza costituita dalla non "espellibilità"»4.
Un'altra situazione particolare riguarda i minori, figli (e sempre più spesso nipoti) di Rom provenienti da quella che fu la Jugoslavia: si può stimare si tratti di circa 15.000 giovani. Nati e cresciuti nel nostro paese, non ne hanno ottenuto la cittadinanza e si trovano in uno status giuridico molto particolare. Il problema principale è legato alla cittadinanza e di conseguenza è relativo al documento di identità. È la situazione dei Rom giunti in Italia negli anni ‟60 e ‟70 dalla Jugoslavia e di quelli giunti dopo il 1990, “profughi” negli anni delle guerre balcaniche. Molti (ma non tutti) possedevano documenti di identità rilasciati dalla Repubblica Socialista Federativa di Jugoslavia-RSFJ (passaporto rosso per i maggiorenni, bianco per i minorenni, carte di identità). Il problema è che i nuovi Stati nati dalla dissoluzione della Jugoslavia non sempre hanno riconosciuto i Rom come loro cittadini, per diverse ragioni che si potrebbero così riassumere:
• talvolta i Rom sono nati o hanno risieduto in zone che hanno cambiato maggioranza etnica dopo la guerra (es. mussulmani nell‟attuale Repubblica Serba di Bosnia o serbi nell‟attuale Bosnia croato-mussulmana);
• la distruzione di molti uffici anagrafici ha comportato la richiesta di “prove” che spesso i Rom residenti all‟estero non posseggono;
• a chi era nato nel territorio del nuovo Stato è richiesta la residenza (che chi viveva all‟estero, non ha);
• alcuni sono nati sul territorio di uno stato e hanno risieduto su quello di un altro (es. nato in Serbia, vissuto in Bosnia): nessuno lo riconosce cittadino;
• altri sono nati in uno Stato da genitori di un altro Stato (es. nato in Croazia da genitori bosniaci);
• a chi è nato all‟estero è richiesta la registrazione nel comune di residenza dei genitori (che talvolta ha cambiato maggioranza etnica e non accetta nuove iscrizioni);
4 Documento inviato alla Commissione dalla Comunità di Sant'Egidio, pag 5.
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• c‟è il problema dei maggiorenni che non hanno fatto il militare;
• generalmente si rimprovera ai Rom il fatto di non aver combattuto per la nascita del nuovo Stato.
Questa situazione ha fatto sì che molte persone si siano ritrovate in Italia senza passaporto e prive di un qualsiasi documento di identità valido. Per semplificare si potrebbero evidenziare alcune tipologie:
1. Persone giunte in Italia senza documenti di identità (hanno vissuto molti anni qui, ma sempre senza documenti). Anche se spesso sono “noti” alle autorità italiane (magari con nomi diversi) – poiché sottoposti a rilievi fotodattiloscopici – non posseggono una cittadinanza e quindi sono inespellibili (ma anche “insanabili”).
2. Bambini nati in Italia da persone di cui al punto 1: spesso riconosciuti all‟anagrafe da genitori con nomi alquanto “fantasiosi”, sono cresciuti in Italia, ma non hanno né documenti di identità, né cittadinanza. Spesso posseggono “prove” del loro soggiorno continuativo (vaccinazioni, scolarizzazione, ecc.), ma questo non li aiuta a risolvere il loro status. Questa condizione, con l‟adolescenza, è un fattore che spinge verso l‟illegalità.
3. Persone giunte in Italia con documenti jugoslavi “regolari”, ma che non hanno ottenuto documenti dai nuovi stati: scivolati nell‟irregolarità, vivono da anni qui, ma non avendo documenti di identità non possono “sanarsi” e non avendo cittadinanza sono inespellibili.
4. Figli nati in Italia da genitori di cui al punto 3 o figli di genitori regolari che non hanno ottenuto per diverse ragioni la cittadinanza (e quindi il passaporto) del paese dei genitori: nati e cresciuti qui, talvolta presenti nel permesso di soggiorno dei genitori, “scompaiono” a 14 o 18 anni e diventano “invisibili”.
5. Situazioni particolari: genitori, “sposi” o conviventi di cittadini italiani che non riescono a regolarizzare la propria posizione poiché privi di documento di identità.
6. Ci sono poi alcuni casi (rari) di non iscrizione all‟anagrafe o di iscrizioni con nomi falsi dei genitori; persone che non riescono pertanto a rintracciare neanche i propri certificati di nascita: anche se veramente nati in Italia,
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non c‟è traccia delle loro generalità (si tratta talvolta di orfani o di figli di persone con gravi disagi).
Le situazioni esposte dimostrano come una parte dei Rom provenienti dalla ex Jugoslavia siano da considerare apolidi de facto. Con estrema difficoltà possono però divenirlo de jure, essendo necessario esibire, al momento della presentazione in via amministrativa della domanda di riconoscimento dello status di apolide, certificato di residenza e permesso di soggiorno»5.
In sostanza, «moltissimi dei Rom ex-jugoslavi sono generalmente inespellibili (perché regolari, perché privi di cittadinanza, perché “socialmente inseriti”, perché genitori di minori privi della cittadinanza, perché coniugati con persone regolari, ecc.). In questo senso anche la decisione della Corte Europea dei Diritti Umani che ha autorizzato il reingresso in Italia di alcune famiglie di Rom espulsi in Bosnia dalle autorità italiane6, dimostra quanto il tema sia delicato.
Andrebbe quindi trovato uno strumento di “emersione” per chi – per diverse ragioni – è inespellibile, ma perennemente “irregolare”: questo favorirebbe anche un possibile inserimento o reinserimento sociale ed eviterebbe la permanenza in uno stato di limbo dal quale è quasi scontato scivolare nell‟illegalità. Potrebbe forse essere questa una delle funzioni positive dei neo Commissari di recente istituzione .
Peraltro, nonostante molti dei “regolari” siano “lungo-residenti”, pochissimi hanno ottenuto la Carta di Soggiorno: è evidente che il perenne stato di “precarietà giuridica” per persone che ormai vivono stabilmente in Italia, comporta un‟instabilità che lede all‟inserimento nel tessuto sociale e spinge ai margini della nostra società»7.
Ammonisce infine Loy: «A fronte di una diversità di posizione giuridica ascrivibile allo status corrispondente alla cittadinanza, le comunità Rom e Sinti
5 Ibidem, pag 5-7.
6 Alcuni Rom espulsi nel 2000 da Roma verso la Bosnia presentarono un ricorso alla Corte Europea dei Diritti dell‟Uomo e “vinsero” ottenendo di tornare in Italia a spese dello Stato e di ricevere permessi di soggiorno e indennizzi. Sull‟episodio del 2000 cfr. Cinzia Gubini, “Cacciati da Roma, cacciati da Vlasenica”, il Manifesto 7 marzo 2000, e soprattutto il testo dell‟“accordo” con l‟Italia successivo alla decisione della Corte: Affaire Sulejmanovic et autres er Sulejmanovic et Sejdovic c. Italia (Requêtes nos 57574/00 et 57575/00) .
7 Ibidem, pag 7-8.
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vivono in comunità dove l'omogeneità è rappresentata prevalentemente dall'appartenenza etnica e non dalla cittadinanza. Ne consegue che, latu sensu, tutti finiscono per essere destinatari di un medesimo trattamento indipendentemente dalla diversità dei diritti astrattamente posseduti». È questa la situazione che si presenta in molti "campi" ed è questa la situazione creatasi, secondo Loy, in conseguenza del decreto del Presidente del Consiglio del 21 maggio 2008 (G.U. n. 122 del 26-5-2008) con il quale viene dichiarato lo stato di emergenza in Campania, Lombardia e Lazio: «Poiché lo status degli abitanti dei campi, sotto il profilo della cittadinanza, è composito, comprendendo cittadini dell'Unione Europea, cittadini extracomunitari e cittadini italiani» le misure previste da tale decreto finiscono per coinvolgere Rom e Sinti in quanto tali, indipendentemente dal loro status giuridico.
2.5 MONDO DI MONDI
Le diverse provenienze geografiche e i differenti tempi d'insediamento di Rom, Sinti e Caminanti in Italia danno esaustivamente conto della difficoltà di considerare queste persone come appartenenti a un unico gruppo o popolazione.
Monsignor Vittorio Nozza, direttore della Caritas italiana, nell'audizione del 20 ottobre 2009, ha spiegato: «Sappiamo che il mondo romanì è irriducibile ad un unico insieme di tradizioni e tratti culturali, come troppo spesso immagini stereotipate ed informazioni distorte ci portano a pensare. Si tratta piuttosto di un "mondo di mondi", poiché è costituito da popolazioni estremamente eterogenee, portatrici di innumerevoli influenze storico-culturali, suddivise in gruppi e sottogruppi distinti e spesso in conflitto fra loro. Riconoscere l‟esistenza delle diverse anime della cultura Rom, mettendo da parte le generalizzazioni, è il presupposto essenziale per affrontare il tema Rom e Sinti».
Lo stesso termine Rom, nell'uso corrente, non indica tanto un'appartenenza etnica quanto un legame di affinità. I Rom non sono infatti un gruppo omogeneo né per provenienza né per condizione sociale: sono Rom anche gli imprenditori che girano con i circhi per l'Europa o i grandi calciatori; all'interno dei gruppi Rom c'è
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una borghesia, un ceto medio, una classe popolare che lavora in mille differenti settori. Anche sotto l'aspetto delle fedi religiose, il mondo Rom è notevolmente variegato: esistono Rom e Sinti cristiano ortodossi (in particolare Dasikhané provenienti dalla Serbia), musulmani (i cosiddetti Khorakhané, anche loro originari della ex Jugoslavia), nonché molti appartenenti alle chiese evangeliche.
Giovanna Zincone, presidente Fieri (Forum Internazionale ed Europeo di Ricerche sull'Immigrazione) nonché professore ordinario a Torino, in un documento inviato alla Commissione nell'aprile di quest'anno, ha suggerito l'ipotesi, pur con tutte le cautele del caso, che la cultura Rom viva in generale in una sorta di sfasamento temporale rispetto a quelle delle società occidentali: «Mi è sembrato di cogliere, nella comunità Rom, i tratti di una cultura premoderna dolorosamente inserita nella modernità. Mi sono sembrate premoderne le relazioni di genere, quelle tra genitori e figli, tra suocere e nuore, il carattere esteso delle famiglie, la propensione all'endogamia. Così pure la prevalente cultura orale e la conseguente trasmissione dei saperi. Tale può apparire la riluttanza a utilizzare strumenti come la registrazione dei matrimoni, delle nascite, così come il ricorso a giurì d'onore interni alla comunità piuttosto che ai tribunali ordinari. Premoderni si possono considerare l'uso dello spazio (volere vivere all'aria aperta e senza troppe costrizioni nei movimenti) e l'uso del tempo (la difficoltà ad accettare scansioni troppo rigide)».
«I lavori di arrotino, di calderaio, di giostraio, come quelli circensi - prosegue Giovanna Zincone - non trovano grandi opportunità nelle economie e nelle attività ludiche contemporanee. Così come premoderno mi è sembrato il valutare lo status all'interno della comunità in base alla capacità di mostrare opulenza, del non badare a spese, persino lo sprecare alla grande se si tratta di festeggiare e celebrare, ma anche la propensione a riutilizzare, a recuperare, a non sprecare nella quotidianità. Ho avuto l'impressione che noi gagè fossimo considerati ingenui schiavi del lavoro e dei suoi ritmi oppressivi, accumulatori di beni superflui, perché, per assenza di tempo libero, non siamo in grado di goderne. Secondo quest'ottica, la perdita di un po' di surplus inutilizzato non dovrebbe arrecare troppo danno. Purtroppo, tale discrepanza di fondo tra valori e regole interne alla comunità, e valori e regole esterne, può indurre in alcune frange una sorta di indifferenza alle regole, di
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abbandono anche del vecchio codice d'onore con il risultato di innalzare l'asticella della devianza verso reati più gravi».
Questa discrepanza tra culture, di cui parla Giovanna Zincone, è una delle cause profonde delle difficoltà che tutti i paesi europei, e i diversi schieramenti che nel tempo li hanno governati, hanno incontrato e incontrano nell‟affrontare il problema dei Rom.
Come si fa a negare che il principio di reciprocità per il quale ai diritti corrispondono i doveri e l‟inclusione ha come condizione l‟accettazione e il rispetto delle regole, valga anche per i Rom?
E tuttavia come questo principio può essere messo in pratica considerando che i cambiamenti culturali, le trasformazioni delle mentalità hanno tempi diversi da quelli della politica?
E‟ un dovere delle istituzioni promuovere la cultura delle regole, chiederne il rispetto e contrastarne la violazione.
Ma proprio perché ci si muove su un terreno così carico di contraddizioni è essenziale mantenere una rigorosa distinzione tra comportamenti e responsabilità individuali e collettivi: quella distinzione che permette di perseguire senza alcuna concessione tutte le violazioni della legge compiuta da membri della comunità e di rifiutare al tempo stesso che questo si trasformi in uno stigma che colpisce la comunità nel suo insieme, ne aggrava le condizioni, ne impedisce l‟evoluzione.
Questa poliedricità culturale rende altresì problematica la costruzione di strumenti di accoglienza e integrazione nazionali, validi per tutti: «[...] In Italia - spiega l'Anci - sono presenti gruppi Rom profondamente differenti tra loro quanto a provenienze, caratteristiche culturali e tradizioni. L'eterogeneità dei gruppi Rom e Sinti richiede alle amministrazioni locali di doversi misurare con una complessità non generalizzabile, che richiede di diversificare gli interventi in relazione ai bisogni e alle reti e risorse disponibili sui vari territori. Non esistono soluzioni univoche o semplificate».
Ne è convinto anche Alessandro Simoni, docente in sistemi giuridici comparati presso l‟Università di Firenze, che ha partecipato a un'audizione presso la Commissione il 15 luglio 2010. Nel corso dell'audizione ha illustrato un testo,
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elaborato in forma di disegno di legge, al termine del convegno internazionale «The legal status of Roma and Sinti in Italy» tenutosi a Milano dal 16 al 18 giugno 20108: « La mia personale percezione del problema mi porta a ritenere che la forza dell‟immagine – o, se vogliamo, dello stereotipo – dello zingaro, Rom, sinto, o «nomade» sia così forte da creare talvolta una sorta di inceppamento del funzionamento dello Stato di diritto. Intendo dire che in un mondo in cui l‟identità Rom non creasse certi effetti reattivi nel tessuto sociale e nelle strutture politiche non vi sarebbe bisogno di norme ad hoc, che in ogni caso non attribuiscono nuovi diritti ma aiutano nell‟esercizio concreto di diritti che per tutta una serie di interazioni fra cultura, società ed istituzioni diventano difficili da esercitare quando si è percepiti come appartenenti ad un certo gruppo».
Ad esempio, rispetto alla questione del nomadismo, Simoni spiega: « Noi (nel progetto di legge, Ndr), non abbiamo omesso il fatto – e mi scuso per la circospezione con cui affronto questo tema – che alcuni gruppi Rom pratichino certe forme di mobilità territoriale (peraltro, meno di quanto si creda e spesso in forme che non sono quelle immaginate), ma non abbiamo voluto inserire un diritto astratto al nomadismo. Abbiamo cercato di individuare, nel complesso articolarsi delle regole amministrative – che sono quelle di tutti i giorni e che vanno conosciute in tutte le sfumature tecniche – strumenti che permettessero la pratica di certe forme di mobilità territoriale, tentando di rendere difficile un potere di blocco basato su opzioni politiche derivanti dalla ricerca nell‟ambito del diritto amministrativo di ostacoli minuti in virtù dei quali, senza l‟assunzione di responsabilità dirette, rifiutare, ad esempio, certe autorizzazioni solo perché le persone che le richiedono appartengono ad un certo gruppo».
8 Nel corso della XVI Legislatura, sono stati presentati diversi disegni di legge che riguardano Rom, Sinti e Caminanti: AS 2227, «Disposizioni per l'integrazione dei Rom, dei Sinti e dei Camminanti nel territorio italiano» (d'iniziativa dei senatori Di Giovan Paolo, Amati, Baio e altri); AS 1668, «Modifiche alla legge 15 dicembre 1999, numero 482, per l'estensione delle disposizioni di tutela delle minoranze linguistiche storiche alle minoranze dei Rom e dei Sinti (d'iniziativa dei senatori Perduca e Poretti); AS ..., «Norme per la tutela e le pari opportunità della minoranza dei Rom e dei Sinti» (d'iniziativa dei senatori Perduca e Poretti).
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2.6 GIUDIZI E PREGIUDIZI
La presenza di Rom e Sinti è percepita come un problema dalle amministrazioni e dall'opinione pubblica e questo è dovuto in parte a fenomeni oggettivi, quali appunto le differenze culturali e i diversi usi e costumi che sussistono tra le popolazioni Rom, Sinti e Caminanti e la popolazione maggioritaria.
L'Istituto per gli Studi sulla pubblica opinione ha provato a fornire i contorni precisi dell'atteggiamento nei confronti di Rom, Sinti e Caminanti in una conferenza, svoltasi a Roma il 22 e 23 gennaio 2008, in cui sono stati presentati i risultati dell'indagine «Italiani, Rom e Sinti a confronto. Una ricerca quali-quantitativa»9.
La conferenza ha messo in luce come il 35% del campione intervistato sovrastimi la presenza di Rom e Sinti in Italia, collocandola tra l'1 e i 2 milioni di persone. L'84% del campione è poi convinto che gli "zingari" siano prevalentemente nomadi. Questa scarsa conoscenza rispetto alla presenza di Rom e Sinti si accompagna a un'«immagine avversa» nel 47% dei casi, a un'«immagine di emarginazione» nel 35% dei casi, e solo nel 12% dei casi a un'immagine «neutra» o «positiva». Inoltre il 92% degli intervistati è convinto che Rom e Sinti in molti casi sfruttino i minori; il 92% che vivano di espedienti e furtarelli; l'87% che siano chiusi verso chi non è zingaro; l'83% che abitino per loro scelta in campi isolati dal resto della città. Il 65% è persuaso infine che Rom e Sinti siano tra i popoli maggiormente discriminati.
Ancora Zincone: «Inoltre, le iniziative locali sono spesso ostacolate dall'opinione pubblica che esprime malumori diffusi quando si tratta di aiutare “zingari”, percepiti come un fattore di rischio per il proprio benessere.
La crisi economica attuale ha rafforzato tali malumori e può consolidare opinioni pericolose che già si esprimono in sedi insospettabili. Una recente sentenza del tribunale dei minori di Napoli rappresenta un segnale di pericolo. Il giudice, condannando una ragazzina Rom di 15 anni in primo grado e in appello a un anno e
9 Ispi (Istituto per gli Studi sulla Pubblica Opinione) “Italiani, Rom e Sinti a confronto. Una ricerca quali-quantitativa”, conferenza europea sulla popolazione Rom, Roma 22-23 gennaio 2008: www.interno.it/.../0963_Conferenza_Europea_sulla_popolazione_rom_sinti.ppt.
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mezzo di reclusione, ha portato le seguenti motivazioni: “Le conclusioni indicate sono sostanzialmente confermate dalla relazione depositata in atti dalla quale, a prescindere dalle cause, emerge che l'appellante è pienamente inserita negli schemi tipici della cultura Rom. Ed è proprio l‟essere assolutamente integrata in quegli schemi di vita che rende, in uno alla mancanza di concreti processi di analisi dei propri vissuti, concreto il pericolo di recidiva”. E più oltre: “Sia il collocamento in comunità che la permanenza in casa risultano infatti misure inadeguate anche in considerazione della citata adesione agli schemi di vita Rom che per comune esperienza determinano nei loro aderenti il mancato rispetto delle regole”. Si tratta di un giudizio che contrasta con la linea ancora di recente ribadita dalla Corte Europea di Giustizia nel caso Paraskeva Todorova vs. Bulgaria (Application n. 37193/07), quando ha rilevato la discriminazione su base etnica di una donna Rom condannata alla reclusione.
Il 10 marzo 2010 la Corte ha cassato la sentenza di un giudice bulgaro che nel 2005 aveva negato la sospensione della pena a una donna Rom, malata perché quella “è una comunità per la quale la sospensione di una sentenza è una non sentenza”. I Rom sono catalogati persino dai togati come delinquenti per cultura, se non per natura.
Aggressioni, omicidi, guida in stato di ubriachezza con il seguito di incidenti anche mortali da parte di Rom contro nazionali hanno occupato le cronache italiane. Minore spazio, anche se non nullo, hanno avuto gli assalti dei nazionali ai campi. Ma contro i Rom si riportano diffuse aggressioni fisiche e verbali, comportamenti discriminatori, pure da parte delle forze dell'ordine, questi sono segnalati dalle agenzie specializzate, ma i media li ignorano. Insomma, se i risultati in termini di integrità e buona vita sono pessimi, quelli in termini di relazioni a basso conflitto non sono migliori.
I giudizi negativi sui Rom sono persistenti e diffusi. Nella scala di accettazione delle minoranze risultano sempre come i meno popolari.
Da un sondaggio dell'Eurobarometro sulla discriminazione nell'Unione Europea, emerge che il 47% degli italiani intervistati si dichiara “a disagio” con l'idea di avere un Rom come vicino di casa, contro una media UE del 24%. Anche
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una ricerca italiana del 2010, rivolta ai giovani (18-29 anni), in una scala di simpatia che va da 1 a 10, assegna ai Rom il minimo del punteggio (4,1) seguiti da rumeni (5,0) e albanesi (5,2). È facile quindi ipotizzare che le posizioni di rigetto siano da addebitarsi non a pregiudizi etnici, ma a opinioni sulla maggiore propensione dei gruppi sgraditi a commettere azioni delittuose».
Uno dei pregiudizi più diffusi è quello secondo cui "gli zingari rubano i bambini" benché dal dopoguerra ad oggi nessuna sentenza abbia mai condannato un Rom o Sinti per un simile reato (ad eccezione del caso di Angelica, la minorenne condannata per aver tentato di rapire una neonata a Napoli nel 2008). Ma, come ha spiegato il professore Leonardo Piasere nell'audizione presso la Commissione del 20 aprile 2010, esiste anche l'opinione reciproca, ovvero che i gagé, i non zingari, sottraggano i bambini a Rom e Sinti attraverso procedure di adozione e affidamento. Una ricerca svolta su sette tribunali minorili in un periodo che va dal 1985 al 2005-2006 mostra che in 21 anni sono stati dati in adozione 258 bambini Rom e Sinti, di cui il 93% Rom e il 7% Sinti; questo dato rappresenta il 2,6% delle procedure di adottabilità portate a termine nel periodo preso in esame. Conclude Piasere: «I Sinti e i Rom in Italia rappresentano una percentuale tra lo 0,1 e lo 0,2 della popolazione totale (una media ipotetica dello 0,15). Se la percentuale delle procedure fosse in analogia con la percentuale della popolazione, le procedure di adottabilità riguardanti i Sinti e i Rom non dovrebbero ammontare a 227 ma dovrebbero essere 13. Piasere si è posto una domanda provocatoria: «In Italia siamo sulla via di un genocidio culturale?» per poi precisare: «La nostra non è una ricerca contro le adozioni, contro i tribunali o gli assistenti sociali, che in tutto il mondo si dice siano quelli che portano via i bambini. Ci mancherebbe! Non è questo il punto. La ricerca è contro le due posizioni estreme: quella secondo cui tutti i bambini Rom dovrebbero essere dati in adozione perché i Rom devono scomparire (dei presidenti di tribunale lo hanno detto chiaramente), e quella secondo cui, al contrario, nessun bambino Rom o Sinti deve essere dato in adozione perché appartenenti a culture diverse; e, proprio per questo motivo, noi abbiamo il diritto di intervenire».

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Re: Zingari: integrazione (im)possibile?

Messaggio Da chef75 il Ven 16 Ott - 19:35

2.7 DEVIANZA E CRIMINALITÀ
Sostiene Zincone: «La questione della criminalità di questa minoranza non può essere spazzata via da due atteggiamenti entrambi ideologici e frettolosi. Il primo rimuove il problema attribuendolo a pregiudizi o a mancanza di alternative, il secondo considera i comportamenti illegali “connaturati” a questa minoranza. Sarebbe invece opportuno capire prima quanti tra loro commettono atti delittuosi, quali atti e perché. Capire se ci siano state evoluzioni negative nel tempo: sfruttamento della prostituzione, traffico di armi e droga, anche se è la micro criminalità che incide di più sull'opinione pubblica, perché tocca da vicino e perché è più visibile. A costruire l'immagine negativa contribuisce anche l'accattonaggio, specie se affidato a minori o a donne molto anziane. E su questo ultimo problema si è fatto poco, perché reprimerlo non basta, se non si indica quali alternative reali di ottenere un reddito da lavoro sono offerte ai Rom. Questa minoranza è intrappolata nel circolo vizioso della cosiddetta “discriminazione statistica”: “siccome pare che in quella comunità ci sia più devianza, non mi fido e non do lavoro”. Quindi gli individui di quella minoranza non hanno vie di uscita e ripiombano in comportamenti, come l'accattonaggio, fastidiosi per la maggioranza o, peggio ancora, si procurano reddito con atti delittuosi di varia gravità che rinforzano il pregiudizio statistico.
Quando si guarda all'incidenza della criminalità in questi gruppi, bisogna ricordare che, in generale, a delinquere sono soprattutto i giovani, i poco istruiti, i disoccupati. In generale i giovani maschi sono più propensi a commettere reati, nel caso dei Rom c'è però una forte incidenza tra le ragazze. È possibile che si tratti di un ulteriore sintomo di sfruttamento di genere più che di una male intesa parità.
Le condizioni di disagio e di emarginazione costituiscono un terreno fertile per la devianza, occorre quindi bonificare quel terreno per il bene di tutti. Alzare muri può servire nell'immediato ad arginare i sintomi, a evitare che le interazioni diventino sempre più conflittuali, ma non è certo una strategia praticabile a lungo termine».
Il Vice Direttore Generale della Pubblica Sicurezza, prefetto Francesco
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Cirillo, ha inviato alla Commissione un documento in cui sono riassunte le «Operazioni di rilievo in Italia afferenti soggetti nomadi», portate a termine dal giugno 2007 al gennaio 2011.
Dal documento si evince come nel periodo in esame siano state complessivamente condotte 155 operazioni, di cui 7 tra giugno e dicembre del 2007, 26 nel 2008, 70 nel 2009, 48 nel 2010 e 4 nel primo mese dell'anno in corso.
In tutto, sono stati emessi ordini di custodia cautelare per 542 soggetti; sono state arrestate in tutto 234 persone; sono stati emessi provvedimenti restrittivi per 105; sono stati eseguiti 33 fermi; sono state denunciate a piede libero 149 persone; sono stati emessi 11 mandati d'arresto europei.
Dal documento, emerge che i reati contestati più di frequente sono i furti (in generale), seguiti dai furti in appartamento, dalla detenzione, spaccio e/o traffico di stupefacenti, da rapine, ricettazione, usura, truffa, possesso illegale di armi e induzione, favoreggiamento e/o sfruttamento della prostituzione. Sono stati anche portati a termine 26 operazioni di sequestro di beni. Il maggior numero di operazioni è stato condotto nelle aree urbane maggiori e nelle relative province (in particolare 41 operazioni a Roma, 20 a Milano).
Infine, in una scheda sulla situazione dei Rom e Sinti in Italia inviata sempre dal prefetto Cirillo, si sottolinea che in data 2 settembre 2010, è stato istituito l'Oscad (Osservatorio per la sicurezza contro gli atti discriminatori), presieduto dal Vice Direttore Generale della P.S. – Direttore Centrale della Polizia Criminale, con i seguenti compiti:
 ricevere le segnalazioni trasmesse da istituzioni, associazioni o privati cittadini riguardanti atti discriminatori attinenti alla sfera della sicurezza commessi nei confronti di soggetti appartenenti a minoranze;
 attivare , sulla scorta delle segnalazioni di cui al punto precedente, interventi mirati sul territorio;
 seguire l‟evoluzione delle denunce presentate direttamente alle Forze di Polizia di atti discriminatori commessi in danno di minoranze;
 convocare, anche a richiesta, in relazione all‟oggetto della segnalazione o della denuncia, i rappresentanti delle minoranze interessate; ove necessario
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possono essere chiamati a partecipare i rappresentanti delle competenti articolazioni Dipartimento della P.S. e degli organismi centrali delle Forze di Polizia;
 proporre alle forze di Polizia l‟utilizzo di strumenti, anche informatici, per facilitare e incentivare i canali di comunicazione tra cittadini discriminati e il sistema di sicurezza;
 proporre moduli formativi per qualificare in materia gli operatori delle Forze di Polizia;
 favorire i collegamenti con le istituzioni pubbliche o private che si occupano di atti discriminatori (in particolare con l‟UNAR, l‟ufficio per la promozione della parità di trattamento e la rimozione delle discriminazioni basate su razza e origine etnica).
L‟organismo è composto:
 dal Direttore dell‟Ufficio di Staff del Vice Direttore Generale della Pubblica Sicurezza – Direttore Centrale della Polizia Criminale;
 dal direttore dell‟Ufficio Tecnico Giuridico e Contenzioso della Direzione Centrale della Polizia Criminale;
 dal direttore del Servizio Analisi Criminale della Direzione Centrale della Polizia Criminale;
 dal direttore del Servizio Informazioni Generali della Direzione Centrale della Polizia di Prevenzione;
 dal direttore del Servizio Immigrazione della Direzione Centrale dell‟Immigrazione e della Polizia delle Frontiere;
 dal direttore del Servizio Centrale Operativo della Direzione Centrale Anticrimine della Polizia di Stato;
 dal Capo del II Reparto del Comando Generale dell‟Arma dei Carabinieri.
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2.8 PORRAJMOS: UNO STERMINIO DIMENTICATO
È il termine con cui i Rom indicano il genocidio subito durante la Seconda Guerra mondiale a opera della Germania nazista. Porrajmos (o Porajmos, Poraijmos), in lingua romanés, vuole dire «divoramento», «devastazione». Uno sterminio che al pari di quello degli ebrei fu condotto con scientificità e meticolosità in tutti i paesi occupati dai nazisti. Alla base vi era la considerazione che i Rom fossero una razza inferiore. Le deportazione in massa nei campi di concentramento e sterminio iniziarono nel maggio del 1940 con un primo rastrellamento di oltre 2800 Rom e proseguirono fino al 1944.
Mancano dati certi riguardo al numero delle vittime, ma le stime fornite da studiosi quali Ian Hancock, direttore del programma di studi Rom presso l'Università del Texas ad Austin, e Sybil Milton, storico dell'Holocaust Memorial Museum, suggeriscono una cifra che oscilla tra le 500 mila ed il milione e mezzo di vittime.
Per quanto riguarda la persecuzione dei Rom in Italia ad opera del regime fascista, i dati storici raccolti sono scarsi tanto da non permettere ancora di stabilire con certezza come e in che misura gli zingari siano stati perseguitati in Italia. Rom e Sinti furono imprigionati nei campi di concentramento di Agnone (convento di San Berardino), Berra, Bojano (capannoni di un tabacchificio dismesso), Bolzano, Ferramonti, Tossicìa, Vinchiaturo, Perdasdefogu e nelle Tremiti. Si trattava di Rom italiani così come appartenenti ad altre nazionalità, in particolare Rom slavi, fuggiti in Italia a seguito delle persecuzioni in patria.
Quello dei Rom è uno sterminio dimenticato. Nella legge 20 luglio 2000, n. 211 che istituisce il «Giorno della Memoria in ricordo dello sterminio e delle persecuzioni del popolo ebraico e dei deportati militari e politici italiani nei campi nazisti» si parla, all'articolo 1, «di ricordare la Shoah (sterminio del popolo ebraico), le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subito la deportazione, la prigionia, la morte, nonché coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio ed a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati». Non si fa alcun cenno al genocidio dei Rom.
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2.9 LA COMUNITÀ INTERNAZIONALE E L'ITALIA
La situazione dei Rom e dei Sinti in Italia, le loro condizioni abitative, di salute, di accesso al lavoro e ai servizi scolastici, sono stati oggetto di rilievi e osservazioni da parte sia di organismi internazionali, (ad esempio le Nazioni Unite, il Consiglio d'Europa, l'Osce) sia di grandi organizzazioni non governative umanitarie (p.e. Amnesty International e Human Rights Watch).
Nazioni Unite. Nel corso della Universal Periodic Revue (Upr) cui il Consiglio dei Diritti Umani dell'Onu ha sottoposto l'Italia tra febbraio e giugno 2010 a Ginevra, sono state rivolte e al Governo italiano 92 raccomandazioni, dieci delle quali riguardavano la condizione delle minoranze Rom e Sinti nel nostro paese. In particolare il Governo italiano ha accettato le seguenti raccomandazioni:
n. 24 (Cile); chiedeva al nostro paese di portare avanti misure effettive per combattere la discriminazione razziale nei confronti di gruppi vulnerabili di donne, in particolare migranti e Rom.
n. 25 (Bangladesh); invitava a eliminare ogni forma di discriminazione verso le comunità Rom, oltre che nei confronti delle minoranze religiose e dei migranti, per assicurare pari opportunità per il godimento dei diritti sociali, culturali e economici, inclusi il diritto alla casa, alla salute e all'educazione.
n. 28 (Bangladesh, Norvegia, Pakistan e Austria); chiedeva da parte del nostro paese l'adozione di misure contro chi compie atti razzisti contro Rom, Sinti, migranti e musulmani; di condannare duramente gli attacchi contro migranti, Rom, e altre minoranze etniche assicurando al contempo indagini complete da parte della polizia in modo che i responsabili di tali fatti fossero perseguiti dalla Giustizia.
n. 57; sollecitava il Governo italiano a compiere ulteriori sforzi per integrare le comunità Rom e Sinti attraverso azioni positive nell'area dell'educazione, del lavoro, dell'abitazione e dei servizi sociali (Australia); di continuare a contribuire all'integrazione dei Rom e Sinti all'interno delle comunità locali allo scopo di dare loro accesso alla casa, al lavoro, all'educazione e alla formazione professionale (Russia); di continuare gli sforzi per contrastare la discriminazione verso le persone Rom in tutti i settori della società; di cercare di assicurare l'effettiva partecipazione
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delle persone Rom a un percorso per assicurare loro un trattamento partitario e non discriminatorio (Finlandia); di assicurare pari diritti ai membri delle minoranze Rome e Sinti, di assicurare che tutti i bambini Rom e Sinti siano iscritti a scuola e di incoraggiare una regolare frequenza scolastica (Svezia); di adottare una legge in via generale un legge contro le discriminazioni tale da garantire che i Rom possano godere di piena eguaglianza nelle possibilità di accesso al lavoro, all'educazione e alla salute (Stati Uniti).
n. 60 (Stati Uniti); suggeriva di continuare a operare per porre fine a intolleranza e discriminazione sociale contro i Rom e, a tale riguardo, assicurare che la polizia e le autorità locali fossero ricevano una formazione adeguata a dare risposte appropriate alle denunce per crimini in cui siano coinvolti Rom, evitando un profiling etnico inappropriato.
Queste sono le raccomandazioni che il Governo Italiano ha accettato in quanto le misure richieste sarebbero già in essere o in corso di attuazione.
Il Governo ha poi accettato tre ulteriori raccomandazioni, fornendo alcune precisazioni:
n. 59 (Serbia); invitava a prestare un'attenzione particolare alla preparazione, realizzazione e valutazione di un progetto pilota per il rimpatrio di un numero di Rom, di origine serba, che attualmente vivono nei campi dislocati in Italia centrale e meridionale, in modo da agevolare politiche adeguate, dignitose ed efficaci per la popolazione Rom.
Il Governo ha specificato che è stato costituito un gruppo di lavoro ad hoc composto da rappresentanti italiani e serbi per elaborare un protocollo di intesa (Mou) che specifichi le misure per il rimpatrio, conforme agli accordi bilaterali.
n. 61; che chiedeva, con riguardo agli sgomberi forzati, di assicurare la piena corrispondenza con il diritto internazionale (Svezia); e la 62, che invitava a valutare tutte le alternative agli sgomberi forzati di Rom e Sinti, anche consultando coloro che sono direttamente colpiti da questi provvedimenti (Australia).
Queste due raccomandazioni sono state accolte ma il Governo ha precisato che le operazioni di sgomberi forzati portate a termine dalla forze di polizia avevano spesso l'obiettivo finale di fornire una migliore sistemazione abitativa per le famiglie
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Rom. Gli insediamenti non autorizzati, per loro stessa natura, non possono assicurare condizioni di vita appropriate. Nel guardo della legislazione nazionale, restituire buone condizioni di vita è nell'interesse della società intera, ivi incluse le comunità Rom, Sinti e Camminanti, che sono le più esposte al rischio di abuso e sfruttamento.
Infine sono state respinte le raccomandazioni 56 e 58. La prima esortava ad accrescere gli sforzi per raggiungere e assicurare i diritti dei membri delle minoranze, in particolare delle comunità Rom (Stati Uniti); a proteggere i Rom e Sinti come minoranze nazionali e assicurare che non fossero oggetto di discriminazione da parte di alcuno, compresi i media (Cuba). La seconda sosteneva la necessità di porre in essere tutte le misure necessarie per garantire i diritti dei Rom come indicato dall‟articolo 27 del Patto internazionale dei diritti civili e politici, specificamente emendando la legge del 1999 che richiede il collegamento con un territorio specifico (Danimarca).
Il Governo ha spiegato che già ora i principi costituzionali e leggi specifiche assicurano misure per la protezione delle minoranze linguistiche a tutti i livelli: scolastico, nella pubblica amministrazione, nel settore dei media, e nella topografia municipale. Queste leggi pongono tuttavia per le minoranze linguistiche la condizione della stabilità e della durate degli insediamenti in una determinata area del paese. Dal momento che le comunità Rom e Sinti non ottemperano questi criteri, non possono essere incluse nella lista nazionale delle minoranze linguistiche storiche. Attualmente, la lista cui si riferisce la legge 482/1999 include dodici minoranze ed è aperta a nuovi membri.
Consiglio d'Europa. Il commissario del Consiglio d'Europa per i diritti umani Thomas Hammarberg ha presentato nel febbraio del 2009 un rapporto sull‟Italia, redatto dopo una visita nel nostro paese effettuata nel gennaio dello stesso anno. In questa relazione, composta da quattro capitoli e suddivisa in 119 paragrafi, un capitolo (per un totale di 29 paragrafi) è dedicato alla situazione dei Rom e dei Sinti.
Hammarberg, dopo aver espresso apprezzamento per il costante impegno del Governo italiano nella cooperazione con il Consiglio d'Europa e nella costante
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attenzione riservata alle questioni sollevate nel Memorandum, specie in relazione alle questioni che riguardano Rom e Sinti; e dopo aver accolto con favore le azioni positive intraprese per proteggere e promuovere i diritti umani di Rom e Sinti, ad esempio sostenendo la campagna «Dosta!» del Consiglio d'Europa, finanziando le scuole con un alto numero di immigrati e Rom e sostenendo gli sforzi per l'accesso a un'abitazione per Rom e Sinti, ha mosso alcuni rilievi.
In primo luogo Hammarberg ha sottolineato con preoccupazione alcuni casi di cronaca nei confronti di Rom e Sinti, come il pestaggio di una bambina Rom a Pesaro nell'agosto del 2008, lo sgombero forzato per tre volte di 45 famiglie Rom dal campo abusivo di via Salamanca a Roma, gli attacchi ai campi di Ponticelli a Napoli nel maggio del 2008, o gli incendi ai campi Rom milanesi nell'ottobre-novembre 2007. Inoltre, a seguito di una visita ai campi Rom di Roma, quali Casilino '900 (ora sgomberato), Cava di Pietralata, Quintiliano, Monte Tirburtino, e via Togliatti, Hammarberg ha riferito delle precarie condizioni di vita in quegli insediamenti, del clima di ansia degli abitanti circa l'intolleranza dei residenti locali e della difficile situazione dei Rom provenienti dalla ex Jugoslavia, che sono de facto o de jure apolidi.
Nelle conclusioni e raccomandazioni Hammarberg ha esortato il Governo ad adottare strategie nazionali e regionali coerenti e adeguatamente finanziate per attuare piani d'azione di breve e lungo periodo, obiettivi e indicatori per implementare politiche in grado di contrastare efficacemente la discriminazione legale e/o sociale di Rom e di Sinti. Ulteriori osservazioni hanno riguardato il censimento condotto dalle forze di Polizia, insieme alla Croce Rossa e i Vigili Urbani, nelle città di Roma, Napoli e Milano a seguito della dichiarazione dello stato di emergenza «in relazione agli insediamenti di comunità nomadi nel territorio delle regioni Campania, Lazio e Lombardia» (21 maggio 2008). La dichiarazione osserva sostiene che «detti insediamenti, a causa della loro estrema precarietà, hanno determinato una situazione di grave allarme sociale, con possibili gravi ripercussioni in termini di ordine pubblico e sicurezza per le popolazioni locali».
Hammarberg ha ricordato che «i dati personali raccolti e elaborati in questo caso sono per definizione "sensibili", in quanto riguardano esclusivamente persone
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di una specifica origine etnica o razziale» ed ha sottolineato come il loro utilizzo debba «essere assolutamente necessario per il raggiungimento del proposito delle autorità di assicurare "l'adozione di misure sociali, di integrazione e di welfare, improntate a migliorare le condizioni di vita delle persone Rom"».
Da ultimo Hammarberg ha raccomandato di mettere a punto a) un sistema di tutela legale; b) un meccanismo consultivo, a livello nazionale, regionale e locale, di dialogo tra istituzioni e rappresentanti del mondo Rom e Sinti; c) meccanismi idonei ad evitare sgomberi forzati in assenza di una soluzione abitativa alternativa; d) strumenti di tutela dei diritti dei bambini Rom e Sinti.
Nella risposta del marzo 2009 al rapporto Hammarberg, il Governo italiano ha precisato che gli sgomberi dei campi Rom abusivi hanno avuto per lo più lo scopo di realizzare una migliore situazione abitativa per le famiglie con donne bambini. Rispetto alla salute nel campo abusivo del Casilino '900 l'amministrazione comunale di Roma ha prolungato un accordo in base al quale la Asl competente veniva delegata a seguire le attività di controllo e prevenzione, ivi compreso un piano di vaccinazioni per i bambini. Inoltre un protocollo redatto per coinvolgere i rappresentanti delle comunità Rom interessate avrebbe regolato sia la gestione dei nuovi campi sia le procedure di trasferimento da quelli abusivi a quelli regolari.
Riguardo al censimento, il Governo ha ricordato come il censimento sia stato considerato necessario per ottenere informazioni dettagliate sul numero di tutte quelle persone (non solo Rom e Sinti) che vivevano nei campi allo scopo sia di garantire loro un maggiore livello di sicurezza sia di per migliorare le loro condizioni di vita. Inoltre, ha precisato il Governo italiano, i dati sono stati raccolti non per costruire database o archivi separati, ma unicamente a fini amministrativi, in conformità alle leggi sulla protezione dei dati personali: l'utilizzo dei dati è stato limitato a scopi umanitari e di assistenza sociale proibendo la raccolta dati sull'appartenenza etnica o religiosa. Rispetto infine alla condizione minorile il Governo ha fatto presente come lo sfruttamento dei bambini fosse diffuso nelle aree metropolitane di Roma, Milano e Napoli, e per questo fosse necessario intervenire con misure repressive nei confronti degli sfruttatori; il Governo ha sottolineato
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l'istituzione in alcuni insediamenti di scuole del pre-obbligo e di servizi di accompagnamento a scuola.
Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (Osce). Nel luglio del 2008 una delegazione dell'Osce ha effettuato una vista in Italia, in particolare a Roma, Milano e Napoli, per verificare la situazione dei Rom e Sinti, a seguito di alcuni gravi episodi di cronaca (l'omicidio Reggiani del novembre 2007 e i roghi di Ponticelli nel maggio 2008) e dopo la dichiarazione, da parte del Governo, dello stato di emergenza e la nomina di commissari straordinari a Roma, Milano e Napoli, nel maggio 2008.
Il rapporto ha rilevato innanzi tutto come la questione Rom in Italia abbia attirato l'attenzione dell'opinione pubblica e una copertura negativa da parte dei media: «Questo è dovuto alla loro alta visibilità, perché sono arrivati in gruppi numerosi, spesso con famiglie allargate e in molti casi perché occupano illegalmente terreni e edifici. I campi illegali o informali sono stati sempre più identificati con i Rom romeni e sono stati oggetto di sensazionalismo mediatico». Rispetto al ruolo dei media, aggiunge «che hanno contribuito a esaltare gli aspetti di sicurezza legati a Rom e Sinti. La copertura mediatica ha messo in rilievo un numero di incidenti e crimini che hanno coinvolto immigrati irregolari, inclusi Rom e Sinti. I titoli negativi hanno contribuito ad una maggiore diffusione del risentimento popolare e hanno fatto aumentare l'ostilità verso Rom e Sinti».
Rispetto allo stato di emergenza, la delegazione Osce ha ritenuto tale provvedimento «sproporzionato in relazione all'attuale dimensione delle minacce alla sicurezza dovute all'immigrazione irregolare e agli insediamenti di Rom e Sinti». Inoltre la delegazione si è detta preoccupata «che le misure adottate, individuando di fatto una particolare comunità denominata Rom o Sinti (o "nomadi"), insieme con i racconti spesso allarmisti e infiammatori dei media [...], abbiano fomentato un sentimento anti-Rom in larga parte della società e abbiano contribuito alla stigmatizzazione delle comunità Rom e Sinti in Italia».
Rispetto alla situazione abitativa, la delegazione Osce ha osservato che «i campi autorizzati costruiti di recente, in aggiunta a un numero limitato di centri di accoglienza, rimangono l'unica strada che le autorità utilizzano per indirizzare la
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situazione abitativa dei Rom e Sinti [...] La segregazione residenziale de facto dei Rom e dei Sinti in campi e insediamenti non conduce alla loro integrazione nella società e contribuisce a un'ulteriore marginalizzazione. L'accesso ai servizi pubblici per le persone che vivono nei campi o negli insediamenti illegali è ridotto. Inoltre, c'è un generale sentimento di insicurezza tra i Rom e i Sinti che vivono in questi campi, per paura di sgomberi forzati da parte delle autorità e di atti ostili da parte della maggioranza della popolazione intorno».
In particolare rispetto agli sgomberi la delegazione ha osservato che spesso sono stati portati a termine senza che fosse stata offerta un'abitazione alternativa pur aggiungendo di apprezzare «gli sforzi compiuti a livello municipale per trasferire i Rom da campi illegali a quelli autorizzati e da questi in case regolari (queste politiche sono state implementate con successo a Bologna, per esempio)».
La delegazione, oltre a soffermarsi sui problemi legati al lavoro, alla salute, e alla scolarizzazione dei minori, si è soffermata sulla questione del coinvolgimento delle rappresentanze di Rom e Sinti: «La delegazione nota con rammarico il basso livello di coinvolgimento e rappresentanza dei Rom e Sinti nel dialogo diretto e nelle consultazioni con le autorità. A questo proposito, è stato anche notato che gli interessi e le lamentele delle comunità Rom e Sinti spesso non sono rappresentate direttamente da loro stessi, ma piuttosto attraverso intermediari».
L'Osce ha espresso l'auspicio che l'Italia dia vita ad una «strategia comprensiva tesa a integrare Rom e Sinti» ed ha offerto la propria collaborazione al Governo italiano per redigere un programma nazionale atto allo scopo. Da ultimo ha formulato all'Italia le seguenti raccomandazioni:
 di riconoscere i Rom e Sinti come minoranza nazionale;
 di non designare tale minoranza con il termine "nomadi" ma piuttosto con "Rom" e "Sinti";
 di stimolare le amministrazioni regionali e locali a utilizzare i fondi nazionali, locali e europei per promuovere misure di integrazione;
 di creare una struttura governativa di coordinamento per le politiche sui Rom e Sinti;
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 di intraprendere un dialogo diretto con una varietà di rappresentanti Rom e Sinti;
 di trovare una soluzione duratura al problema dei Rom e Sinti apolidi;
 di utilizzare le best pratices locali per affrontare la questione abitativa;
 di non ammettere discorsi improntati all'odio o alla xenofobia da parte di privati cittadini o pubblici ufficiali.
Amnesty International. Da parte sua, Amnesty International, nel rapporto annuale sull'Italia del 2009, ha aggiunto aggiunge che a causa di sgomberi forzati e illegali, molti Rom sono stati costretti a vivere in condizioni di maggiore povertà. Le conseguenze negative hanno colpito sia Rom di nazionalità italiana, sia quelli con cittadinanza di paesi dell'Unione europea o di altri paesi. In contrasto con le norme del diritto interno, che prevedono che le autorità notifichino lo sgombero a ogni persona interessata o pubblichino un ordine o un preavviso di sgombero, i membri della comunità in alcuni casi non erano stati avvisati.
Human Rights Watch. HRW nella parte dedicata all'Italia nel World Report 2010 si limita a riportare le preoccupazioni espresse da Hammarberg rispetto alle condizioni di Rom e Sinti, in particolare per quanto riguarda l'aspetto abitativo.

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