cos'è un Ateo Devoto?

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Messaggio Da ------rwed il Mar 6 Nov - 20:43

Ciao a tutti,

ho sentito parlare di questi "atei devoti" ma non ho ben capito cosa siano. Ad esempio, Giuliano Ferrara dovrebbe essere un "ateo devoto", ma che senso ha?
O uno è ateo, o uno è devoto, a mio parere... non ha senso mescolare le due cose...
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Re: cos'è un Ateo Devoto?

Messaggio Da Akka il Mar 6 Nov - 20:45

a be se lo è ferrara...mi spiace per la categoria
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Re: cos'è un Ateo Devoto?

Messaggio Da silvio il Mar 6 Nov - 20:46

Non lo capisco nemmeno io che significa ?
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silvio
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Re: cos'è un Ateo Devoto?

Messaggio Da BestBeast il Mar 6 Nov - 20:48

Secondo me è una stronzata.
Comunque Ferrara è un pezzo di merda (grosso) devoto.

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Re: cos'è un Ateo Devoto?

Messaggio Da silvio il Mar 6 Nov - 20:49

Ho capito sarebbero Atei perché non credono ma Devoti perché ritengono la Società Liberale Occidentale frutto della cultura cristiana.
Quindi Ferrara che è per l'Europa, L'America, Israele, liberal conservatori, si sente in linea con la tradizione cristiana, contro il mondo oscuro, Arabi e Simili...
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Re: cos'è un Ateo Devoto?

Messaggio Da ------rwed il Mar 6 Nov - 20:58

grazie Silvio... ho anche trovato una pagina di wikipedia che spiega:

http://it.wikipedia.org/wiki/Ateismo_cristiano

Nella pubblicistica politica, l'ateismo cristiano (a volte anche cristianismo) denota la posizione ideologica di alcuni intellettuali, i quali ritengono indispensabile la tutela della tradizione cristiana al fine di salvaguardare i princìpi politici di libertà e democrazia della civiltà occidentale, a prescindere dalla loro eventuale fede cristiana. Tale posizione ha alcune affinità con le posizioni dei Teocon statunitensi.

Per riferirsi ai rappresentati di questa corrente politico-ideologica, i quali, benché atei, tendono a difendere le idee e le posizioni della Chiesa cattolica, si fa uso in ambito giornalistico anche del termine atei devoti.
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Re: cos'è un Ateo Devoto?

Messaggio Da silvio il Mar 6 Nov - 21:02

Infatti Pera citava spesso le radici giudeo cristiane o qualcosa di simile.

Qui si pone una interessante discussione, già promossa se non ricordo male, quale sarebbe l'apporto giudeo cristiano alla società moderna e liberale ?

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Re: cos'è un Ateo Devoto?

Messaggio Da Paolo il Mar 6 Nov - 21:29

Io ritengo che la questione deve essere valutata in altro modo. Ogni popolazione e ogni cultura si è scelta la religione che meglio interpreta lo spirito del popolo stesso. La religione è l'espressione della mentalità della gente e non viceversa.

Se noi prendiamo in esame il cristianesimo vediamo che si è modificato secondo la cultura delle varie popolazioni. Per fare un esempio, i popoli del nord europa, che hanno una cultura e mentalità ben più rigida che non quella latina, sono protestanti. Non mi addentro nelle varie dottrina, ma mi risulta che quella protestante non prevede il perdono che invece è una caratteristica della chiesa cattolica. I pesi dell'est europa sono invece ortodossi che hanno tutta una dottrina molto più corrispondente al loro modo di vivere. E ritengo che sia lo stesso per gli altri popoli.
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Re: cos'è un Ateo Devoto?

Messaggio Da silvio il Mar 6 Nov - 22:05

Si indubbiamente è così, i popoli hanno formato la religione a loro immagine e somiglianza.

Dopo la caduta dell'Impero Romano il Cristianesimo è stato un cemento sociale forte, il potere era fortemente legato alla visione religiosa, non ricordo se era così nella Civiltà Greco Romana.
Se penso al Sacro Romano Impero, alla Chiesa di Roma, alle varie dinastie sempre legate al sacro, cosa hanno portato dello spirito liberale odierno ?
Bisogna aspettare il 400, cioè la rivalutazione della cultura Greco Romana per riportare l'Uomo al centro e non Dio.
L'Uomo al centro è la radice liberale del nostro sistema sociale.
Indubbiamente il Perdono ha un ruolo importante nell'umanizzare la società, forse è l'aspetto maggiormente positivo dell'influenza cristiana.
Ma Marcello Pera dimentica il Diritto Romano quale fondamento della nostra attuale civiltà.
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Re: cos'è un Ateo Devoto?

Messaggio Da Masada il Mar 6 Nov - 23:34

silvio ha scritto:
Se penso al Sacro Romano Impero, alla Chiesa di Roma, alle varie dinastie sempre legate al sacro, cosa hanno portato dello spirito liberale odierno ?

Ci sono molte letture del ruolo della chiesa e della morale cristiana nello sviluppo della cultura occidentale.
Pensate a quella di marx: cristianesimo come sovrastruttura che giustifica la struttura capitalista.
Pensate a quella di freud, alle conseguenze della sublimazione della sessualità.

Ma ve ne posto una, magari meno conosciuta dai più nel forum, che è un classico della interpretazione sociologica: L'etica protestante e lo spirito del capitalismo.

E' un esempio, superato, di come una religione, per il cambiamento di un principio soltanto, possa modificare l'andamento concreto della società.
A voi poi le inferenze di come altri principi cristiani possano aver condizionato l'essenza della cultura occidentale.

"La religione luterana aveva dichiarato l'inefficacia delle buone opere per essere salvati, la dottrina della giustificazione per fede era espressione della onnipotenza divina che, per suo insindacabile giudizio, rendeva giusto (iustum facere), giustificava, a condizione di avere fede, chi era ingiusto per sua natura, per il peccato originale. Si stabiliva così un rapporto diretto tra Dio e gli uomini. Veniva a mancare la funzione del dispensatore della grazia divina, il sacerdos, colui che dà il sacro, che assicura il fedele del perdono divino, per cui occorrono le buone opere, e della grazia salvifica.
La mediazione della Chiesa tra il fedele e Dio presente nel cattolicesimo, nel luteranesimo era cancellata. Ogni credente diveniva sacerdote di se stesso. Nessun uomo, sosteneva Lutero, con le sue corte braccia può pensare di arrivare fino a Dio. Questa condizione era potenzialmente disperante. Quanto più il fedele viveva approfonditamente la sua fede tanto più il dubbio si insinuava sulla sua sorte nell'aldilà. Con Calvino c'è una soluzione: il segno della grazia divina diventa visibile e sicuro: è la ricchezza, il benessere generato dal lavoro. Anzi il lavoro in sé acquistava il valore di vocazione religiosa: è Dio che ci ha chiamato ad esso. È quindi il beruf, il lavoro e il successo che ne consegue che assicura il calvinista che "Dio è con lui", che egli è l'eletto, il predestinato.
Di conseguenza il povero è colui che è fuori dalla grazia di Dio. Chi sa quali colpe egli ha commesso per essere stato punito con la povertà. La figura del povero, che nel medioevo cristiano e cattolico era la presenza di Cristo, lo strumento per acquisire meriti per il Paradiso, ora è invece il segno della disgrazia divina. Le torme di mendicanti cenciosi e ladri che ora assediano nel Cinquecento le strade della città impauriscono i buoni borghesi. Ad ogni aumento del prezzo dei beni alimentari può scatenarsi una sommossa. Essi quindi verranno relegati dalle autorità cittadine, spesso con la forza, negli ospedali che divengono i luoghi di raccolta di ammalati, vagabondi e poveri."
...
"... si potrebbe intendere, a prima vista, che il protestantesimo, e in particolare il calvinismo, sia stato all'origine del capitalismo moderno. In realtà Weber non intende sostenere che un fenomeno economico possa essere causato direttamente da un fenomeno religioso.
Mette invece in relazione due fenomeni omogenei: la mentalità religiosa calvinista e la mentalità capitalista, affermando che la prima fu una pre-condizione culturale insita nella popolazione europea assai utile al formarsi della seconda. Del resto anche l'uso del termine "capitalismo" associato a un fenomeno religioso del Cinquecento sarebbe improprio, considerando che il sistema capitalistico è da riferirsi correttamente all'ambito della prima rivoluzione industriale della metà del Settecento.
Ma Weber infatti, come chiarisce lo stesso titolo dell'opera, si riferisce allo "spirito" capitalistico, a quella disposizione socio-culturale che, correggendo la spontanea sete di guadagno, induce il calvinista a reinvestire i frutti della propria attività per generare nuove iniziative economiche. Max Weber notava come i paesi calvinisti, come i Paesi Bassi, l'Inghilterra sotto Oliver Cromwell e la Scozia, erano arrivati primi al capitalismo rispetto a quelli cattolici come la Spagna, il Portogallo e l'Italia.
Si chiedeva quindi: se il capitalismo genuino è caratterizzato essenzialmente dal profitto e dalla volontà di reinvestire incessantemente quanto guadagnato, questo atteggiamento ha una relazione con la mentalità calvinista? Questo potrebbe spiegare il ritardato avvento del capitalismo nei paesi rimasti cattolici, rispetto a quelli in cui si diffuse la Riforma? In tutte le società pre-capitalistiche l'economia è intesa come il modo per produrre risorse da impiegare per fini non economici (produttivi): consolidare il potere od ottenere maggiore influenza politica, coltivare la bellezza proteggendo letterati ed artisti (mecenatismo), soddisfare i propri bisogni (consumi) od ostentare tramite il lusso il proprio status sociale."


http://it.wikipedia.org/wiki/L'etica_protestante_e_lo_spirito_del_capitalismo


Mi sembra che alec ne sappia molto di storia e potrebbe spiegarcelo da quel punto di vista.

Comunque credo che per capire l'occidente non si possa prescindere dal contributo greco, specialmente della filosofia, certamente il diritto romano, la religione giudeo-cristiana, e anche, spesso si sottovaluta, lo "spirito", il "vigore", dei popoli barbari che occuparono le terre dell'impero e generarono i nuclei culturali da cui poi scaturiranno le nazioni: francia, inghilterra ...
da questo mix fermentato durante il medioevo è uscito il rinascimento.

Dal rinascimento tutto il resto: le scienze, la rivoluzione francese, marx, ...
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Re: cos'è un Ateo Devoto?

Messaggio Da silvio il Mer 7 Nov - 0:05

Certo la Riforma Luterana ha cambiato molti aspetti della società Europea, stravolgendo molto del primitivo Cristianesimo, in fondo è stato anche il segno di una certa emancipazione e laicizzazione della società, se pensiamo a quanto la Chiesa Abbia cercato di fermare l'emancipazione culturale della popolazione.
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Re: cos'è un Ateo Devoto?

Messaggio Da Masada il Mer 7 Nov - 0:13

O più generalmente (il testo è visibilmente di parte, ma qualcosa di non contestabile lo dice):

"Il rapporto strettissimo tra i classici e il cristianesimo è in primo luogo un
innegabile dato di fatto storico. Secondo la definizione di Henry-Irénée Marrou,
nella sua celebre Storia dell’educazione nell’antichità, il cristianesimo è, per sua
stessa natura, una “religione dotta”, nel senso che, “per potersi propagare e
conservare, per assicurare non solo il suo insegnamento, ma anche il semplice
esercizio del culto, la religione cristiana esige almeno un minimo di cultura
letteraria”. Il Marrou aggiungeva che, per questo motivo, “durante i primi secoli,
s’è stretto così tra cristianesimo e classicismo un legame intimo, di cui lo storico
non può fare a meno di constatare la solidità”. Precisamente, “il cristianesimo si è
sviluppato e ha preso forma in seno alla civiltà greco-romana, e ne ha ricevuto
un’impronta indelebile”. Il fatto che gran parte del Nuovo Testamento sia scritto in
greco è per il cristianesimo “così essenziale, come per il buddismo l’essere apparso
in India e per l’Islam che il Corano sia formulato in arabo”
...
"Ma soprattutto, l’umanesimo trova la sua radice più profonda nello stesso
nucleo teologico del cristianesimo. Il dogma fondamentale della cosiddetta “incarnazione” di Cristo significa, secondo la formula greca dell’evangelista
Giovanni, che Ù Kócos ráqn Öcémeto (1, 14), cioè lo stesso Logos divino si fece
uomo, aprendo così all’umanità l’orizzonte di una dignità divina, universale e
inalienabile. Per i cristiani, la stessa natura umana si fonda sul mistero di Dio. In
tal modo, l’ideale umanistico classico, che nella paideia greca era ancora limitato
al mondo delle poleis, e nella humanitas latina non andava oltre l’impero romano,
grazie al cristianesimo si allarga fino a comprendere tutta l’umanità.
Precisamente, Sant’Agostino, nel De doctrina Christiana, sintetizza
l’umanesimo cristiano nella gemina caritas, il “duplice amore”, verso Dio e verso
il prossimo. La novità introdotta dal cristianesimo è che ora ogni uomo, senza
alcuna esclusione etnica o religiosa, deve essere considerato come “prossimo”:
manifestum est omnem hominem proximum esse deputandum. Con un decisivo
passo in avanti, rispetto alla tradizione pagana, l’humanitas cristiana abbraccia
chiunque ci stia vicino (proximus), al di là di ogni appartenenza identitaria. Inoltre,
al prossimo è dovuto non solo un amore astratto, una filantropia filosofica, ma un
concreto officium misericordiae, cioè una fattiva “opera di solidarietà”.


http://www.centrumlatinitatis.org/wp-content/uploads/2011/09/Classici-e-Cristianesimo-prof-Oniga-per-HumNov.pdf
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Re: cos'è un Ateo Devoto?

Messaggio Da iosonoateo il Mer 7 Nov - 0:26

a me mi sembra una gran cazzata questa storia degli atei devoti;é la classica trovata religiosa per continuare a mantenere la religione nella società e oltretutto é dannosa per gli atei,é la classica trovata per far credere alle persone che sono liberi di credere oppure no ma così facendo si continua ad alimentare il potere della chiesa cattolica
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Re: cos'è un Ateo Devoto?

Messaggio Da Masada il Mer 7 Nov - 1:12

silvio ha scritto:Certo la Riforma Luterana ha cambiato molti aspetti della società Europea, stravolgendo molto del primitivo Cristianesimo, in fondo è stato anche il segno di una certa emancipazione e laicizzazione della società, se pensiamo a quanto la Chiesa Abbia cercato di fermare l'emancipazione culturale della popolazione.

Certamente.
Il solo fatto che il fedele potesse e dovesse prendere in mano il testo sacro senza passare per la mediazione-selezione-interpretazione del sacerdote è stato un colossale passo di emancipazione e laicizzazione della società.

Ma vediamo, per gioco, quali matrici culturali-esistenziali ha lutero:

"In convento... si dedicò allo studio degli scritti di Aristotele, Sant'Agostino, Pietro Lombardo e del filosofo scolastico Gabriel Biel, commentatore del pensiero nominalista di Guglielmo di Ockham*, il cui orientamento teologico era dominante presso gli agostiniani.

...

Nelle sue riflessioni stava prendendo corpo la convinzione che le nostre opere non possono essere altro che peccaminose, perché la natura umana è solo peccato. Il corollario, sul piano delle fede, è che la salvezza è concessa da Dio per la sola fede e la sola grazia."

http://biografieonline.it/biografia.htm?BioID=706&biografia=Martin+Lutero


* Ma vediamo da dove salta fuori sto rasoio di occam, questo classico dell'epistemologia tanto citato nel forum:

"Concettualmente non si tratta di novità, perché il principio di semplicità era già ben noto a tutto il pensiero scientifico medievale, ma esso acquista in Occam una forza nuova e per certi versi devastante a causa della sua concezione volontarista**: se il mondo è stato creato da Dio solo sulla base della volontà (e non per intelletto e volontà, come diceva Tommaso d'Aquino), devono sparire tutti i concetti relativi a regole e leggi, come quello di sostanza o di legge naturale."

** Volontarismo:
Tommaso sosteneva che il mondo fosse fatto per volontà di dio razionale.
Quindi tutto rispondeva a regole razionali.
Metafisica.
Per occam no, "il mondo" era irrazionale dal punto di vista religioso, del suo senso, dio poteva e faceva cose irrazionali, non era tenuto a farle razionali, cioè la fede non è conoscibile e studiabile razionalmente: solo la scienza lo è...

"Centro del pensiero di Ockham è il volontarismo, la concezione secondo cui Dio non avrebbe creato il mondo per "intelletto e volontà" (come direbbe Tommaso d'Aquino), ma per sola volontà, e dunque in modo arbitrario, secondo la sua imperscrutabile volontà, senza né regole né leggi, che ne limiterebbero, secondo Ockham, la libertà d'azione."
...
"Ockham è convinto dell'indipendenza di fede e ragione e porta all'estreme conseguenze quella linea di pensiero che aveva già perseguito Duns Scoto. Ovvero le verità di fede non sono per nulla evidenti e la ragione non le può indagare. Solo la fede, dono gratuito di Dio, può illuminarle. Ma se tra Dio ed il mondo non possiamo porre alcun legame, se non la pura volontà di Dio, ne consegue che l'unica conoscenza è la conoscenza dell'individuo. Se la conoscenza non è universale ma dell'individuo, ne consegue:
crollano i sistemi aristotelici e tomisti
si negano i concetti di sostanza
non ha senso parlare di "potenza" ed "atto"
la conoscenza è solo empirica"


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ergo: la cultura occidentale non è comprensibile escludendo la storia cristiana: non sono due strade parallele, sono due realtà fuse per secoli, nel bene e nel male, che si stanno separando da qualche secolo.
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Messaggio Da renus il Mer 7 Nov - 8:14

iosonoateo ha scritto:a me mi sembra una gran cazzata questa storia degli atei devoti;é la classica trovata religiosa per continuare a mantenere la religione nella società e oltretutto é dannosa per gli atei,é la classica trovata per far credere alle persone che sono liberi di credere oppure no ma così facendo si continua ad alimentare il potere della chiesa cattolica
confermo, è lo strumento per tenere due piedi in una scarpa, ad esempio Cacciari...
qui si è sempre circondato di preti e ha lasciato che la curia la facesse da padrona in tutti gli affari locali.
è un po' quel finto vivi e lascia vivere che si traduce in vivi e lasciati dominare.
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Messaggio Da Paolo il Mer 7 Nov - 8:19

Concordo sia con iosono e renus. E' un atteggiamento che io definisco ipocrita e falso!
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Re: cos'è un Ateo Devoto?

Messaggio Da silvio il Mer 7 Nov - 17:16

Masada78 ha scritto:
ergo: la cultura occidentale non è comprensibile escludendo la storia cristiana: non sono due strade parallele, sono due realtà fuse per secoli, nel bene e nel male, che si stanno separando da qualche secolo.

Come lo hai esposto si chiarisce il senso, si è così, interessante il fatto che noi però oggi vediamo questa separazione prendere forma in modo evidente.
Certo il Cristianesimo si allontana dalla tradizione biblica, il Dio si fa Uomo e scende a soffrire.
Un bel salto concettuale, che gli Ebrei non colgono e lo mandano sulla croce, disprezzandolo ancora oggi, ma che i pagani Greci e Romani colgono la volo e lo fanno loro patrimonio.
In qualche modo la storia del Dio fatto carne viene accolta nella Civiltà Greco Romana con entusiasmo, non c'era bisogno che fosse vera era il concetto di per se rivoluzionario.
Passiamo Dei distanti e dispettosi ad un Dio padre padrone criminale, ad un dio fatto uomo coperto di sangue punito come un povero criminale comune.
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Messaggio Da renus il Mer 7 Nov - 19:21

silvio ha scritto:
Masada78 ha scritto:
ergo: la cultura occidentale non è comprensibile escludendo la storia cristiana: non sono due strade parallele, sono due realtà fuse per secoli, nel bene e nel male, che si stanno separando da qualche secolo.

Come lo hai esposto si chiarisce il senso, si è così, interessante il fatto che noi però oggi vediamo questa separazione prendere forma in modo evidente.
Certo il Cristianesimo si allontana dalla tradizione biblica, il Dio si fa Uomo e scende a soffrire.
Un bel salto concettuale, che gli Ebrei non colgono e lo mandano sulla croce, disprezzandolo ancora oggi, ma che i pagani Greci e Romani colgono la volo e lo fanno loro patrimonio.
In qualche modo la storia del Dio fatto carne viene accolta nella Civiltà Greco Romana con entusiasmo, non c'era bisogno che fosse vera era il concetto di per se rivoluzionario.
Passiamo Dei distanti e dispettosi ad un Dio padre padrone criminale, ad un dio fatto uomo coperto di sangue punito come un povero criminale comune.
Il primo thriller della storia... Anche se ci sono trame ben più geniali secondo me.
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Re: cos'è un Ateo Devoto?

Messaggio Da silvio il Mer 7 Nov - 23:19

Si una invenzione teatrale, poi l'umanità è folle ci veramente creduto...
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Re: cos'è un Ateo Devoto?

Messaggio Da claudio285 il Mar 26 Mar - 13:16

Paolo ha scritto:Io ritengo che la questione deve essere valutata in altro modo. Ogni popolazione e ogni cultura si è scelta la religione che meglio interpreta lo spirito del popolo stesso. La religione è l'espressione della mentalità della gente e non viceversa.

Se noi prendiamo in esame il cristianesimo vediamo che si è modificato secondo la cultura delle varie popolazioni. Per fare un esempio, i popoli del nord europa, che hanno una cultura e mentalità ben più rigida che non quella latina, sono protestanti. Non mi addentro nelle varie dottrina, ma mi risulta che quella protestante non prevede il perdono che invece è una caratteristica della chiesa cattolica. I pesi dell'est europa sono invece ortodossi che hanno tutta una dottrina molto più corrispondente al loro modo di vivere. E ritengo che sia lo stesso per gli altri popoli.

sì, però se la pensiamo così è facile cadere in una visione culturalista dell'essere umano. Secondo questa visione le culture umane sono monoliti che danno forma più che al singolo individuo, alle comunità entro le quali il singolo individuo è immerso (leggi "nato"); mentre l'individuo acquista la sua identità solo quando ha una specifica identità, che è quella che gli conferisce il gruppo d'appartenenza.

Comunitarismo e multiculturalismo sono le espressioni più note della mentalità culturalista.
Credo invece al valore transculturale e non relativista delle istanze razionaliste, secolariste e laiciste.
In questo senso credo che il pensiero ateo debba qualcosa al liberalismo, e ad un individualismo metodologico che renda il primato del singolo sul gruppo.
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Re: cos'è un Ateo Devoto?

Messaggio Da paolo1951 il Mar 26 Mar - 19:56

claudio285 ha scritto:
Paolo ha scritto:Io ritengo che la questione deve essere valutata in altro modo. Ogni popolazione e ogni cultura si è scelta la religione che meglio interpreta lo spirito del popolo stesso. La religione è l'espressione della mentalità della gente e non viceversa.

Se noi prendiamo in esame il cristianesimo vediamo che si è modificato secondo la cultura delle varie popolazioni. Per fare un esempio, i popoli del nord europa, che hanno una cultura e mentalità ben più rigida che non quella latina, sono protestanti. Non mi addentro nelle varie dottrina, ma mi risulta che quella protestante non prevede il perdono che invece è una caratteristica della chiesa cattolica. I pesi dell'est europa sono invece ortodossi che hanno tutta una dottrina molto più corrispondente al loro modo di vivere. E ritengo che sia lo stesso per gli altri popoli.

sì, però se la pensiamo così è facile cadere in una visione culturalista dell'essere umano. Secondo questa visione le culture umane sono monoliti che danno forma più che al singolo individuo, alle comunità entro le quali il singolo individuo è immerso (leggi "nato"); mentre l'individuo acquista la sua identità solo quando ha una specifica identità, che è quella che gli conferisce il gruppo d'appartenenza.

Comunitarismo e multiculturalismo sono le espressioni più note della mentalità culturalista.
Credo invece al valore transculturale e non relativista delle istanze razionaliste, secolariste e laiciste.
In questo senso credo che il pensiero ateo debba qualcosa al liberalismo, e ad un individualismo metodologico che renda il primato del singolo sul gruppo.
Questa cosa della dottrina protestante che "non prevede il perdono" mi risulta nuova... non è che stiamo confondendo "perdono" con "sacramento della confessione" ???
Quoto invece Claudio, ma vorrei osservare al tempo stesso come "liberalismo" & "individualismo" a livello pratico (cioè nella realtà) abbiamo ben pochi seguaci.
La stragrande maggioranza vuole avere una qualche "divinità" in cui credere, anche quando non la chiama così.
La stragrande maggioranza sente il bisogno del "gruppo", che può chiamarsi chiesa, partito, branco o gregge, ecc. e a questo bisogno sacrifica volentieri la propria individualità.
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Re: cos'è un Ateo Devoto?

Messaggio Da claudio285 il Mar 26 Mar - 21:05

Forse avrei dovuto mettere la parola liberalismo e l'espressione individualismo metodologico tra virgolette. Naturalmente le persone hanno bisogno di una identità sociale, oltre che di libertà sociale. Ma a seconda del modo in cui decliniamo il concetto di identità possiamo avere una diversa antropologia sociale. Il culturalismo, cioè il comunitarismo e il suo doppione "democratico", cioè il multiculturalismo, tendono ad avere una visione monolitica e immobilista dell'identità.

L'identità psicosociale è una e una sola, ed è sostanzialmente immutabile nel tempo. Il gruppo d'appartenenza ne è depositario e l'individuo dipende, nel suo formarsi come animale sociale, dall'acquisizione di questa identità

Amartya Sen, Filosofo della morale, economista, econometrista (cioè matematico) nobel per l'economia nel '98, in un suo testo critico verso il comunitarismo (Sen è critico anche verso il liberalismo nella sua accezione libertaria e utilitarista) propone una "teoria" dell'identità che,a mio modo di vedere, rende maggiore ragione dell'antropologia sociale efettiva.
Lui sostiene che è vero che l'identità è importante, ma che l'identità:

1) è plurale, e non monolitica
2) è trasversale a livello geografico, e non esclusivamente locale
3) è cangiante nel tempo, dipendente com'è dalle sollecitazioni ambientali

1) E' plurale, e le identità acquisiscono priorità a seconda delle sollecitazioni esterne: un popolo secolare come quello italiano diventa cattolico se qualcuno minaccia di togliere loro il crocefisso dalle aule scolastiche, il popolo italiano così antiitaliano diventa improvvisamente patriota quando gioca la nazionale. E lo stesso vale per la singola persona. Mi tocchi la famiglia e da individualista divento familista, mi tocchi la libertà e da familista ritorno individualista.
L'identità cioè è una risposta allo stimolo ambientale, la quale è informata da tutte le sedimentazioni culturali - frutto di educazione e ricerca personale - depositate nella coscienza del singolo

2) Non solo l'identità è importante, ma è importante anche come essa si forma. E le identità nel mondo globale sono globali. Per es. l'identità "verde", l'identità di essere un lavoratore precario, l'identità di essere un estimatore dell'heavy metal...

3) Solo in una società pluralista, in cui vi sia libertà di ricerca e libertà di espressione, l'identità può cambiare. Cambbiare nel tempo grazie alle lettura, all'educazione, al libero dibattito e all'incontro con il diverso.

L'identità monolitica del comunitarismo insomma è in realtà una deprivazione di identità, un furto di possibilità e di opportunità, una ideologia che si può spingere fino alla segregazione psicologica.
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claudio285
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