Senza dio ci resta una cosa. La morte.

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Re: Senza dio ci resta una cosa. La morte.

Messaggio Da jillo il Mer 16 Gen - 12:44

Multiverso ha scritto:
jillo ha scritto:

.Quello che scrivi è quanto pensano molti atei. Una convinzione che non sta in piedi. Sostieni che il credente usa il concetto di Dio per…
Nel momento stesso in cui consapevolmente il credente usa dio per... significa che il credente non è più tale, in quanto concepisce dio come un mezzo pretestuoso finalizzato al conseguimento di un fine. Poteremmo cercare di prendere in giro gli altri. Non noi stessi. Nessuno potrebbe credere seriamente nel mezzo (dio), concepito (o come meglio scrivi tu, “usato”) esclusivamente per quel determinato fine (rimozione del concetto di morte definitiva).
Evidentemente chi crede non può fondere la propria fede su ragioni di opportunità
.



Ma per favore, quello che affermi tu non sta affatto in piedi! Il credente non usa dio consapevolmente per allontanare la paura della morte, ma crede in dio perchè quest'ultimo asseconda un suo bisogno fondamentale di immortalità, che in soldoni significa che credere in dio serve, inconsciamente, ad accettare l'idea della morte fisica quale passaggio verso una nuova vita, e la morte delle persone care come un momentaneo distacco in attesa di un ricongiungimento eterno . Ma tu davvero sei convinto che tutti i credenti sono mossi da fede pura e autentica? La religione è un fatto sociale che riscuote tanto consenso perchè in fondo dice quello che la gente vorrebbe sentirsi dire. Conosci una religione che non promette la vita eterna? Cambiano le dottrine, gli insegnamenti, le verità rivelate, ma esiste un comune denominatore di ogni religione, ossia la vita dopo la morte attraverso paradisi o reincarnazioni. Se scoprissero un elisir di immortalità, mi dici chi avrebbe più bisogno di credere in dio, farsi due palle la domenica a messa, sentirsi i sermoni del papa e le continue richieste di offerte dal parroco? Chiaramente nessuno, adesso trai tu le dovute conclusioni...









jillo ha scritto:


Dalle. Come si fa a credere in qualcosa arbitrariamente concepito per…
Non tirarmi fuori discorsi sul bisogno subcosciente di trovare risposte appaganti e cavolate del genere.
Siamo tutti adulti e consapevoli. Collocare sul comodino la propria divinità per superare la paura della morte… e poi adorare quella divinità sarebbe a dir poco da dementi!!! Eppure questa è la spiazzante opinione che l’ateo medio ha del credente!!!
Poi, che c’entra l’egoismo? Sorvolo sullo slogan “il giusto peso alla vita” e su quel senso di libertà che da ateo sembri percepire con appagante convinzione.

Il credente non è un demente ma, ti ripeto, una persona che crede per assecondare, inconsapevolmente, un proprio bisogno di immortalità. Chi crede in dio non lo fa perchè realmente ama dio, ma perchè dio gli ha promesso quello che lui vorrebbe. Anche se il credente ama dio, lo ama per se stesso, perchè quell'amore, quell'obbedienza gli farà ottenere la vita eterna. C'è gente che quando prega sta bene, quando è convinta di parlare con dio si sente felice e appagata, ma dovresti sapere che la preghiera è stata oggetto di approfonditi studi scientifici, e pregare aiuta anche a guarire più in fretta da alcune patologie in alcuni casi, libera endorfine, ingenera nel soggetto la convinzione di essere nella grazia di dio. Ti ripeto che se l'uomo fosse immortale su questa Terra, se ne fotterebbe di dio e delle preghiere, la religione non esisterebbe perchè verrebbe meno lo stesso ruolo di dio. Guarda caso tutti pregano soprattutto per la propria salute, per quella dei familiari, o per guarire da qualche malattia. Se io do l'elemosina ad un povero per strada lo faccio senza aspettarmi nulla in cambio, se lo fa il credente è convinto di aver compiuto un gesto buono agli occhi di dio, che saprà tenerne conto al momento opportuno. Come vedi il credente ama dio e compie gesti a lui graditi solo per se stesso, e questo che ti piaccia o no si chiama egoismo, sicuramente inconscio, ma pur sempre egoismo.

-L’egoismo non può essere prerogativa connotativa del credente in quanto tale. Nemmeno nel caso da te riportato nell’esempio dell’elemosina.
Anche un non credente non è immune dall’eventualità di ricercare secondi fini nel momento in cui fa dell’elemosina.
1 - Il desiderio di autocelebrazione o di autogratificazione e sentirsi buoni, conseguibile mediante atti di carità, non necessariamente deve avere a che fare con la fede dell’uomo di fede.
2 – Non necessariamente il credente, nel fare elemosina, deve essere motivato da finalità che non siano quella di aiutare in maniera disinteressata il prossimo.
Credenti o non credenti che sfruttano la povertà materiale (o bisogno in genere) del prossimo per celebrare sé stessi e le proprie virtù (carità accompagnata da scampanellata) o anche solo per appagare l’intimo bisogno di sentirsi migliori (carità senza scampanellata), sono certo egoisti e in certi casi anche ipocriti. Ma sostenere che il “il credente ama dio e compie gesti a lui graditi solo per se stesso” non è per me ammissibile.


-“ il credente crede per assecondare, inconsapevolmente, un proprio bisogno di immortalità”... crede e obbedisce a un dio, che si sforza di amare, solo per questo fine.
Tu certo non credi e, da come scrivi, almeno non penso tu abbia mai creduto. Come non crede lo studioso/i che dissertano sui perché e percome della preghiera e del bisogno di pregare. Le conclusioni di queste trattazioni (“…la preghiera… ingenera nel soggetto… benessere… la convinzione di essere nella grazia di dio”…) si fermano là dove esse nascono. Alla superficie di quella scorza formale costituita dalla psiche dei soggetti esaminati. Presupposti e conclusioni coincidono. La speculazione scientifica si focalizza sin dall’inizio sulla psiche umana. Conclude giustificando il senso del bisogno della preghiera nell’appagante risposta psichica alla preghiera.
Uno scienziato credente arriverà invece a conclusioni diverse. Semplicemente perché non confonderà il bisogno spirituale coi bisogni della psiche (… che, per carità, quelle implicazioni psichiche talvolta potranno anche emergere).
Ho letto risultati di studi sugli effetti delle preghiera del Santo Rosario. Da qualche studioso essi sono stati arditamente assimilati agli effetti mentalmente liberatori della ripetizione dell’Om nel saluto del Mantra. Te pensa.
Posso condividere l’effetto anche rilassante della preghiera del Rosario e in particolare delle giaculatorie (questo avviene in genere quando si prega in maniera distratta, distaccata…) ma il senso non va ricercato là. Se regali un mazzo di rose a tua moglie in occasione del suo compleanno non arrivo alla conclusione che lo hai fatto perché sin da bambino eri attratto dal colore rosso (ti ricorda le corride di Siviglia, la città natale di tua mamma) o perché sentivi il bisogno di riempire un vaso di casa tua perché vederlo così vuoto ti metteva tristezza.
Le nostre divergenze non diverranno mai convergenze.
Tu pensi, mentre io credo? Non sempre è così. Tu e ed io entrambi pensiamo, crediamo, sappiamo… semplicemente cose diverse.
Ma ti assicuro che Dio, nella mia testa e nel mio cuore, non ha trovato spazio per quel bisogno “inconscio” di immortalità.
Poi perché mai immortalità dovrebbe significare necessariamente premio? Il premio (ma come scrissi parlare di premio è pertinente per i punti della spesa non per il destino dell’uomo) non è affatto l’immortalità in sé. Ma restare per sempre presso Dio.
Per un credente (…diciamo per me) la vita eterna in questo mondo (presente Highlander?) equivarrebbe ad una condanna eterna, un eterno purgatorio nel quale Dio è una presenza però ancora inavvicinabile e lontana. Sarebbe infatti impossibile vivere in questo mondo della pienezza del rapporto con Dio (ecco… come dicevo, crediamo in cose diverse).
Se c’è un fine, una meta, una ambita ricompensa, un sommo desiderio sopra tutti, è quella di vedere Dio. Desiderare l’immortalità in sé e è per sé sarebbe una diabolica ambizione che risponderebbe invece al bisogno di eternare egoisticamente (e tristemente… sai che roba il “per sempre” così inteso) noi stessi.

jillo
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Re: Senza dio ci resta una cosa. La morte.

Messaggio Da Multiverso il Mer 16 Gen - 14:31

jillo ha scritto:
-L’egoismo non può essere prerogativa connotativa del credente in quanto tale. Nemmeno nel caso da te riportato nell’esempio dell’elemosina.
Anche un non credente non è immune dall’eventualità di ricercare secondi fini nel momento in cui fa dell’elemosina.
1 - Il desiderio di autocelebrazione o di autogratificazione e sentirsi buoni, conseguibile mediante atti di carità, non necessariamente deve avere a che fare con la fede dell’uomo di fede.
2 – Non necessariamente il credente, nel fare elemosina, deve essere motivato da finalità che non siano quella di aiutare in maniera disinteressata il prossimo.
Credenti o non credenti che sfruttano la povertà materiale (o bisogno in genere) del prossimo per celebrare sé stessi e le proprie virtù (carità accompagnata da scampanellata) o anche solo per appagare l’intimo bisogno di sentirsi migliori (carità senza scampanellata), sono certo egoisti e in certi casi anche ipocriti. Ma sostenere che il “il credente ama dio e compie gesti a lui graditi solo per se stesso” non è per me ammissibile.


-“ il credente crede per assecondare, inconsapevolmente, un proprio bisogno di immortalità”... crede e obbedisce a un dio, che si sforza di amare, solo per questo fine.
Tu certo non credi e, da come scrivi, almeno non penso tu abbia mai creduto. Come non crede lo studioso/i che dissertano sui perché e percome della preghiera e del bisogno di pregare. Le conclusioni di queste trattazioni (“…la preghiera… ingenera nel soggetto… benessere… la convinzione di essere nella grazia di dio”…) si fermano là dove esse nascono. Alla superficie di quella scorza formale costituita dalla psiche dei soggetti esaminati. Presupposti e conclusioni coincidono. La speculazione scientifica si focalizza sin dall’inizio sulla psiche umana. Conclude giustificando il senso del bisogno della preghiera nell’appagante risposta psichica alla preghiera.
Uno scienziato credente arriverà invece a conclusioni diverse. Semplicemente perché non confonderà il bisogno spirituale coi bisogni della psiche (… che, per carità, quelle implicazioni psichiche talvolta potranno anche emergere).
Ho letto risultati di studi sugli effetti delle preghiera del Santo Rosario. Da qualche studioso essi sono stati arditamente assimilati agli effetti mentalmente liberatori della ripetizione dell’Om nel saluto del Mantra. Te pensa.
Posso condividere l’effetto anche rilassante della preghiera del Rosario e in particolare delle giaculatorie (questo avviene in genere quando si prega in maniera distratta, distaccata…) ma il senso non va ricercato là. Se regali un mazzo di rose a tua moglie in occasione del suo compleanno non arrivo alla conclusione che lo hai fatto perché sin da bambino eri attratto dal colore rosso (ti ricorda le corride di Siviglia, la città natale di tua mamma) o perché sentivi il bisogno di riempire un vaso di casa tua perché vederlo così vuoto ti metteva tristezza.
Le nostre divergenze non diverranno mai convergenze.
Tu pensi, mentre io credo? Non sempre è così. Tu e ed io entrambi pensiamo, crediamo, sappiamo… semplicemente cose diverse.
Ma ti assicuro che Dio, nella mia testa e nel mio cuore, non ha trovato spazio per quel bisogno “inconscio” di immortalità.
Poi perché mai immortalità dovrebbe significare necessariamente premio? Il premio (ma come scrissi parlare di premio è pertinente per i punti della spesa non per il destino dell’uomo) non è affatto l’immortalità in sé. Ma restare per sempre presso Dio.
Per un credente (…diciamo per me) la vita eterna in questo mondo (presente Highlander?) equivarrebbe ad una condanna eterna, un eterno purgatorio nel quale Dio è una presenza però ancora inavvicinabile e lontana. Sarebbe infatti impossibile vivere in questo mondo della pienezza del rapporto con Dio (ecco… come dicevo, crediamo in cose diverse).
Se c’è un fine, una meta, una ambita ricompensa, un sommo desiderio sopra tutti, è quella di vedere Dio. Desiderare l’immortalità in sé e è per sé sarebbe una diabolica ambizione che risponderebbe invece al bisogno di eternare egoisticamente (e tristemente… sai che roba il “per sempre” così inteso) noi stessi.

Amare nel senso più alto e puro del termine dovrebbe significare donare senza aspettarsi nulla in cambio. Il cristiano è convinto di essere costamentemente monitorato da un ragioniere celeste che annota le sue buone e cattive azioni, che gioisce o si dispiace per i suoi comportamenti e che alla fine premia o punisce a seconda dei suoi meriti terreni. Questa ingenua e primitiva convinzione finisce con il permeare la stessa vita del credente, in ogni aspetto, per cui egli è convinto di essere libero ma in realtà è schiavo di un'idea che agisce a livello subliminale.

Se io faccio l'elemosina al bisognoso agisco per spirito di solidarietà, di fratellanza assecondando una mia morale laica, senza aspettarmi nulla in cambio da chi magari non rivedrò mai più in vita mia. Il credente no, sa, spesso a livello inconscio, che quel suo gesto non passerà inosservato agli occhi invisibili di chi ha il potere di dannare o salvare. A te sembra poco tale differenza? Certo, anche qualche non credente potrebbe fare l'elemosina per ottenere consensi sociali, per dimostrare la propria bontà o per altri fini personali, ma qui non stiamo ragionando per categorie nette e assolute come il bianco e il nero. Il criterio dell'egoismo sotteso all'apparente gesto altruista, in chi sa che ogni suo gesto verrà usato a favore o contro la sua anima, è un criterio generale in re ipsa, intimamente collegato alla stessa credenza in un dio che premia o punisce.

Ti ripeto che chi ama dio in realtà ama se stesso, esattamente come chi è sottomesso e lecca i fondelli al proprio datore di lavoro, il quale verrebbe spedito con un sonoro calcio nel culo a quel paese, nello stesso momento in cui il dipendente dovesse azzeccare 6 numeri al superenalotto. Se l'uomo ipoteticamente diventasse immortale su questa Terra, ti ripeto per l'ennesima volta che non saprebbe più che farsene di dio. Chi ama dio e segue le sue leggi, così come chi rispetta il datore di lavoro e ne esegue gli ordini, in realtà lo fa per se stesso, perchè ha bisogno di entrambi, e infatti se entrambi non servissero più verrebbero immediatamente accantonati.

Anche la preghiera rientra in tale ambito, si prega e si invoca dio perchè il più grande dramma dell'uomo è la precarietà della vita che si scontra con il suo bisogno di punti fermi e di immortalità. Poichè tutto è precario, un amico, un parente, un figlio e anche se stesso potrebbero venir meno da un momento all'altro, l'uomo ha creato un punto fisso esterno, immutabile ed eterno, un'idea che non muore mai e che funge da conforto fino alla morte, che accompagna per mano l'uomo ogniqualvolta ne ha bisogno fino a quando non chiuderà gli occhi per sempre, e che nessuno potrà mia uccidere.

Tale proiezione esterna assume così un ruolo che nessuna creatura umana potrebbe mai assumere, e asseconda il profondo bisogno di una complessa macchina biologica pensante, soggetta inesorabilmente alla decomposizione del proprio organismo nel complesso meccanismo della catena trofica del nostro ecosistema. Perchè gli animali non credono in dio? Semplicemente perchè non ne hanno bisogno in quanto non hanno una percezione cosciente della propria precarietà. Se gli animali sapessero di dover morire, stai pur certo che avremmo un dio dei cavalli, uno delle scimmie, un altro delle giraffe e anche uno degli uccelli.
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Re: Senza dio ci resta una cosa. La morte.

Messaggio Da loonar il Mer 16 Gen - 15:11

ragazzi ci stavo per cascare un'altra volta....riguardo jillo ricordiamoci sempre del piccione e della scacchiera....

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Re: Senza dio ci resta una cosa. La morte.

Messaggio Da jillo il Mer 16 Gen - 16:09

Multiverso ha scritto:
Amare nel senso più alto e puro del termine dovrebbe significare donare senza aspettarsi nulla in cambio. Il cristiano è convinto di essere costamentemente monitorato da un ragioniere celeste che annota le sue buone e cattive azioni, che gioisce o si dispiace per i suoi comportamenti e che alla fine premia o punisce a seconda dei suoi meriti terreni. Questa ingenua e primitiva convinzione finisce con il permeare la stessa vita del credente, in ogni aspetto, per cui egli è convinto di essere libero ma in realtà è schiavo di un'idea che agisce a livello subliminale.

Quello che descrivi è il rapporto che un bambino è in grado di istaurare con Dio. E dunque agisco in tal modo o mi astengo dal compiere tale proposito alla luce del giudizio di quel Dio al quale nulla di nulla sfugge. Questa, come descrivi, è proprio una ingenua e primitiva convinzione.

Multiverso ha scritto:

Se io faccio l'elemosina al bisognoso agisco per spirito di solidarietà, di fratellanza assecondando una mia morale laica, senza aspettarmi nulla in cambio da chi magari non rivedrò mai più in vita mia. Il credente no, sa, spesso a livello inconscio, che quel suo gesto non passerà inosservato agli occhi invisibili di chi ha il potere di dannare o salvare. A te sembra poco tale differenza? Certo, anche qualche non credente potrebbe fare l'elemosina per ottenere consensi sociali, per dimostrare la propria bontà o per altri fini personali, ma qui non stiamo ragionando per categorie nette e assolute come il bianco e il nero. Il criterio dell'egoismo sotteso all'apparente gesto altruista, in chi sa che ogni suo gesto verrà usato a favore o contro la sua anima, è un criterio generale in re ipsa, intimamente collegato alla stessa credenza in un dio che premia o punisce.

Al credente sarebbe quindi assolutamente preclusa la possibilità di fare del bene al prossimo in maniera disinteressata in quanto sarebbe più interessato a quanto rendiconterà a Dio (azioni positive comprese) di quanto non gli importi realmente del prossimo?!
Gesù aveva la stessa preoccupazione quando condannava l’ipocrisia degli uomini che praticano la carità senza Carità. “non sappia la mano destra cosa fa la mano sinistra” . Carità è amore disinteressato che si può spingere sino al sacrificio di sé. “Amerai il prossimo tuo come te stesso. Non c'è altro comandamento più importante di questi”. Lo sguardo dell’uomo di fede, intento nell’atto di compiere la carità, non è rivolto a Dio (e alla ricompensa che da Lui arriva) ma al fratello amato come sé stesso. La Carità non è estranea nemmeno a chi Dio crede di non averlo mai conosciuto.


Multiverso ha scritto:
Ti ripeto che chi ama dio in realtà ama se stesso, esattamente come chi è sottomesso e lecca i fondelli al proprio datore di lavoro, il quale verrebbe spedito con un sonoro calcio nel culo a quel paese, nello stesso momento in cui il dipendente dovesse azzeccare 6 numeri al superenalotto. Se l'uomo ipoteticamente diventasse immortale su questa Terra, ti ripeto per l'ennesima volta che non saprebbe più che farsene di dio. Chi ama dio e segue le sue leggi, così come chi rispetta il datore di lavoro e ne esegue gli ordini, in realtà lo fa per se stesso, perchè ha bisogno di entrambi, e infatti se entrambi non servissero più verrebbero immediatamente accantonati.

Chi ama Dio non può non amare sé stesso. Ma in modo diverso da quello che intendi tu.
L’immortalità in terra? Terribile. Preferisco questa: “Sazio di giorni si ricongiunse coi suoi” .
Dio non è un mezzo al fine di esaltare sé stessi. In questa pretesa si realizza il peccato originale. Per realizzare sé stesso, l’uomo mette da parte Dio… e si trova nudo e triste. La sua ambizione era proprio quella di essere immortale, come Lui.
Se ti dicessi che io amo Dio tu non mi crederesti, vero? Ma se ti dicessi che molto spesso ho saputo amare il poveraccio accovacciato sul marciapiede a chiedere l’elemosina? Forse mi credi. Anche tu avrai nella tua vita provato un senso di dolore autentico alla vista di un povero storpio mendicante. E senza esitare o peggio calcolare avrai messo mano al portafoglio, e nel farlo avrai provato dispiacere per non riuscire a fare di più. “Ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me”.


Multiverso ha scritto:

Anche la preghiera rientra in tale ambito, si prega e si invoca dio perchè il più grande dramma dell'uomo è la precarietà della vita che si scontra con il suo bisogno di punti fermi e di immortalità. Poichè tutto è precario, un amico, un parente, un figlio e anche se stesso potrebbero venir meno da un momento all'altro, l'uomo ha creato un punto fisso esterno, immutabile ed eterno, un'idea che non muore mai e che funge da conforto fino alla morte, che accompagna per mano l'uomo ogniqualvolta ne ha bisogno fino a quando non chiuderà gli occhi per sempre, e che nessuno potrà mia uccidere.

Il dramma non è la precarietà della vita. Il dramma è una vita vissuta senza riuscire a riconoscere in essa la presenza di Dio.

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Re: Senza dio ci resta una cosa. La morte.

Messaggio Da BestBeast il Mer 16 Gen - 16:12

Se fossi nato nello Sri Lanka, il dramma sarebbe stato non riconoscere quel grosso elefante invisibile con quattro braccia.

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Re: Senza dio ci resta una cosa. La morte.

Messaggio Da oddvod56 il Mer 16 Gen - 16:15

Sorel1980 ha scritto:
oddvod56 ha scritto:
Sorel1980 ha scritto:Buonasera a tutti,
sono ateo da quando avevo 14 anni e attualmente ne ho 32... mi chiedo spesso perchè un credente sia meno felice di me. E' meno consapevole certamente, accetta soluzioni infantili certamente, ma almeno non ha il terrore della morte.
Per chi è ateo come me e come molti di voi, come può essere sopportato il pensiero della propria fine o della fine dei propri genitori o della propria amata? Come si può accettare, seppur atei, la propria distruzione e la fine di tutto ciò che conosciamo? Come si può accettare questo dolore, anche solo dicendo "è una cosa naturale"? La naturalità della morte può forse risparmiarci l'agghiacciante pensiero della nostra inesistenza?
Siamo una nave in fiamme che si dirige verso un gorgo... perchè dobbiamo sopportare il peso dell'ateismo? Se potessi vorrei credere in dio, una bella favola infantile... tuttavia non posso quindi sono condannato a questo pensiero... voi no?

ciao sorel ti pongo una domanda ... se anche tu ci pensi o hai un "conforto morale" (il paradiso) comunque non piangeresti nel momento in cui un tuo familiare muore?
i credenti stessa cosa, credono nel paradiso però piangono se muore un loro familiare o un amico eppure questo qui che muore è fortunato,va in un posto migliore
il mio unico timore è di morire presto senza almeno passata la 60 di anni e quindi di non aver occasione di fare alcune cose , alla fine conforto o non conforto le persone muoiono è parte naturale dell' esistenza

E' vero, infatti l'atteggiamento coerente con la fede in Dio sarebbe quello di goire e festeggiare per ogni decesso e considerare la propria morte come la più bella delle cose, come un risultato che si consegue dopo anni di attesa. In effetti nella mia esperienza non è affatto così... diciamo che se invece così fosse (cioè se il credente fosse in grado di gioire della morte che si avvicina) allora la fede otterrebbe la superiorità sull'ateismo... io invece, non potendo credere a dio ed essendo fin troppo ateo non posso che pensare di essere un essere divorato dal nulla, che porta la propria condanna su di sè... l'ateismo non basta come risposta, ma l'alternativa non c'è... Anche ciò che afferma Epicuro (la morte non è esperibile quindi non deve farci paura) è solo un gioco dialettico: per il soggetto non può non fare paura l'assoluto nulla, che quando si manifesterà (sempre che si possa dire che il nulla si manifesti) annullerà tutto, compreso la validità della scienza, che è valida unicamente per il soggetto (una scienza presuppone che qualcuno la pensi, senza soggetto nessuno la pensa e non è valida)

io ho una filosofia di vita raccolta in una frase
"puoi risolvere il problema......................allora perché ti disperi?
non puoi risolvere il problema...................allora perché ti disperi?"
disperarsi per qualcosa che non puoi evitare è inutile, l' affronti al meglio e ,nel caso della morte , vivi la vita al meglio delle tue possibilità
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Re: Senza dio ci resta una cosa. La morte.

Messaggio Da Sorel1980 il Mer 16 Gen - 19:15

oddvod56 ha scritto:
Sorel1980 ha scritto:
oddvod56 ha scritto:
Sorel1980 ha scritto:Buonasera a tutti,
sono ateo da quando avevo 14 anni e attualmente ne ho 32... mi chiedo spesso perchè un credente sia meno felice di me. E' meno consapevole certamente, accetta soluzioni infantili certamente, ma almeno non ha il terrore della morte.
Per chi è ateo come me e come molti di voi, come può essere sopportato il pensiero della propria fine o della fine dei propri genitori o della propria amata? Come si può accettare, seppur atei, la propria distruzione e la fine di tutto ciò che conosciamo? Come si può accettare questo dolore, anche solo dicendo "è una cosa naturale"? La naturalità della morte può forse risparmiarci l'agghiacciante pensiero della nostra inesistenza?
Siamo una nave in fiamme che si dirige verso un gorgo... perchè dobbiamo sopportare il peso dell'ateismo? Se potessi vorrei credere in dio, una bella favola infantile... tuttavia non posso quindi sono condannato a questo pensiero... voi no?

ciao sorel ti pongo una domanda ... se anche tu ci pensi o hai un "conforto morale" (il paradiso) comunque non piangeresti nel momento in cui un tuo familiare muore?
i credenti stessa cosa, credono nel paradiso però piangono se muore un loro familiare o un amico eppure questo qui che muore è fortunato,va in un posto migliore
il mio unico timore è di morire presto senza almeno passata la 60 di anni e quindi di non aver occasione di fare alcune cose , alla fine conforto o non conforto le persone muoiono è parte naturale dell' esistenza

E' vero, infatti l'atteggiamento coerente con la fede in Dio sarebbe quello di goire e festeggiare per ogni decesso e considerare la propria morte come la più bella delle cose, come un risultato che si consegue dopo anni di attesa. In effetti nella mia esperienza non è affatto così... diciamo che se invece così fosse (cioè se il credente fosse in grado di gioire della morte che si avvicina) allora la fede otterrebbe la superiorità sull'ateismo... io invece, non potendo credere a dio ed essendo fin troppo ateo non posso che pensare di essere un essere divorato dal nulla, che porta la propria condanna su di sè... l'ateismo non basta come risposta, ma l'alternativa non c'è... Anche ciò che afferma Epicuro (la morte non è esperibile quindi non deve farci paura) è solo un gioco dialettico: per il soggetto non può non fare paura l'assoluto nulla, che quando si manifesterà (sempre che si possa dire che il nulla si manifesti) annullerà tutto, compreso la validità della scienza, che è valida unicamente per il soggetto (una scienza presuppone che qualcuno la pensi, senza soggetto nessuno la pensa e non è valida)

io ho una filosofia di vita raccolta in una frase
"puoi risolvere il problema......................allora perché ti disperi?
non puoi risolvere il problema...................allora perché ti disperi?"
disperarsi per qualcosa che non puoi evitare è inutile, l' affronti al meglio e ,nel caso della morte , vivi la vita al meglio delle tue possibilità

Secondo me il tema della morte è vitale... non ci interroghiamo mai abbastanza su di essa... anzi tutti gli altri problemi (quelli che possiamo risolvere) sono decisamente ininfluenti...

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Re: Senza dio ci resta una cosa. La morte.

Messaggio Da Multiverso il Mer 16 Gen - 19:28

jillo ha scritto:
Quello che descrivi è il rapporto che un bambino è in grado di istaurare con Dio. E dunque agisco in tal modo o mi astengo dal compiere tale proposito alla luce del giudizio di quel Dio al quale nulla di nulla sfugge. Questa, come descrivi, è proprio una ingenua e primitiva convinzione.

Ti ribadisco che il tutto spesso avviene a livello subliminale. Duemila anni di cultura cristiana, imposta per circa milleottocento anni, hanno permeato la società di principi cattolici più di quanto tu possa immaginare. I concetti di colpa, perdono, riconciliazione, buone azioni, premi, salvezza, guarigione, dannazione sono un abito mentale subdolo dal quale non è per nulla facile affrancarsi, poggianti sull'ingenua e primitiva convinzione che dio osserva, premia o punisce. Se così non fosse, nessuno andrebbe a ripulirsi i panni in quelle lavanderie psicologiche che sono i confessionali.



jillo ha scritto: Al credente sarebbe quindi assolutamente preclusa la possibilità di fare del bene al prossimo in maniera disinteressata in quanto sarebbe più interessato a quanto rendiconterà a Dio (azioni positive comprese) di quanto non gli importi realmente del prossimo?!
Gesù aveva la stessa preoccupazione quando condannava l’ipocrisia degli uomini che praticano la carità senza Carità. “non sappia la mano destra cosa fa la mano sinistra” . Carità è amore disinteressato che si può spingere sino al sacrificio di sé. “Amerai il prossimo tuo come te stesso. Non c'è altro comandamento più importante di questi”. Lo sguardo dell’uomo di fede, intento nell’atto di compiere la carità, non è rivolto a Dio (e alla ricompensa che da Lui arriva) ma al fratello amato come sé stesso. La Carità non è estranea nemmeno a chi Dio crede di non averlo mai conosciuto.

Tu sei la prova provata di quello che sto affermando. Amerai il prossimo tuo come te stesso, chi l'ha detto? Gesù! E Gesù per te chi era? Il figlio di Dio! E il figlio di Dio che potere ha? Di salvare o dannare in eterno! Quindi ami il prossimo tuo come te stesso perchè l'ha detto Gesù, non perchè tu istintivamente perdoni i nemici o porgi l'altra guancia a chi ti ha sferrato un calcio nei maroni.





jillo ha scritto: Chi ama Dio non può non amare sé stesso. Ma in modo diverso da quello che intendi tu.
L’immortalità in terra? Terribile. Preferisco questa: “Sazio di giorni si ricongiunse coi suoi” .
Dio non è un mezzo al fine di esaltare sé stessi. In questa pretesa si realizza il peccato originale. Per realizzare sé stesso, l’uomo mette da parte Dio… e si trova nudo e triste. La sua ambizione era proprio quella di essere immortale, come Lui.
Se ti dicessi che io amo Dio tu non mi crederesti, vero? Ma se ti dicessi che molto spesso ho saputo amare il poveraccio accovacciato sul marciapiede a chiedere l’elemosina? Forse mi credi. Anche tu avrai nella tua vita provato un senso di dolore autentico alla vista di un povero storpio mendicante. E senza esitare o peggio calcolare avrai messo mano al portafoglio, e nel farlo avrai provato dispiacere per non riuscire a fare di più. “Ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me”.

"Ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me". Ma lo vedi che confermi tutto quello che sostengo io??? Se fai del bene al mendicante, indirettamente l'hai fatto a Gesù. Tu aiuti il bisognoso perchè pensi di aiutare Gesù, che ti porterà con lui nella gioia senza fine...



jillo ha scritto:Il dramma non è la precarietà della vita. Il dramma è una vita vissuta senza riuscire a riconoscere in essa la presenza di Dio.

Ti assicuro che la mia vita non è affatto drammatica, anzi... Il vero dramma è vedere tanta gente che nel XXI secolo naviga in internet, viaggia in aereo e utilizza le nanotecnologie, ma ingenuamente crede ancora nelle favole...
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Re: Senza dio ci resta una cosa. La morte.

Messaggio Da BestBeast il Mer 16 Gen - 20:25

Multiverdi.
(Sparsi ovunque)


Sembra rispondere senza tener conto di quello che scrivi, per me non legge. Mah..

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Re: Senza dio ci resta una cosa. La morte.

Messaggio Da loonar il Mer 16 Gen - 20:55

BestBeast ha scritto:Multiverdi.
(Sparsi ovunque)


Sembra rispondere senza tener conto di quello che scrivi, per me non legge. Mah..
Ve l'ho già detto che a giocare a scacchi con i piccioni si rischia questo!
voi non mi ascoltate!

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Re: Senza dio ci resta una cosa. La morte.

Messaggio Da BestBeast il Mer 16 Gen - 21:09


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Re: Senza dio ci resta una cosa. La morte.

Messaggio Da Mrs41258 il Mer 16 Gen - 22:42

Concordo, la visione dei credenti è molto più positiva.
Personalmente la morte mi fa paura e preferirei l'Inferno al nulla... ma sicuramente mi terrorizza molto di più vivere una vita nell'illusione che con la consapevolezza che un giorno non esisterò più.
Meglio una triste realtà che una piacevole illusione.

Il mio pensiero è questa citazione di Russel:

"Ma ho l'impressione che sia una fondamentale disonestà e una fondamentale slealtà verso l'integrità intellettuale mantenere un credo perchè si pensa sia utile piuttosto che vero"

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Re: Senza dio ci resta una cosa. La morte.

Messaggio Da jillo il Gio 17 Gen - 8:45

Multiverso ha scritto:
jillo ha scritto:
Quello che descrivi è il rapporto che un bambino è in grado di istaurare con Dio. E dunque agisco in tal modo o mi astengo dal compiere tale proposito alla luce del giudizio di quel Dio al quale nulla di nulla sfugge. Questa, come descrivi, è proprio una ingenua e primitiva convinzione.

Ti ribadisco che il tutto spesso avviene a livello subliminale. Duemila anni di cultura cristiana, imposta per circa milleottocento anni, hanno permeato la società di principi cattolici più di quanto tu possa immaginare. I concetti di colpa, perdono, riconciliazione, buone azioni, premi, salvezza, guarigione, dannazione sono un abito mentale subdolo dal quale non è per nulla facile affrancarsi, poggianti sull'ingenua e primitiva convinzione che dio osserva, premia o punisce. Se così non fosse, nessuno andrebbe a ripulirsi i panni in quelle lavanderie psicologiche che sono i confessionali.



jillo ha scritto: Al credente sarebbe quindi assolutamente preclusa la possibilità di fare del bene al prossimo in maniera disinteressata in quanto sarebbe più interessato a quanto rendiconterà a Dio (azioni positive comprese) di quanto non gli importi realmente del prossimo?!
Gesù aveva la stessa preoccupazione quando condannava l’ipocrisia degli uomini che praticano la carità senza Carità. “non sappia la mano destra cosa fa la mano sinistra” . Carità è amore DISINTERESSATO che si può spingere sino al sacrificio di sé. “Amerai il prossimo tuo come te stesso. Non c'è altro comandamento più importante di questi”. Lo sguardo dell’uomo di fede, intento nell’atto di compiere la carità, non è rivolto a Dio (e alla ricompensa che da Lui arriva) ma al fratello amato come sé stesso. La Carità non è estranea nemmeno a chi Dio crede di non averlo mai conosciuto.

Tu sei la prova provata di quello che sto affermando. Amerai il prossimo tuo come te stesso, chi l'ha detto? Gesù! E Gesù per te chi era? Il figlio di Dio! E il figlio di Dio che potere ha? Di salvare o dannare in eterno! Quindi ami il prossimo tuo come te stesso perchè l'ha detto Gesù, non perchè tu istintivamente perdoni i nemici o porgi l'altra guancia a chi ti ha sferrato un calcio nei maroni...
...Tu aiuti il bisognoso perchè pensi di aiutare Gesù, che ti porterà con lui nella gioia senza fine




Sei tu la prova provata di quello che non vuole comprendere.

Trai le tue conclusioni dalle convinzioni saldamente radicate nella tua mente e non da quanto si evince chiaramente da quello che ho scritto.

Ti agevolo nella comprensione di quanto ho scritto evidenziando in grassetto.
(ma temo sia superfluo. tu sei sufficientemente intelligente per capire quando vuoi)

quindi da parte mia la discussione non può che chiudersi qua.

jillo
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Re: Senza dio ci resta una cosa. La morte.

Messaggio Da pistacchio il Gio 17 Gen - 9:02

"Senza dio ci resta una cosa. La morte."




Ehhhmmmmm, come dire..... e allora?
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Re: Senza dio ci resta una cosa. La morte.

Messaggio Da mix il Gio 17 Gen - 11:38

jillo ha scritto:Sei tu la prova provata di quello che non vuole comprendere.

Trai le tue conclusioni dalle convinzioni saldamente radicate nella tua mente e non da quanto si evince chiaramente da quello che ho scritto.

Ti agevolo nella comprensione di quanto ho scritto evidenziando in grassetto.
(ma temo sia superfluo. tu sei sufficientemente intelligente per capire quando vuoi)

quindi da parte mia la discussione non può che chiudersi qua.
anch'io non voglio comprendere

mi sembra semplice e lineare quello che afferma Multiverso:
tu hai inconsciamente
(sai cosa vuol dire inconsciamente? che la possono percepire altri, ma non il soggetto in causa, una motivazione inconscia. se è inconscia il soggetto la dovrà naturalmente negare, poichè non la può riconoscere)
in mente un'entità superiore a cui riferisci tutte le tue azioni, sempre e comunque.
niente di più, niente di meno, semplicemente.
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Re: Senza dio ci resta una cosa. La morte.

Messaggio Da Multiverso il Gio 17 Gen - 11:45

mix ha scritto:
jillo ha scritto:Sei tu la prova provata di quello che non vuole comprendere.

Trai le tue conclusioni dalle convinzioni saldamente radicate nella tua mente e non da quanto si evince chiaramente da quello che ho scritto.

Ti agevolo nella comprensione di quanto ho scritto evidenziando in grassetto.
(ma temo sia superfluo. tu sei sufficientemente intelligente per capire quando vuoi)

quindi da parte mia la discussione non può che chiudersi qua.
anch'io non voglio comprendere


mi sembra semplice e lineare quello che afferma Multiverso:
tu hai inconsciamente
(sai cosa vuol dire inconsciamente? che la possono percepire altri, ma non il soggetto in causa, una motivazione inconscia. se è inconscia il soggetto la dovrà naturalmente negare, poichè non la può riconoscere)
in mente un'entità superiore a cui riferisci tutte le tue azioni, sempre e comunque.
niente di più, niente di meno, semplicemente.

Grazie Mix, hai sintetizzato quello che cercavo di dire, dilungandomi forse troppo con chi tira a campare con i paraocchi della fede e non vuole guardare al di là del proprio ristrettissimo e illusorio campi visivo.
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Re: Senza dio ci resta una cosa. La morte.

Messaggio Da Multiverso il Gio 17 Gen - 12:19

jillo ha scritto:
jillo ha scritto: Al credente sarebbe quindi assolutamente preclusa la possibilità di fare del bene al prossimo in maniera disinteressata in quanto sarebbe più interessato a quanto rendiconterà a Dio (azioni positive comprese) di quanto non gli importi realmente del prossimo?!
Gesù aveva la stessa preoccupazione quando condannava l’ipocrisia degli uomini che praticano la carità senza Carità. “non sappia la mano destra cosa fa la mano sinistra” . Carità è amore DISINTERESSATO che si può spingere sino al sacrificio di sé. “Amerai il prossimo tuo come te stesso. Non c'è altro comandamento più importante di questi”. Lo sguardo dell’uomo di fede, intento nell’atto di compiere la carità, non è rivolto a Dio (e alla ricompensa che da Lui arriva) ma al fratello amato come sé stesso. La Carità non è estranea nemmeno a chi Dio crede di non averlo mai conosciuto.



Sei tu la prova provata di quello che non vuole comprendere.

Trai le tue conclusioni dalle convinzioni saldamente radicate nella tua mente e non da quanto si evince chiaramente da quello che ho scritto.

Ti agevolo nella comprensione di quanto ho scritto evidenziando in grassetto.
(ma temo sia superfluo. tu sei sufficientemente intelligente per capire quando vuoi)

quindi da parte mia la discussione non può che chiudersi qua.

Noneeeeeee! Tutto quello che affermi sulla carità e sull'amore disinteressato ha un solo vizio di fondo: se non ami e non segui i dettami di dio, sarai dannato in eterno! E' questo il terrorismo psicologico che fa la Chiesa, usando l'arma potentissima dell'inferno per tenere soggiogati i propri adepti.

Tutto bellissimo, amore, carità, perdono, solidarietà, disprezzo dei beni materiali, ma perchè la Chiesa non dice: cari fedeli, Dio è infinitamente buono e misericordioso e quindi salverà tutti, anche quelli che non avranno seguito le sue regole e non si saranno pentiti? Semplice, perchè quelle regole intanto hanno ragione di esistere in quanto la loro inosservanza comporta una sanzione, esattamente come per le leggi statali. Se esistessero le leggi, per quanto giuste e socialmente utili, ma non fosse prevista alcuna pena in caso di inosservanza, quanti le rispetterebbero per puro senso civico o per mera fede? E se la mancata osservanza delle regole divine non prevedesse la pena eterna dell'inferno, quanti scalderebbero i banchi delle chiese, lascerebbero offerte o pagherebbero messe in suffragio delle anime defunte che soggiornano temporaneamente in purgatorio? Quasi nessuno!

Hai compreso a che serve la dannazione eterna? La morale cattolica scaturente dalle norme divine intanto ha senso in quanto viene spacciata per salvacondotto indispensabile alle sorti della propria anima. Peccato solo che non esiste il paradiso, non esiste l'inferno, non esiste alcuna divinità e quella che voi chiamate anima è semplice autocoscienza, scaturente da un processo evolutivo che ha premiato tali facoltà della corteccia cerebrale, utili alla sopravvivenza della specie homo sapiens sapiens nella propria nicchia ecologica.

I pipistrelli hanno sviluppato l'ecolocazione, i delfini l'udito, i leoni denti, mandibole e artigli molto forti e l'uomo facoltà mentali "superiori" come l'autocoscienza. Per il resto siamo tutti uguali, complesse macchine biologiche che hanno l'unico scopo di trasmettere i replicatori, detti geni, gli unici in grado di sopravvivere teoricamente in eterno. Bye
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Re: Senza dio ci resta una cosa. La morte.

Messaggio Da niko95py il Sab 19 Gen - 17:48

Quando ero credente (penso fino a 14 anni) non pensavo altro se non a cosa mi sarebbe successo dopo la morte, se sarei andato o no in paradiso, mentre ora che non credo sono abbastanza certo di ciò che mi accadrà dopo la morte; sono un mucchio di atomi, lo sarò per sempre, solo che quel mucchio di atomi dopo la mia morte non penserà di esistere .
E poi penso sia umano avere paura della morte, non a caso hanno inventato la religione.
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Re: Senza dio ci resta una cosa. La morte.

Messaggio Da *Valerio* il Sab 19 Gen - 17:54

niko95py ha scritto:Quando ero credente (penso fino a 14 anni) non pensavo altro se non a cosa mi sarebbe successo dopo la morte, se sarei andato o no in paradiso, mentre ora che non credo sono abbastanza certo di ciò che mi accadrà dopo la morte; sono un mucchio di atomi, lo sarò per sempre, solo che quel mucchio di atomi dopo la mia morte non penserà di esistere .
E poi penso sia umano avere paura della morte, non a caso hanno inventato la religione.

Perfetta lucida analisi welcome

e se ti va passa a presentarti.

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Re: Senza dio ci resta una cosa. La morte.

Messaggio Da Rasputin il Sab 19 Gen - 18:17

niko95py ha scritto:sono un mucchio di atomi, lo sarò per sempre, solo che quel mucchio di atomi dopo la mia morte non penserà di esistere .

Oltre al verdone, questa va dritta in citazioni!

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Re: Senza dio ci resta una cosa. La morte.

Messaggio Da JACK_JOHN il Sab 19 Gen - 23:19

Sorel1980 ha scritto:Buonasera a tutti,
sono ateo da quando avevo 14 anni e attualmente ne ho 32... mi chiedo spesso perchè un credente sia meno felice di me. E' meno consapevole certamente, accetta soluzioni infantili certamente, ma almeno non ha il terrore della morte.
Per chi è ateo come me e come molti di voi, come può essere sopportato il pensiero della propria fine o della fine dei propri genitori o della propria amata? Come si può accettare, seppur atei, la propria distruzione e la fine di tutto ciò che conosciamo? Come si può accettare questo dolore, anche solo dicendo "è una cosa naturale"? La naturalità della morte può forse risparmiarci l'agghiacciante pensiero della nostra inesistenza?
Siamo una nave in fiamme che si dirige verso un gorgo... perchè dobbiamo sopportare il peso dell'ateismo? Se potessi vorrei credere in dio, una bella favola infantile... tuttavia non posso quindi sono condannato a questo pensiero... voi no?

Ciao Sorel

Finalmente qualcuno che ha il coraggio di guardare in faccio l'ateismo con tutto ciò che implica.

Sono d'accordo con l'idea generale. Infatti avevo scritto un posto lungo a riguardo:
http://atei.forumitalian.com/t3747p30-una-domanda-da-un-giovane-ateo#109351

Le risposte degli altri utenti erano scontate, ovviamente, ma non colgono il punto di quello che volevi dire.

Io sono d'accordo con il tuo punto principale: senza Dio non rimane che la morte.
Alla nostra morte tutto sarà esattamente come era quando eravamo vivi. A lungo andare (per esempio fra un miliardo di anni) sarà lo stesso come se non fossimo mai esistiti. A lungo andare qualunque cosa abbiamo mai fatto non avrà contribuito a cambiare nulla... sarà esattamente tutto uguale, come se non fossimo mai nati...

La tua perplessità sui credenti è, fino ad un certo punto, giustificata. Hai sostanzialmente ragione. Dovrebbero, se fossero coerenti con la loro fede, avere meno timori nella vita.

Questa è una cosa sulla quale anche il grande scrittore russo, Lev Tolstoj, era perplesso. Nelle sue "Confessioni" dove descrive la crisi che lo portò dall'ateismo al cristianesimo, dico cose simili a quelle che hai scritto tu.

Tu hai studiato filosofia e sai che alcuni dei più grandi filosofi sono stati teisti, o per lo meno deisti. Perché non riconsiderare l'idea? Hai mai letto "Reasonable Faith"? (qui. oppure "The Blackwell Companion to Natural Theology"? (qui). Il sito è sempre libero in ogni caso: www.reasonablefaith.org

a risentirci ;)
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Re: Senza dio ci resta una cosa. La morte.

Messaggio Da Tomhet il Dom 20 Gen - 1:32

Ma quanti soldi tira su Craig facendo pubblicità all'ateismo? No perché è proprio bravo. grazieeee

Tomhet
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Re: Senza dio ci resta una cosa. La morte.

Messaggio Da Fux89 il Dom 20 Gen - 9:17

JACK_JOHN ha scritto:Finalmente qualcuno che ha il coraggio di guardare in faccio l'ateismo con tutto ciò che implica.
Peccato che non lo implichi affatto...
Io sono d'accordo con il tuo punto principale: senza Dio non rimane che la morte.
A parte che anche chi crede ad esseri di fantasia come le divinità morirà come tutti gli altri, l'ateismo non implica affatto che "tutto ciò che rimane è la morte". Finché sono vivo rimangono tutte le possibilità che la vita offre.
A lungo andare (per esempio fra un miliardo di anni) sarà lo stesso come se non fossimo mai esistiti.
Esatto. Quindi?
Tu hai studiato filosofia e sai che alcuni dei più grandi filosofi sono stati teisti, o per lo meno deisti.
E questo in che modo rende più sensata l'idea del tuo amico immaginario?
Perché non riconsiderare l'idea?
Perché l'idea di dio è ridicola? I'm just sayin'...
Hai mai letto "Reasonable Faith"?
Fallo, troverai tutte le conferme al tuo ateismo di cui hai bisogno.

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Re: Senza dio ci resta una cosa. La morte.

Messaggio Da loonar il Dom 20 Gen - 10:30

JACK_JOHN ha scritto:

Finalmente qualcuno che ha il coraggio di guardare in faccio l'ateismo con tutto ciò che implica.
Chissà perchè non mi suona affatto strano che JJ sia d'accordo con l'argomento di questo thread?
Forse perchè l'argomento (Senza dio non rimane che la morte) è una boiata?
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Re: Senza dio ci resta una cosa. La morte.

Messaggio Da Prece il Dom 20 Gen - 18:28

Multiverso ha scritto:
jillo ha scritto:
jillo ha scritto: Al credente sarebbe quindi assolutamente preclusa la possibilità di fare del bene al prossimo in maniera disinteressata in quanto sarebbe più interessato a quanto rendiconterà a Dio (azioni positive comprese) di quanto non gli importi realmente del prossimo?!
Gesù aveva la stessa preoccupazione quando condannava l’ipocrisia degli uomini che praticano la carità senza Carità. “non sappia la mano destra cosa fa la mano sinistra” . Carità è amore DISINTERESSATO che si può spingere sino al sacrificio di sé. “Amerai il prossimo tuo come te stesso. Non c'è altro comandamento più importante di questi”. Lo sguardo dell’uomo di fede, intento nell’atto di compiere la carità, non è rivolto a Dio (e alla ricompensa che da Lui arriva) ma al fratello amato come sé stesso. La Carità non è estranea nemmeno a chi Dio crede di non averlo mai conosciuto.




Noneeeeeee! Tutto quello che affermi sulla carità e sull'amore disinteressato ha un solo vizio di fondo: se non ami e non segui i dettami di dio, sarai dannato in eterno! E' questo il terrorismo psicologico che fa la Chiesa, usando l'arma potentissima dell'inferno per tenere soggiogati i propri adepti.

. Bye
Non spetta a quelli come me difendere la chiesa, ma comunque affermo che quando si parla di cose che non si praticano non si può restare sul generico o peggio salire su un pulpito virtuale e giudicare: una cosa è l'istituzione e quella gerachia tesa al potere ed alla coservazione di esso, altra cosa sono quelli che credono veramente in un personaggio (Gesù) che avrebbe trasmesso concetti rivoluzionari di amore universale; questi ultimi (forse non molti) credono per amore, non penso lo facciano per utilitarismo o per paura di un possibile inferno. Forse costoro son convinti che l'inferno non è una condanna imposta da un severo giudice ma una scelta personale: "non mi importa niente di queste utopie, voglio vivere la mia vita liberamente all'insegna di mè stesso e dei miei personali bisogni, anche alla faccia del resto dell'umanità". L'ateo intellettualmente corretto, pur non essendo in linea con alcun concetto religioso, non si distacca mai dal rispetto dell'uomo e di tutte le sue scelte; non è mai egoista, e spesso ama i propri simili più di tanti "cristiani". In Emilia p.e. fiorisce un volontariato di persone non religiose che operano con abnegazione senza pensare minimamente ad un potenziale paradiso premiante
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