La credenza in un dio (o più dei) può essere veramente definita come uno scopo "finale"?

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La credenza in un dio (o più dei) può essere veramente definita come uno scopo "finale"?

Messaggio Da Justine il Sab 24 Mag - 11:46

Come da titolo. Se c'è una cosa che mi perplime, della credenza, è come si possa elevare a scopo finale la venerazione di una divinità, oppure la riscossione dei presunti privilegi derivanti dalla medesima, per esser stati "buoni".

A tutti noi è ben chiaro che anche l'esperienza più piacevole del mondo deve necessariamente essere intervallata da altro, scoprire ed interagire con l'ambiente circostante è necessario per vincere la nostra lotta per la sopravvivenza, per quanto non la si possa classificare in ambito teleologico, ma contingente.

Spendere l'eternità, come fede vorrebbe, accostati ad un "paradiso" o in missione per una creatura "divina", in che modo può fornire un concetto di "senso", alla luce della mancanza di un quid che soddisfi una volta per tutte le necessità dell'essere (umano od altro che sia)?

Questione intricata, estrema forse, ma mi piacerebbe leggere che ne pensate.
A voi ;)
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Re: La credenza in un dio (o più dei) può essere veramente definita come uno scopo "finale"?

Messaggio Da Minsky il Sab 24 Mag - 19:44

Loki ha scritto:...

Questione interessante. Penso di essere arrivato ad una buona spiegazione proprio di recente, dopo una felice intuizione.

Dunque, sono partito da questa osservazione: il credente in sostanza è una persona che si crea un amico immaginario (nella religione cristiana, anche molti amici immaginari: santi e compagnia varia). Ma perché una persona adulta dovrebbe avere bisogno di un amico immaginario? Attenzione! Questa domanda implica che, per un bambino, l'eventualità di creare amici dalla propria fantasia è considerato del tutto accettabile e quasi ovvio. Dunque, da bambini ci vengono raccontate tante favole, e noi ci "crediamo". Ma davvero i bambini credono alle favole? Ne dubito. In effetti, i bambini credono a chi gli racconta le favole: i genitori, o degli adulti "autorevoli", di cui il bambino ha fiducia. Poi ad un certo momento, il bambino diventa smaliziato e si rende conto di cosa è favola e di cosa è realtà. Per esempio, il bambino crede a Babbo Natale ma appena si rende conto che Babbo Natale non esiste lo abbandona senza particolari rimpianti. Per un po', continuerà a ricevere i regali a Natale, e questo è l'importante. Invece, si pretende che continui a credere a Gesù. Anche da adulto. Come è possibile questo? Perché mai Babbo Natale viene abbandonato senza rimpianti e Gesù invece persiste?
Ritengo che la spiegazione possa essere uno shock, un trauma. Sappiamo dalla letteratura psichiatrica che un grave trauma psichico può causare effetti come l'abbandono del contatto con la realtà, il ritiro della mente in un mondo immaginario, nel quale sfuggire al dolore insopportabile dovuto al trauma.
Un abuso, una perdita, uno shock profondo possono essere la causa di questa patologia. E la creazione di un amico immaginario rientra nel novero delle azioni di rifiuto della realtà.
Ma quale sarebbe il trauma che induce la persona a creare l'amico immaginario? Secondo me, nella quasi totalità dei casi si tratta molto semplicemente della presa di coscienza della morte inevitabile. Osserviamo lo scenario: il bambino ha amici immaginari. Questa è una situazione normale e innocua. Nella transizione ad un'età in cui c'è la presa di coscienza, c'è anche l'abbandono degli amici immaginari. Ma immediatamente, nuovi amici immaginari devono sostituire quelli dell'infanzia, per consolare dalla perdita dello stato di felice inconsapevolezza. Qui entra in scena Gesù (o dio o allah o quello che volete). La religione offre un amico immaginario potentissimo, consolatorio e in genere autorevole. Guarda quanta gente ci crede: adulti, molto rispettati, colti, con un'aura di speciale qualità. Credere nella religione è uno stato socialmente apprezzato, che ripaga, che fa acquisire stima e garantisce rispetto. "Un uomo tutto casa e chiesa..." e via così: non solo una credenza accettata, ma incoraggiata, apprezzata, stimata, valutata. Che si può pretendere di meglio? La dottrina è complicatissima, incomprensibile: deve essere una cosa da grandi menti, una cosa vera per forza, guarda quanti filosofi ne hanno ragionato. Tu non fare tante domande, tanto non capiresti una beata mazza delle risposte. Credici e basta. Ti costa niente, ti conviene. E ti fornisce un eccellente amico immaginario in cui rifugiarti, così solo, inerme, spaventato dal trauma di aver scoperto che dovrai morire. L'eternità... che vuol dire? Non importa: vuol dire che intanto ti salvi il culo. Poi quando sarà il momento vedrai, fidati: è bellissimo svolazzare tra le nuvolette rosa e il cielo azzurro insieme agli angioletti. Molto meglio che finire nel nulla.

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Re: La credenza in un dio (o più dei) può essere veramente definita come uno scopo "finale"?

Messaggio Da Justine il Sab 24 Mag - 20:26

Commento meraviglioso, Minsky. Una volta avevo affiancato ad un'osservazione simile anche la possibilità che l'angoscia del "ritorno" a quello che viene reputato creatore (o creatori, dipende per l'appunto dal background in cui il soggetto cresce) sia la mancata interiorizzazione / il mancato superamento della distanza dai genitori, spesso più un fattore mentale che meramente fisico o geografico.
Il super ego che ci viene formato dai genitori spesso combacia con alcuni degli insegnamenti impliciti contenuti nelle religioni, così come si intersecano con molte norme di convivenza sociale (superate, è vero, ma è un altro discorso). Eradicarlo è impossibile proprio per il motivo che citi, ovvero la fiducia aprioristica, che non si discute, non si mette in "forse".
Allo stesso modo vediamo i reazionari, quando sono alle prese con qualcuno che scredita i fondamenti del loro credo. Come contraddire un'autorità genitoriale, infatti. Punizione e "incarcerazione" immediata in un limbo mentale in cui il bambino che è ancora in noi deve restare, finché non si "redime".
Da come ho posto la questione, sembra quasi che la riproduzione e la genitorialità siano causa di questa latente spinta verso una figura che accolga in maniera incondizionata  :si si: 
Non nego che forse anche l'interpretazione del paradiso si presta ad una similitudine del genere: paradiso come una sorta di utero materno, che accoglie, nutre, protegge e sostiene senza preoccupazioni, in una pace presumibilmente "eterna"...

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Re: La credenza in un dio (o più dei) può essere veramente definita come uno scopo "finale"?

Messaggio Da ToninoScalzo il Dom 25 Mag - 10:03

Io credo che il mondo sia assai più cattivello di come appare e allora i suoi abitanti cercano di mascherarsi (si adornano di stratagemmi) per apparire più potenti alla vista dei loro predatori o anche ... per meglio rendere più vulnerabili le loro prede.

Potremmo anche dirla così:
Se Darwin ha capito le leggi che regolano la giungla da un punto di vista hardware (domina il più evoluto, il più forte) … Marx ha capito le leggi che regolano la giungla da un punto di vista software (domina il più materiale, quello che usa meglio il cervello).

E poiché avete parlato di bambini e della loro religiosità, consiglio questo mio post relativo al topic “Atei si nasce o si diventa”…

L’abito non fa il monaco … ma fa il pappagallo!:

Io sono un appassionato sostenitore della logica! Cioè amo quella cosa che mi fa dire senza ombra di dubbi che se il rosso ai miei occhi fosse sempre apparso verde alla vista altrui, io userei la parola “verde” per alludere al colore rosso e mentirei senza rendermene conto.
Viceversa non ho mai provato alcuna simpatia per la filosofia, per l’astrologia e … per tutte quelle discipline che confondono l’adulazione con l’osservazione delle cose. In particolare, la filosofia è incapace di fare una seria distinzione tra logica, dialettica e arte oratoria.

Sì, di primo acchito, dietro la parlantina di un “politico appassionato” ci sarebbe la logica oratoria e dietro le arringhe di un “eccellente avvocato” ci sarebbe la logica dialettica. Il primo parlerebbe col cuore, esprimerebbe una verità (opinabile); l’altro invece un falso (oggettivo) ma condito così bene da farlo apparire inoppugnabile.

La logica (logos, discorso) dunque ricorderebbe lo scorrere di un ruscello: uno scorrere lungo il suo naturale (o legittimo) letto e che attraversa le terre del contadino oratore; oppure uno scorrere in un artificiale (o illegittimo) solco, in qualche modo provocato dal contadino dialettico. Insomma, l’oratoria sarebbe logica naturale (o divina) e la dialettica logica artificiale (o demoniaca).
Per televisione, una signora spiegava, con aria davvero candida, che le sue tagliatelle erano naturali: fatte con soli ingredienti genuini. Ora, se l’artificiale fosse ciò che non è piovuto dal cielo allora quelle tagliatelle dovevano essere definite artificiali; se invece l’artificiale fosse quella cosa fatta d’ingredienti innaturali allora, non solo quelle tagliatelle, nulla sarebbe artificiale.

La verità è che dietro il nostro dire si cela un volto invisibile che fa da fulcro, una specie di sole che illumina le nostre parole e che è all’origine (al centro) di tutte le cose “dicibili”.
Com’è noto, Dio è l’origine dell’Universo! L’origine, ossia il centro degli assi cartesiani nello spazio! È il nostro punto fisso di riferimento! E tale punto varia da persone a persona (e da cosa a cosa) ma non solo, varia pure nel tempo! Precipita sempre più in basso, verso “un centro di gravità permanente”, via-via col maturare (il prendere coscienza) del nostro comunicare.

Ma partiamo dall’inizio. Ogni bambino nasce convinto che il percepito dagli occhi gli appartiene poiché opera dei “suoi” occhi. O per dirla in maniera differente, la realtà sembra generarsi man mano che gli si sviluppa la vista. Rendersi conto di questa cosa non è una banalità, il banale (l’embrione dialettico) è credere che il bambino si comporti in una certa maniera perché “bambino”, ossia è quel credere che un vocabolo, oltre ad essere domanda è pure risposta. Ovviamente la vera risposta (l’immagine) è dentro di noi e non nel vocabolo in se! Il bambino pretende le cose perché è la logica a suggerirglielo: «se la realtà è la manifestazione del mio volere, allora il mio volere è la realtà!». Attraverso il pianto, il bambino cerca di convogliare al meglio i suoi voleri (/sforzi) creazionistici, ma … Le cadute (i no, le esperienze, la bua) e il tempo (la crescita) lo inducono alla ragione: le immagini percepite non sono un fabbricato dei suoi occhi, bensì riporti di una realtà di tutti. Stesso discorso, ovviamente, vale pure per le immagini udite dalle orecchie, per quelle fiutate dal naso, etc. etc.
Tuttavia anche quest’ultimo passo non è immediato.
Noi sappiamo che per misurare la temperatura esistono diverse scale di misura, cioè è noto a tutti che ogni singolo grado fahrenheit, ad esempio, corrisponde ad uno e ad uno solo grado celsius, e viceversa. Questo passare da una scala di misura all’altra (in maniera univoca) ha il sapore della conferma di un qualcosa.

Cioè, se la “sconnessione” di un’immagine (l’indipendenza del volere degli occhi rispetto il volere degli altri sensi) dà la sensazione che la vista generi oggetti tanto per passare il tempo, la “connessione” di un’immagine con un’altra immagine (quella generata dalle orecchie), restituisce la sensazione della materializzazione. Potremmo dire che la vista si eleva a senso nel momento in cui ci rendiamo conto (materializziamo la consapevolezza) che non è bugiarda (non è opinabile). Il leone non vede la zebra quando ha fame, ma quando la zebra c’è davvero, ossia quando i suoi sensi battono all’unisono tutti la stessa informazione. Ebbene sì, il nostro volere, come base d’appoggio, sarebbe traballante (libero, sconnesso, democratico, migliore del reale), mentre la realtà è coerente (intricata, consequenziale, comunista, distante uguale dal volere del leone tanto quanto dal volere della zebra). Tuttavia la materializzazione delle immagini all’interno del nostro cranio non costituiscono la realtà, ma solo una volgare riproduzione del reale. Una riproduzione volgare ma è quanto di meglio si possa avere con l’ausilio combinato di soli cinque sensi.

Per sintetizzare, da quando è fermo nella culla a quando muove i primi passi, il bambino compie (matura) tre salti “cognitivi”:

1)            La realtà visiva è un (mio) volere;
2)            La realtà visiva è una (vuota e stupida) immagine;
3)            La realtà visiva è (per tutti) materia.

Questi salti avvengono nella nostra testa in maniera pseudo automatica, non dipendono mai dall’età anagrafica. Anzi potremmo dire che i passi non anagrafici (non cronometrici) contraddistinguono gli sviluppi cognitivi (o materialistici) da quelli costituzionali (o evolutivi). E, infatti, l’indipendenza da fattori anagrafici evidenzia che l’interconnessione dei sensi è di tipo cognitivo (ogni bambino inizia a camminare quando supera le sue paure e non quando supera una certa età).

Il prendere consapevolezza (l’allacciamento) dei propri sensi è un primo uso della ragione e questa, inseguito, la “sforzeremo” per apprendere l’utilizzo degli strumenti. Ma il “leitmotiv” di un qualsiasi apprendimento è lo stesso: s’inizia sempre col non saper distinguere il proprio “volere” dalla “osservazione” (dalla realtà). Ed è appunto questa la ragione che fa sì che alcune persone passino ore e ore davanti ad un PC senza apprendere nulla dei PC (altri invece ...).

Per restare negli apprendimenti, il linguaggio è uno strumento a diffusione di massa, alla stessa stregua di un computer o di un telefonino! Di conseguenza la tempistica nell’apprendere le “parole” è difforme da persona a persona. Per essere più precisi, il confondere “desiderio” con “ragione” distorce (attarda) la consapevolezza nell’uso dei vocaboli. Ad esempio, nel dire “verde” noi alludiamo ad un determinato colore, ma credere che l’intelligenza stia nella rapidità con cui l’altro debba intendere il colore da noi alluso è volontà confusa con realtà!

Per meglio chiarire il concetto, è assodato che i computer possono “sapere” (si fa per dire) una marea di vocaboli, più di quanto ne conosca un qualsiasi essere umano. Ma cos’è che distingue il sapere umano dal sapere di una macchina? A gran coro (tutti) ripetiamo: l’intelligenza! Orbene, per definire l’“intelligenza” servono un mucchio di parole, ognuna delle quali significherà, a sua volta, chissà quante altre parole ancora. Già, parole … Parole di cui, anche in questo caso, il sapere umano s’inceppa molto prima del sapere di una macchina! E allora ...
Forse è quel non badare all’intendere di chi ascolta che frega la macchina? Forse, per una macchina, una parola è solo una vuota e stupida parola, non un’immagine d’acquisire e riprodurre il più fedele possibile, attraverso uno sforzo (stratagemma), dentro la “sua” e dentro la “testa di chi ascolta”?
Forse in quello sforzo tipico di un bambino si nasconde un arcano? E se poi contrapponiamo l’immagine di un bambino che si sforza a dirci qualcosa alla rilassatezza con cui “saccenti” e “computer” pronunciano i loro saperi, forse riusciamo addirittura a intravvedere la ragione che induce questi ultimi a definire l’intelligenza “un gran bel mistero”?

Voglio dire, è noto che come i bambini (e adulti), anche gli animali tendono a ripetere le mosse che vedono. Ora, se riuscissimo ad addestrare un pappagallo al punto da fargli proferire il corretto significato di una qualsiasi parola da noi prima pronunciata, il pennuto resterebbe un pappagallo. Ossia, fino a quando l’apprendimento è assimilabile ad un digitare tasti che accendono questa o quella lampadina della nostra memoria, stiamo sviluppando un qualcosa di fisico e non una qualche cognizione. Tra l’altro, come ho già detto, quando il miglioramento avviene in maniera cronometrica (costante e graduale) si tratta sempre e solo di una “maturazione” (evoluzione) fisica. È vero, né i bambini né i pappagalli migliorano il proprio linguaggio in tempistiche identiche, però è lineare (cronometrico) lo sviluppo dei muscoli mascellari che si manifesta attraverso un parlare sempre più forbito. Viceversa, i traguardi cognitivi (materialistici) sono caotici (esplosivi, inaspettati)! Come, ad esempio, un improvviso diventar rosso sotto le sue piume, di un pappagallo che si accorgesse (materializzasse l’idea) di essere considerato un fenomeno da baraccone e non un essere parlante.

La cognizione (materializzazione dei termini), dunque, non ha nulla a che vedere con la messa in mostra dei muscoli della “saccenza”. Pero, in quanto cognizione (senso), segue i soliti passaggi (o crolli) visti in precedenza:

1)            La realtà verbale è orazione (una mia creatura, una mia opinione, un mio volere).
2)            La realtà verbale è dialettica (chiacchiera, filosofia, vuota immagine).
3)            La realtà verbale è logica (ragione, immagine consistente, materia, realtà oggettiva).

L’oratore è colui che (inconsciamente) si ritiene l’artigiano della sua realtà verbale (le sue parole dipenderebbero esclusivamente dalla sua volontà). Detta diversamente, senza rendersene conto, l’oratore si pone all’origine del suo intendere. Il famoso Dio (cui, strategicamente, dice di credere) in verità è il suo volere e la riprova sta nel fatto che gli unici esseri capaci di fare cose davvero “buone e giuste” (naturali) sarebbero, per sua stessa (sconnessa) ammissione, lui e Dio.

Il dialettico invece è una specie di bambino che, dopo le prime cadute, non ha più voglia di parlare ...
La vista slegata dal tatto non ha il senso delle distanze ed è (anche) per questo che il bambino non si regge in piedi. Le cadute servono proprio ad allacciare i due sensi, ma la ragione che spinge i pargoli a camminare è l’emulazione e non certo il desiderio di legare la vista col tatto. D’altronde, le coccole, se da una parte invogliano ancora di più all’imitazione, dall’altra spingono a ritenere stupido il creato (battere le mani a un bambino che tenta i primi passi, significa cullargli l’ego, invertigli la sensazione da “la mia vista è sconnessa” a “è sconnesso il veduto”; e il suo sorriso liberatorio nei nostri confronti prova che ci vede come gli unici amici in un mondo di sciocchi nemici). E se la vista, da sola, anziché a camminare al massimo ci porta a ripetere un tipo di andatura, la ragione slegata dai sensi, per evitare le cadute, ci suggerisce di ripetere (pari-pari) le parole di qualcun altro. Coccolare un dialettico (stuzzicargli l’ego) significa rafforzargli la sensazione che le parole (ciò che vedono, ciò che sottendono) sono stupide. In soldini, il dialettico è colui il quale ha intravisto in quel che dice la sua centralità, facendola precipitare nel vuoto, ossia ha maturato la sensazione di non aver capito nulla. Tale convinzione, l’ego gliel’ha poi rigirata in “la realtà è vuota chiacchiera!”. Non a caso il termine vero deriva da “ver” (muro diritto) e in particolare le “giuste” sentenze sarebbero solo volgari “ver-detti” (un parlar diritto o forbito e nulla più). Tuttavia anche il dialettico ha un Dio inconscio ed è l’“umano”! Infatti, se non ci fossero ascoltatori (orecchie facili da manipolare), la sua genialità (abilità a creare vocaboli vuoti ma diritti … talmente diritti da poter essere spacciati per vestiti nuovi e invisibili agli schiocchi) si perderebbe nel nulla. Insomma, il dialettico è un bambino baldanzoso perché “passeggiato”, perché c’è chi gli strizza l’occhio quando muove la bocca in maniera “corretta”.

A furia di precipitare la “nostra” centralità (l’intendere) può arrivare (se abbandoniamo l’ego) a sfiorare il big crash (più noto come “Big Grunc”, o big bang al contrario), il tutto che collima in un sol punto: il Dio inconscio del logico. Cioè, via-via con la maturazione linguistica (il continuo travaso bidirezionale d’immagini) il nostro intendere diventa sempre più consistente, fino ad allacciarsi coerentemente con le immagini generate dagli altri sensi (e degli altrui ego). E a quel punto possiamo affermare che la nostra logica ha chiuso il suo ciclo evolutivo (meglio materialistico) ed è divenuta a sua volta (il famoso sesto) senso.
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Re: La credenza in un dio (o più dei) può essere veramente definita come uno scopo "finale"?

Messaggio Da Justine il Dom 25 Mag - 19:16

Istigare tutti alla quiete ("Comportati bene, o dio farà questo") è uno stratagemma tipico per ottenere controllo mentale, esattamente come il potere, la paura, le manifestazioni improvvise e apparentemente inintelligibili di estasi o follia.
La cattiveria da sempre propagata nel mondo è sicuramente un altro dei motivi che porta gran parte delle persone a ricercare il cosiddetto "rifugio sicuro", che per un comprensibile meccanismo mentale si desidera possa essere eterno.
Tuttavia, come osserviamo, non aggiunge particolare valore (anzi, non ne aggiunge proprio) alla ricerca del cosiddetto "perché".

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Re: La credenza in un dio (o più dei) può essere veramente definita come uno scopo "finale"?

Messaggio Da Rasputin il Dom 25 Mag - 19:19

Loki ha scritto:Istigare tutti alla quiete ("Comportati bene, o dio farà questo") è uno stratagemma tipico per ottenere controllo mentale, esattamente come il potere, la paura, le manifestazioni improvvise e apparentemente inintelligibili di estasi o follia.
La cattiveria da sempre propagata nel mondo è sicuramente un altro dei motivi che porta gran parte delle persone a ricercare il cosiddetto "rifugio sicuro", che per un comprensibile meccanismo mentale si desidera possa essere eterno.
[...]

In linguaggio tecnico si chiama "Strategia della tensione".

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Re: La credenza in un dio (o più dei) può essere veramente definita come uno scopo "finale"?

Messaggio Da ToninoScalzo il Dom 25 Mag - 23:39

Loki ha scritto:La cattiveria da sempre propagata nel mondo è sicuramente un altro dei motivi che porta gran parte delle persone a ricercare il cosiddetto "rifugio sicuro", che per un comprensibile meccanismo mentale si desidera possa essere eterno.
Tuttavia, come osserviamo, non aggiunge particolare valore (anzi, non ne aggiunge proprio) alla ricerca del cosiddetto "perché".
Quindi potremmo anche non dir nulla, tanto ...
E già, lo scopo della nostra bocca è effimero! Ed è effimero anche lo scopo dei nostri occhi, del nostro naso, delle nostre orecchie, del nostro tatto, del nostro gusto …

Ed è proprio questo il vero ed immenso regalo delle religioni istituzionali: l'opinione!
Ah sì? E in che cosa consisterebbe questo eccezionale (e medioevale) regalo?
Che ogni uomo è libero di pensare ciò che vuole, l'importante che a te non interessi. A te devono interessare solamente "le buone novelle" e quelle … solo i miti sanno raccontarle.

Sarà, tuttavia io preferisco l’ateismo vero, quello rivoluzionario, quello di …
Giorgio Gaber ha scritto: La libertà non è star sopra un albero,
non è neanche avere un’opinione,
la libertà non è uno spazio libero,
libertà è partecipazione.
http://www.italianissima.net/testi/laliberta.htm
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Re: La credenza in un dio (o più dei) può essere veramente definita come uno scopo "finale"?

Messaggio Da Justine il Lun 26 Mag - 5:42

Potremmo sintetizzare affermando che ogni concetto di scopo è per se effimero.

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Re: La credenza in un dio (o più dei) può essere veramente definita come uno scopo "finale"?

Messaggio Da ToninoScalzo il Mar 27 Mag - 17:55

Ricapitoliamo ...
Cos’è che ha uno scopo?
Per il relativista (l'evoluzione del pensiero eliocentrico) … ogni cosa;
per l'egocentrico (involuzione geocentrica) … le sole cose che lo gratificano!
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Re: La credenza in un dio (o più dei) può essere veramente definita come uno scopo "finale"?

Messaggio Da Justine il Mar 27 Mag - 18:06

In verità è forse proprio impossibile attribuire alla nozione in oggetto un valore che la renda definitiva e coadiuvante ultimo alle necessità di un soggetto. Una volta soddisfatte le necessità, che rimane? Un ulteriore pullulare di altri scopi da soddisfare? Dunque non è molto diverso dal vivere nella parzialità e nella soddisfazione contingente, a prescindere dall'opinione personale. È un de facto, si può dire.

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Re: La credenza in un dio (o più dei) può essere veramente definita come uno scopo "finale"?

Messaggio Da dr.Quantum il Mar 27 Mag - 20:36

La domanda fa riferimento ad una tautologia esistenziale, la vita come assenza di bisogno in seno a dio.
Molti credenti che programmano tale fine per la vita eterna non si accorgono che stanno puntando sulla negazione della negazione di ciò che è la vita e che dunque accettano un qualcosa di simile all'inesistenza sia di dio che della vita eterna.
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Re: La credenza in un dio (o più dei) può essere veramente definita come uno scopo "finale"?

Messaggio Da Minsky il Mar 27 Mag - 20:42

dr.Quantum ha scritto:La domanda fa riferimento ad una tautologia esistenziale, la vita come assenza di bisogno in seno a dio.
Molti credenti che programmano tale fine per la vita eterna non si accorgono che stanno puntando sulla negazione della negazione di ciò che è la vita e che dunque accettano un qualcosa di simile all'inesistenza sia di dio che della vita eterna.
Ahah, amico mio, basta osservare banalmente che la vita è cambiamento, quindi l'assenza di cambiamento, la stasi immutabile, o peggio la ripetizione indefinita non può essere vita.

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Re: La credenza in un dio (o più dei) può essere veramente definita come uno scopo "finale"?

Messaggio Da Justine il Mer 28 Mag - 9:20

Di vivo interesse filosofico dovrebbe essere l'esegesi dello sballo postmortem: fluttuare sempiterni senza aver la possibilità di videogiocare, seguire serie tv o svolgere tanti altri compiti piacevoli è poi così lodevole?

Di certo, sarebbe divertente ammettere che galleggiando dalle parti di Beta Centauri qualche "eterno" si rammentasse, sfruttando il proprio cervello non più esistente, della propria figura di palta avvenuta a diciannove anni con relativa eruttazione alla cena di classe per il festeggiamento del diploma, e numerosi (ben più gravi) altri casi di pubblico ludibrio

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Re: La credenza in un dio (o più dei) può essere veramente definita come uno scopo "finale"?

Messaggio Da dr.Quantum il Gio 29 Mag - 7:08

in tal caso, si passerebbe immediatamente a far parte dello spaghetti flying monster:)
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Re: La credenza in un dio (o più dei) può essere veramente definita come uno scopo "finale"?

Messaggio Da Justine il Gio 29 Mag - 7:20

Se le nostre attitudini rilevano i c.d. "doni" divini, la mia predilezione per la dieta mediterranea è un chiaro segno di appartenenza al FSM, per l'appunto.

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Re: La credenza in un dio (o più dei) può essere veramente definita come uno scopo "finale"?

Messaggio Da Eshtab il Dom 1 Giu - 21:58

Perchè scrivi così difficile,@ Loki?
Per leggerti, bisogna prendere una cibalgina fast.
 pazzo! 
Potresti  aver scritto una marea di strunzate, o eccelse verità, o robba scontata e ritrita...  Bho
Ma il linguaggio criptico,o meglio auto-referenziale...
Nonono ,non va....

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Re: La credenza in un dio (o più dei) può essere veramente definita come uno scopo "finale"?

Messaggio Da Justine il Lun 2 Giu - 7:09

Eshtab ha scritto:Perchè scrivi così difficile,@ Loki?
Per leggerti, bisogna prendere una cibalgina fast.
 pazzo! 
Potresti  aver scritto una marea di strunzate, o eccelse verità, o robba scontata e ritrita...  Bho
Ma il linguaggio criptico,o meglio auto-referenziale...
Nonono ,non va....

beh, la difficoltà è sempre nella mente di chi legge... In fondo l'idioma è lo stesso per tutti. Dipende di certo dal contesto. 
Non ho particolari diplomi o lauree, ed inoltre fino a qui mi è stato risposto sensatamente...

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Re: La credenza in un dio (o più dei) può essere veramente definita come uno scopo "finale"?

Messaggio Da ToninoScalzo il Lun 2 Giu - 8:49

Se riteniamo che chi parla (e solo chi parla) ha il dovere di farsi capire è perché …
La politica capitalistica (in qualità di buona figlia di sua mamma ... la religione) ci ha indotti a credere che tutto (ma proprio tutto-tutto) sia una merce e quindi è nell’interesse di chi parla (vende) spiegare bene nei dettagli quel che intende … se spera di riuscirci a vendere le sue parole.
In realtà noi possiamo parlare per ingannare (rottura), per evidenziare che noi non siamo l'ascoltatore e in questo caso le nostre parole sono davvero merci o frecce dirette al cuore di chi ascolta …
Però possiamo parlare anche per comunicare (unione), per cercare di diventare un tutt’uno con chi è disposto a voler capire le nostre parole ...

<< Se esci portati il parapioggia, ho sentito che oggi verrà un acquazzone >>
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Re: La credenza in un dio (o più dei) può essere veramente definita come uno scopo "finale"?

Messaggio Da Justine il Lun 2 Giu - 10:29

Di norma la scrittura asemica/ di ricerca di proporrebbe proprio il compito che evidenzia Tonino alla voce "sbrachiamo il capitalismo", ed è centinaia di volte più intricata... Chi ha confidenza con l'Ulysses o il Finnegans Wake mi capisce.

Comunque, OT concluso...

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Re: La credenza in un dio (o più dei) può essere veramente definita come uno scopo "finale"?

Messaggio Da Paolo il Mar 3 Giu - 10:10

Ciao ragazzi! Ho letto velocemente saltando alcuni interventi. In ogni caso voglio dare il mio punto di vista.
Per me la causa o melio le radici di questo fenomeno (e mi rifaccio al titolo) sono da ricercarsi in spinte ataviche che sono presenti nell'intera umanità. L'interpretazione che da Minsk, che per altro è quella che va per la maggiore, quella per così dire classica, non mi trova d'accordo. Infatti se così fosse, ovvero la paura della morte con tutto quello che poi ha descritto Minsk, non avrebbe potuto generare la medesima reazione (praticamente uguale in tutto) all'intera umanità, in ogni epoca, in ogni area geografica e in ogni cultura. 

A questo mi si potrà obbiettare che la paura della morte è un istinto comune a tutti gli uomini e in tutte le culture. E questo è vero. Ma quello che io ritengo non possibile è che questa paura/istinto abbia generato in tutti praticamente la medesima reazione, ovvero la creazione dell' amico immaginario. 

Questo mi spinge a ricercare le origini di tale bisogno, che per me altro non è che un mero bisogno del tutto umano, in altre spinte ataviche comuni a tutti gli uomini e che devono avere come effetto una reazione uguale o comunque del tutto simile a tutta l'umanità, in tutte le epoche e culture.
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Re: La credenza in un dio (o più dei) può essere veramente definita come uno scopo "finale"?

Messaggio Da Justine il Mar 3 Giu - 10:48

Paolo ha scritto:Ciao ragazzi! Ho letto velocemente saltando alcuni interventi. In ogni caso voglio dare il mio punto di vista.
Per me la causa o melio le radici di questo fenomeno (e mi rifaccio al titolo) sono da ricercarsi in spinte ataviche che sono presenti nell'intera umanità. L'interpretazione che da Minsk, che per altro è quella che va per la maggiore, quella per così dire classica, non mi trova d'accordo. Infatti se così fosse, ovvero la paura della morte con tutto quello che poi ha descritto Minsk, non avrebbe potuto generare la medesima reazione (praticamente uguale in tutto) all'intera umanità, in ogni epoca, in ogni area geografica e in ogni cultura. 

A questo mi si potrà obbiettare che la paura della morte è un istinto comune a tutti gli uomini e in tutte le culture. E questo è vero. Ma quello che io ritengo non possibile è che questa paura/istinto abbia generato in tutti praticamente la medesima reazione, ovvero la creazione dell' amico immaginario. 

Questo mi spinge a ricercare le origini di tale bisogno, che per me altro non è che un mero bisogno del tutto umano, in altre spinte ataviche comuni a tutti gli uomini e che devono avere come effetto una reazione uguale o comunque del tutto simile a tutta l'umanità, in tutte le epoche e culture.

Esattamente. E in più direi anche il fatto che la curva di apprendimento degli strumenti culturali necessari a dismettere certe obiezioni è abbastanza ripida, non tutti hanno voglia di dedicarcisi. Immaginiamo il ragazzino comune o gli anziani che non sanno come si apra uno sportello della credenza studiare superstringhe, vuoti quantomeccanici e affini... Vedrei colpevole anche un certo ricorso alle fallacie logiche, a fiumi. Del tipo: "un panettiere che fa dolci non può non avere un panettiere che lo impasta".

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