Prezzo del petrolio e suoi effetti

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Re: Prezzo del petrolio e suoi effetti

Messaggio Da holubice il Lun 14 Dic - 11:43



Sembra queste parole le abbia pronunciate Toro Seduto, nel mentre vedeva i nuovi arrivati indaffarati a progredire.

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Re: Prezzo del petrolio e suoi effetti

Messaggio Da Minsky il Gio 17 Dic - 21:34

Il Sole 24ORE ha scritto:Per gli zombie dello shale il via libera all’export di petrolio Usa arriva tardi

di Sissi Bellomo 17 dicembre 2015

Il Congresso ha lanciato un salvagente ai produttori di petrolio degli Stati Uniti: come anticipato ieri dal Sole 24 Ore, democratici e repubblicani hanno trovato l’accordo che dopo oltre quarant’anni consentirà di cancellare ogni limite all’esportazione di greggio americano. Ma le difficoltà del settore sono ormai tali che ci vorrà del tempo prima che gli interessati riescano a raccogliere i frutti di questa conquista. Col prezzo del barile vicino ai minimi da 11 anni e la Federal Reserve che ieri ha ufficialmente avviato la risalita dei tassi di interesse, la crisi sta colpendo in modo particolare le società dello shale oil, vere protagoniste della rinascita dell’industria petrolifera a stelle e strisce.

La produzione Usa nel complesso ha sopportato in modo eccellente - e molto più a lungo del previsto - il crollo del petrolio, che prosegue da 18 lunghissimi mesi e che ha già ridotto le quotazioni di due terzi senza un’inversione di tendenza in vista. Dal picco di 9,6 milioni di barili al giorno in aprile - che segnava un aumento di quasi il 90% rispetto al 2008 - le estrazioni hanno però cominciato a calare. E se tuttora resistono a quota 9,3 mbg (di cui oltre 400mila esportati, poiché il divieto già oggi non è totale) è solo grazie al greggio convenzionale, in aumento nel Golfo del Messico dopo gli investimenti del passato.

Il settore dello shale oil invece sta soffrendo. E nei mesi a venire non potrà che andare peggio. Per quanto le società abbiano fatto miracoli nel tagliare i costi, il prezzo del petrolio è ormai sceso a livelli insostenibili. Ieri il crollo è ripreso, sull’attesa della Fed e in reazione alle statistiche sulle scorte Usa, aumentate la scorsa settimana di ben 4,8 mb (sulla spinta, per ironia della sorte, di un boom di importazioni). Il Brent è affondato a 37,19 $ (-3,3 %), a meno di un dollaro dal minimo del 2004. Il Wti ha perso il 4,9% a 35,52 $, mantendendo uno spread ridottissimo con il riferimento del Mare del Nord: una circostanza che da sola basta a scoraggiare l’export di petrolio dagli Usa.

A peggiorare la situazione per i “fracker” c’è anche il crollo contemporaneo del prezzo del gas: un doppio colpo che finora non avevano mai dovuto fronteggiare: al Nymex scambia sotto 1,80 $/mBtu, ai minimi da 16 anni.

Il settore dello shale è sempre più popolato da “zombie”: nel gergo degli addetti ai lavori, società che continuano a operare solo per pagare gli interessi sui debiti, senza più investire per rimpiazzare il petrolio e il gas che estraggono dal terreno. Tra loro ci sono anche società di dimensioni non trascurabili, come SandRidge Energy o Goodrich Petroleum, che trivellano per inerzia finché i prezzi non si riprenderanno. O finché il greggio non smetterà di zampillare dal terreno (cosa che accade rapidamente con i pozzi di shale) imponendo la fine del gioco.

A queste società, cariche di debiti spazzatura, la stretta monetaria della Fed - per quanto graduale - rischia di dare il colpo di grazia. Nel 2015 sono già una quarantina le aziende energetiche americane che hanno cercato una protezione dalla bancarotta con il Chapter 11: l’ultimo caso, dell’altro ieri, è quello della texana Magnum Hunter Resources, da tempo ridotta alla condizione di zombie.

Le banche finora hanno sopportato con pazienza le difficoltà dei “frackers”, riducendo meno del previsto le linee di credito: secondo EnerCom la sforbiciata è stata di appena il 9% in media alla revisione di ottobre. Ma adesso il nervosismo sta crescendo, anche perché le operazioni di hedging, che avevano a lungo protetto gli introiti delle società di estrazione, stanno scadendo: Citigroup stima che solo il 35% della produzione di shale oil del 2016 sia stata venduta a termine. La settimana scorsa Wells Fargo, il maggiore istituto del mondo per capitalizzazione, molto attivo nei finanziamenti al settore energetico, ha ammesso che il suo portafoglio di crediti è sottoposto a un crescente «stress», confermando l’allarme lanciato a novembre dai regolatori Usa sui crediti al settore Oil & Gas:  incagli, sofferenze ed esposizioni scadute sono più che quadruplicati, in un anno, a 34,2 miliardi di $.

Il mercato delle obbligazioni ad alto rendimento, che è stata la maggiore fonte di denaro per lo shale oil, è intanto entrato nella bufera. Quest’anno nel mondo si contano già più di cento default, un record dal 2009, e i tre quinti di questi si sono verificati negli Usa, molto spesso tra società energetiche o minerarie. L’indice BofA Merrill Lynch Us High Yield ha perso oltre il 4% in un mese, raggiungendo l’apice delle perdite venerdì quando un fondo specializzato di Third Avenue Management, molto esposto all’energia, ha chiuso rinviando il rimborso delle quote agli investitori. Solo nel novembre 2009 i junk bonds erano andati peggio.

In quello che Jeffrey Gundlach di DoubleLine Capital definisce «un vero massacro» i rendimenti sono arrivati a superare il 18% e nell’Oil &Gas secondo Bloomberg ci sono almeno 226 società (di cui 128 negli Usa) con obbligazioni oltre la soglia del 10%, che segnala una situazione “distressed”: in pratica un’insolvenza quasi certa.

http://www.ilsole24ore.com/art/finanza-e-mercati/2015-12-16/per-zombie-shale-via-libera-all-export-petrolio-usa-arriva-tardi-215408.shtml

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Re: Prezzo del petrolio e suoi effetti

Messaggio Da Rasputin il Ven 18 Dic - 13:26

[...]Le banche finora hanno sopportato con pazienza le difficoltà dei “frackers”, riducendo meno del previsto le linee di credito:[...]

Comincio a vederci meglio

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Re: Prezzo del petrolio e suoi effetti

Messaggio Da Minsky il Sab 6 Feb - 17:57

Il Sole 24ORE ha scritto:Col petrolio a 35 dollari il 3,5% della produzione è in perdita (ma non si ferma)

di Sissi Belllomo 6 febbraio 2016

Agli attuali livelli di prezzo, intorno a 35 dollari al barile, il 3,5% del petrolio viene estratto in perdita. Si tratta di 3,5 milioni di barili al giorno di produzione, che però non viene interrotta: nell’ultimo anno le compagnie hanno tolto dal mercato per motivi economici appena 100mila bg. Le stime sono di Wood Mackenzie, che possiede una banca dati relativa ad oltre 10mila giacimenti nel mondo.

Prima o poi l’offerta scenderà, chiarisce Robert Plummer, vicepresidente della società di consulenza: «I tagli agli investimenti ridurranno i futuri volumi di produzione». Considerato che le compagnie hanno già cancellato progetti estrattivi per quasi 400 miliardi di dollari, l’impatto potrebbe essere importante ed è verosimile che ci saranno ripercussioni sul prezzo del greggio, se l’offerta non sarà sviluppata abbastanza da tenere il passo con la crescita della domanda e compensare il declino dei giacimenti. Tuttavia secondo Wood Mackenzie è illusorio sperare in una volontaria chiusura dei rubinetti.

«Riavviare la produzione è costoso - spiega Plummer - e molti produttori continueranno a subire perdite sperando in un rimbalzo dei prezzi». In alcune aree non solo riavviare, ma anche fermare le trivelle può essere costoso, oltre che tecnicamente complicato.

Baker Hughes ieri ha comunicato che gli impianti di perforazione attivi negli Stati Uniti, già ai minimi dal 2010, sono diminuiti di altre 31 unità, ad appena 467. L’anno scorso sono state fermate 963 trivelle nel Paese, il calo più forte almeno dal 1988.

Wood Mackenzie sostiene tuttavia che proprio negli Usa ci siano attualmente soltanto 190mila bg di produzione “cash negative” col Brent a 35 dollari. La maggior parte, grazie ai forti progressi tecnici, che hanno consentito di aumentare l’efficienza e la produttività degli impianti, finirebbe in rosso solo «moltoal di sotto dei 30 dollari».

Il petrolio che oggi viene estratto in perdita si trova quasi tutto in Canada: 2,2 mbg, principalmente nelle oil sands. Seguono il Venezuela con 230mila bg e l’offshore britannico con 220mila bg.

http://www.ilsole24ore.com/art/finanza-e-mercati/2016-02-05/col-petrolio-35-dollari-35percento-produzione-e-perdita-ma-non-si-ferma-210456.shtml

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Re: Prezzo del petrolio e suoi effetti

Messaggio Da Minsky il Ven 2 Dic - 10:25

Il Sole 24ORE ha scritto:I produttori Usa di Shale Oil festeggiano

–di Roberto Bongiorni 2 dicembre 2016

Per i sauditi il boccone è indigesto. La guerra contro lo shale oil americano, dichiarata due anni fa, è stata persa. Riad aveva “aperto le ostilità” nel novembre del 2014, quando al vertice Opec di Vienna impose di lasciare inalterata la produzione nonostante l’eccesso di offerta e i prezzi in discesa da mesi. L’obiettivo ufficiale era mantenere la quota di mercato. Quello meno esibito, ma perseguito con determinazione, era estromettere dai mercati un concorrente sempre più pericoloso: lo shale oil americano. I costi di produzione di questo greggio non convenzionale, nonostante fossero scesi, erano ancora molto alti - in media attorno ai 60-70 dollari al barile.

Se teniamo le quotazioni molto basse per un po’ - devono aver pensato i sauditi - noi soffriremo, ma loro scompariranno. Nel dicembre 2015, sempre a Vienna, Riad prevalse ancora su questa linea. E il greggio nei mesi successivi galleggiava su una media poco superiore ai 42 dollari al barile, ben lontano dai livelli del periodo 2011-2014, quando era ampiamente sopra i 100 dollari.

Per la miriade di piccole compagnie americane specializzate nel fracking, tecnica di estrazione più inquinante oltre che più costosa, il 2015 ed il 2016 sono stati anni molto difficili. Con diverse aziende finite alla bancarotta, e molte costrette a ridurre le trivellazioni. Eppure in questo periodo di prezzi bassi, le compagnie di fracking hanno mostrato una resistenza inaspettata. Molte di loro hanno fatto di necessità virtù, ottimizzando le tecniche di estrazione e migliorando l’efficienza. Così sono riuscite mediamente a ridurre i costi di estrazione del 40%, ma in alcune aree anche più del 50.

Verrebbe quasi da dire che i sauditi hanno fatto un doppio regalo all’industria dello shale oil americano. Prima l’ha costretta a migliorare l’efficienza, poi il taglio produttivo deciso mercoledì – 1,2 milioni di barili al giorno subito seguiti da un’impennata delle quotazioni petrolifere vicina al 10% – è arrivato come un regalo inaspettato per le compagnie di fracking. Pronte a riprendere le attività. Anche perché nel giacimento di Bakken, tra i maggiori degli Usa, un prezzo internazionale di 45 dollari al barile è divenuto sufficiente a generare profitti per diverse compagnie.

L’annuncio del taglio produttivo dell’Opec è stato così salutato da molte aziende operanti nel settore shale con incrementi a due cifre dei listini. La Whiting Petroleum, il principale produttore di shale nella ricca zona di Bakken, ha chiuso le contrattazioni con un balzo del 30,3 per cento. A Wall Street la Devon Energy, che opera in Texas ed estrae 150mila barili al giorno (bg), ha registrato un un rialzo più “contenuto”: +14%. Quanto alla Eog Resources, numero uno americano dello shale oil con una media di 255mila bg, l’incremento si è fermato al 10 per cento, così come per Chesapeake Energy, attiva nell’Ohio. Concho Resources ha invece fatto +12%. I titoli che hanno realizzato le performance migliori sono stati quelli delle aziende attive nelle zone dove i costi di produzione sono più bassi, come Williston, Permian, Eagle e Ford.

Vi sono infatti aree dove il miglioramento delle tecniche di estrazione e dei processi di efficienza produttiva si è distinto più delle altre. Alcune compagnie operanti a Permian si vantano addirittura di avere costi di produzione inferiori ai 30 dollari. La nuova frontiera è proprio il bacino di Permian, una distesa arida del Texas che lambisce il New Mexico, dove negli scorsi mesi sono stati scoperti giacimenti da 8 miliardi di barili. I texani amano definire questa terra “Saudi America” o “Texarabia”. Se l’accordo dell’Opec dovesse tenere - sostengono gli analisti - da Permian potrebbero essere riattivati 150 pozzi. D’altronde, dallo scorso maggio il 60% dei nuovi pozzi già sviluppati per estrarre greggio il 60% si trova proprio qui.

Questa è la storia dell’ultima rivoluzione energetica made in Usa. Che ha portato la produzione americana dai 4,5 milioni di barili al giorno (mbg) del periodo 2005-2007 (l’import superava i 10 mbg) agli 11 milioni di barili al giorno del 2015. Per la prima volta in 20 anni gli Stati Uniti producevano più di quanto importavano. E lo shale oil superava, per volume produttivo, il petrolio convenzionale. Una storia probabilmente destinata a continuare. Che piaccia all’Opec oppure no.

http://www.ilsole24ore.com/art/finanza-e-mercati/2016-12-01/i-produttori-usa-shale-oil-festeggiano-224328.shtml

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Re: Prezzo del petrolio e suoi effetti

Messaggio Da holubice il Sab 3 Dic - 11:34

A mio avviso il petrolio a 30 dollari al barile era funzionale, non alla soppressione del petrolio americano da fraking, ma al sabotaggio dell'industria delle energie alternative. Su cui gli investimenti stanno esplodendo. Quelli sì che sono nemici micidiali.



Le ultime pale eoliche sono costruite praticamente senza attriti. E' una stima di parte, ma sembrerebbe che abbisognino di manutenzione ogni 450 anni. Ora, io dico, se facessimo semplicemente delle 'prolunghe' a tutti i lampioni, a pali elettrici e telefonici, mettendoci 'in coppa' qualcosa di simile agli impianti ...



... eolici domestici, beh, avremmo forse risolto il problema. Tenete conto che il palo c'è già, idem i fili che possono trasportare la corrente generata fino ad uno snodo della rete Enel.

Secondo me c'è un complotto ... boxed



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Re: Prezzo del petrolio e suoi effetti

Messaggio Da Minsky il Mer 18 Gen - 16:26

Il Sole24ORE ha scritto:Exxon raddoppia la scommessa su Permian, lo shale oil dei miracoli

–di Sissi Bellomo 18 gennaio 2017

Alla corsa all’oro nero di Permian si è unita anche ExxonMobil, La major ha speso 6,6 miliardi di dollari per raddoppiare la sua presenza nel bacino di shale oil dei miracoli, un’area desertica tra il Texas e il New Mexico dove i frackers riescono a estrarre greggio a costi inferiori a 40 dollari al barile e che da mesi è diventata il cuore pulsante dell’industria petrolifera americana.

Con l’operazione annunciata ieri – in cui rileva una serie di asset dalla famiglia Bass, erede del leggendario petroliere texano Sid Richardson – Exxon vanta ora 6 miliardi di barili di riserve stimate nel Permian, un tesoro che la riporta in primo piano tra i protagonisti nell’area, accanto a Chevron e Occidental Petroleum.

L’acquisizione è solo l’ultima di una lunga serie nella shale play, che – grazie alla particolare conformazione geologica, con diversi strati sovrapposti di rocce impregnate di petrolio – si è imposta come la più allettante negli anni della crisi. L’anno scorso, secondo Wood Mackenzie, un quarto delle operazioni di M&A nell’industria petrolifera mondiale ha riguardato il Permian. Solo negli ultimi giorni si sono fatte avanti anche Noble Energy – che lunedì ha comprato per 2,7 miliardi di dollari la rivale Clayton Williams Energy – e Wpx Energy, che ha rilevato licenze nell’area per 775 milioni.

Del resto è nel Permian Basin che il petrolio «made in Usa» ha mantenuto la sua roccaforte più solida, quando il prezzo del barile affondava dagli oltre 100 dollari dell’estate 2015 ai meno di 30 $ di un anno fa. Ed è da qui che sta partendo la riscossa dello shale, ora che il greggio si è riportato sopra 50 dollari.

Exxon prevede di aggiungere almeno 15 trivelle nei terreni appena acquistati e, sfruttando l’adiacenza con altre operazioni, promette di effettuare perforazioni orizzontali fino a 2 miglia, ossia circa 3,2 km. «Siamo in grado di perforare i pozzi laterali più lunghi del bacino di Permian, riducendo i costi di sviluppo e accrescendo il recupero delle riserve», assicura Darren Woods, il nuovo ceo di Exxon, che dal 1° gennaio ha sostituito Rex Tillerson, scelto come segretario di Stato da Donald Trump.

Nel Permian, a differenza che nelle altre shale play , le trivelle non hanno mai smesso di funzionare a pieno ritmo e adesso, osserva l’Eia, si contano più impianti attivi da queste parti che in tutto il resto degli Stati Uniti. Ed è soprattutto a questi pozzi, così prolifici ed efficienti, che si deve il rapido recupero della produzione americana, già risalita di quasi 500mila barili al giorno rispetto al minimo di 8,5 milioni di bg dello scorso settembre (il massimo, su base mensile, era stato 9,6 mbg ad aprile 2015).

Anche i costi di estrazione stanno comunque risalendo, sulla scia delle quotazioni del greggio: nel corso di quest’inverno ci sono già stati aumenti del 10-20% secondo stime citate dal Wall Street Journal.

Proprio su questo aspetto si appuntano le speranze dei sauditi, di non veder neutralizzati in breve tempo i tagli produttivi dell’Opec. «Mi aspetto che i costi aumentino», ha osservato il ministro Khalid Al Falih dal World Energy Forum di Davos. «Quelli che stanno sfruttando ultimamente in Nord America sono i giacimenti più prolifici. Con la crescita della domanda dovranno tornare su quelli più costosi, più difficili, meno prolifici. E allora si accorgeranno di aver bisogno di prezzi del petrolio più alti».

http://www.ilsole24ore.com/art/finanza-e-mercati/2017-01-17/exxon-raddoppia-scommessa-permian-shale-oil-miracoli-213336.shtml

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Re: Prezzo del petrolio e suoi effetti

Messaggio Da Minsky il Ven 10 Mar - 21:14

Il Sole 24ORE ha scritto:Sul petrolio (e non solo) l’ondata di liquidazioni dei fondi

–di Sissi Bellomo 10 marzo 2017

Un’ondata di vendite di queste proporzioni non si vedeva da febbraio dell’anno scorso, l’epoca in cui il petrolio stava andando in picchiata verso i minimi da 13 anni, sotto 30 dollari al barile. Ieri le quotazioni del barile hanno perso circa il 2%, dopo essere scivolate di oltre il 5% mercoledì. E per la prima volta nel 2017 il Wti ha ripiegato sotto la soglia psicologica di 50 dollari, per chiudere a 49,28 $ (il Brent ha invece concluso a 52,19 $).

Non è solo il petrolio ad aver invertito la rotta, trascinando con sé i titoli del settore. Anche l’oro è ai minimi da oltre un mese, sempre più vicino a scendere sotto 1.200 dollari l’oncia. E il rame – che aveva messo il turbo grazie alla chiusura di due grandi miniere e all’ottimismo per i piani di sviluppo delle infrastrutture di Donald Trump – ieri è scivolato a 5.652 dollari per tonnellata al London Metal Exchange, livello che non toccava dal 10 gennaio.

Le materie prime avevano riguadagnato il favore degli investitori e dopo gli anni della crisi la ripresa dei prezzi era stata in alcuni casi tanto rapida e intensa da stupire persino i produttori, incoraggiandoli a pensare che il peggio fosse ormai alle spalle. Gli stessi fondi che finora avevano sostenuto il rally hanno però improvvisamente invertito la rotta.

Una fase di liquidazioni era prevedibile, soprattutto in mercati come quello del petrolio e del rame, in cui gli speculatori avevano ammassato un numero record di scommesse rialziste. L’esposizione netta lunga (ossia all’aquisto) su Brent e Wti a fine febbraio si era spinta ai massimi almeno dal 2006, quando è iniziata la serie dei dati, raggiungendo l’equivalente di circa 900 milioni di barili di greggio, quasi dieci volte i consumi mondiali.

La posizione per un po’ aveva reso bene: grazie alla decisione dell’Opec di tagliare la produzione il petrolio ha guadagnato oltre il 10%. Ma dopo l’iniziale entusiasmo il mercato si era appiattito: la volatilità, linfa della speculazione, era quasi del tutto scomparsa e i prezzi sembravano intrappolati in una fascia di oscillazione ristretta, tra 53 e 55 dollari nel caso del Brent.

Nel frattempo hanno cominciato a crescere i dubbi sull’efficacia dell’azione dell’Opec: i Paesi dell’Organizzazione stanno dimostrando una rara diligenza nel ridurre la produzione secondo gli obiettivi e la collaborazione degli alleati non Opec, benché imperfetta, è comunque discreta. Eppure le scorte petrolifere – almeno quelle degli Usa, su cui ci sono dati puntuali e visibili – continuano ad aumentare. E sono bastati 50 dollari al barile per far ripartire in quarta lo shale oil, tranto che la produzione di greggio americana è già tornata a superare 9 milioni di barili al giorno, il massimo da un anno: una ripresa così travolgente da spingere alla cautela persino uno dei pionieri del fracking, Harold Hamm, ceo di Continental Resorces. «Bisognerebbe aumentare in modo misurato, altrimenti uccidiamo il mercato», ha avvertito Hamm.

In queste condizioni, bastava una scintilla per innescare le liquidazioni dei fondi di investimento. E ne sono arrivate tante, tutte insieme.

Sul fronte dei fondamentali c’è stato l’ennesimo aumento settimanale delle scorte Usa: un aumento monstre, del tutto imprevisto nelle dimensioni (ben 8,2 milioni di barili). Ma ad alimentare le vendite – anche su commodities diverse dal petrolio – hanno contribuito probabilmente anche altri fattori.

La previsione di un rialzo dei tassi di interesse Usa la prossima settimana è ormai diventata quasi una certezza, ulteriormente rafforzata dall’eccezionale dato sull’occupazione nel settore privato diffuso guarda caso mercoledì (proprio come quello sulle scorte petrolifere). Il dollaro, inversamente correlato alle materie prime, si è risvegliato dal torpore con cui aveva iniziato l’anno e questo mese ha ricominciato a rafforzarsi, mentre il rendimento dei Treasuries, i titoli di Stato Usa a 10 anni, è ormai arrivato – proprio mercoledì – alla fatidica soglia del 2,6%. Migliaia di investitori (e probabilmente anche fondi algoritmici) hanno gli occhi puntati su questo numero, che secondo Bill Gross, co-fondatore di Pimco e oggi numero uno di Janus Capital, potrebbe dare l’avvio a un «secolare mercato ribassista per le obbligazioni».

Quella di questi giorni potrebbe essere solo una correzione temporanea per le materie prime. Anche se la rottura di soglie tecniche potrebbe prolungare un po’ la discesa dei prezzi, ci sono concreti segnali di riequilibrio tra domanda e offerta, sia per molti metalli che per il petrolio. L’Opec peraltro, quando si riunirà a maggio, potrebbe decidere di prolungare per altri sei mesi i tagli produttivi. Anche l’oro, che soffre del rialzo dei tassi, ha comunque dalla sua parte la ripresa dell’inflazione e le inquietudini per le prossime tornate elettorali in Europa.

Più difficile dire che cosa accadrà se invece gli scossoni sui mercati dovessero rivelarsi di portata più vasta, tanto da spingere i fondi a una radicale riorganizzazione del portafoglio e delle strategie.

http://www.ilsole24ore.com/art/finanza-e-mercati/2017-03-09/sul-petrolio-e-non-solo-l-ondata-liquidazioni-fondi-220411.shtml

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