L'uomo religioso

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Messaggio Da GioSPQR il Sab 3 Ott - 13:52

Sarebbe giusto affermare che tutti i credenti siano codardi e non altro che tali ? 
Credono in qualcosa di fittizio, rispettano le "eventuali" leggi e principi della loro religione, ma a quale fine ? Quello della salvezza. Penso che l'uomo credente non sia altro che un mero egoista: tutte le sue azioni sono volte alla proprio salvezza. Solidarietà, fraternità ? No, ogni azione "buona" verso gli altri è legata alla ricompensa divina (mi riferisco alla religione cristiano-cattolica dove il buon operare determina la salvezza). Credo sia al contempo un codardo e su questo insistono tutte (quasi o una buona parte) le religioni. Sfruttano la paura dell'individuo, la sua paura della morte e vi pongono due alternative, quella "dell'essere ETERNAMENTE punito" e quella"dell'ETERNA salvezza". 
Tuttavia mi chiedo quale sia il motivo di tutta questa preoccupazione. Una riflessione che mi ha molto colpito e che ora riporto "parafrasata" (scusatemi ma non ho voglia di andare a ripescarla interamente) è una delle tante affermazioni di Socrate nell'apologia: nessun uomo conosce l'esperienza della morte, è sciocco avere paura di qualcosa che non si conosce in quanto potrebbe sia trattarsi di uno dei più grandi mali, come potrebbe essere uno dei migliori beni. Io sinceramente non capisco tutta questa ansia per il futuro.
Mi stupisco inoltre di come, riferito alla nostra società, l'Italia in questo caso, al sentire parlare di ateismo le persone si sconvolgano (sì, ok, non è legge, ma succede ben spesso). Cosa spinge loro a tollerare, o comunque non scandalizzarsi, chiunque creda in qualcos'altro ma a storcere il naso all'idea che qualcuno faccia a meno di credere ?

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Re: L'uomo religioso

Messaggio Da Justine il Sab 3 Ott - 13:59

L'esperienza della morte non si può conoscere perché de facto è uno status in cui le percezioni vengono a mancare. Te la puoi approssimativamente immaginare come un blackout improvviso nella stanza con più albedo del mondo
Di norma la religione è un fatto sociale, si tende a dire: "la divinità X è frutto di tutta la mia forza! Oh le mie speranze! Il mio ottimismo! Il mio desiderio di non sentirmi un vagolante pezzo di sterco nell'universo!" e simili per non far disperare le persone.
Pensa che accadrebbe qualora si dicesse a tutte le persone che ogni oncia di quello che fanno non conta nulla, in una prospettiva a lung(hissim)o termine, e queste ci credessero.
Immaginarsi la ricompensa come un bambino coi genitori sembra essere una prerogativa di sempre, ma nessuno si chiede a che serva la ricompensa.
Dell'eterna salvezza non so che se ne faccia, dato che molti di noi trovano intollerabile un singolo minuto in una qualsiasi sala d'attesa...

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Re: L'uomo religioso

Messaggio Da primaverino il Sab 3 Ott - 14:10

GioSPQR ha scritto:1) Sarebbe giusto affermare che tutti i credenti siano codardi e non altro che tali ? 
2) Credono in qualcosa di fittizio,
3) rispettano le "eventuali" leggi e principi della loro religione, ma a quale fine ? Quello della salvezza.
4) Penso che l'uomo credente non sia altro che un mero egoista: tutte le sue azioni sono volte alla proprio salvezza.
5)Solidarietà, fraternità ? No, ogni azione "buona" verso gli altri è legata alla ricompensa divina (mi riferisco alla religione cristiano-cattolica dove il buon operare determina la salvezza).
6) Credo sia al contempo un codardo
7) e su questo insistono tutte (quasi o una buona parte) le religioni. Sfruttano la paura dell'individuo, la sua paura della morte e vi pongono due alternative, quella "dell'essere ETERNAMENTE punito" e quella"dell'ETERNA salvezza". 
8) Tuttavia mi chiedo quale sia il motivo di tutta questa preoccupazione.
9)Una riflessione che mi ha molto colpito e che ora riporto "parafrasata" (scusatemi ma non ho voglia di andare a ripescarla interamente) è una delle tante affermazioni di Socrate nell'apologia: nessun uomo conosce l'esperienza della morte, è sciocco avere paura di qualcosa che non si conosce in quanto potrebbe sia trattarsi di uno dei più grandi mali, come potrebbe essere uno dei migliori beni. Io sinceramente non capisco tutta questa ansia per il futuro.
10) Mi stupisco inoltre di come, riferito alla nostra società, l'Italia in questo caso, al sentire parlare di ateismo le persone si sconvolgano (sì, ok, non è legge, ma succede ben spesso). Cosa spinge loro a tollerare, o comunque non scandalizzarsi, chiunque creda in qualcos'altro ma a storcere il naso all'idea che qualcuno faccia a meno di credere ?

1) E' legittimo. Con la "giustezza" non c'entra sega.
2) Ma per loro non lo è...
3) Il che non fa una piega.
4) Dipende... Potrebbe essere interessato alla salvezza di tutti. La religione sotto questo aspetto è fatto collettivo e sociale...
5) Come sopra.
6) Credilo pure, se ti fa piacere.
7) No, non tutte. Vale per i monoteismi e pure coi debiti "distinguo".
8) E cosa ti fa pensare che "tutti" i credenti condividano questa preoccupazione? Li hai conosciuti tutti?...
9) Mi associo a Socrate. Non condivido questa preoccupazione pur essendo credente.
10) Non è il caso mio. L'ateismo non mi sconvolge affatto... E perché dovrebbe?


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Re: L'uomo religioso

Messaggio Da Minsky il Sab 3 Ott - 14:36

GioSPQR ha scritto:Sarebbe giusto affermare che tutti i credenti siano codardi e non altro che tali ? 
Credono in qualcosa di fittizio, rispettano le "eventuali" leggi e principi della loro religione, ma a quale fine ? Quello della salvezza. Penso che l'uomo credente non sia altro che un mero egoista: tutte le sue azioni sono volte alla proprio salvezza. Solidarietà, fraternità ? No, ogni azione "buona" verso gli altri è legata alla ricompensa divina (mi riferisco alla religione cristiano-cattolica dove il buon operare determina la salvezza). Credo sia al contempo un codardo e su questo insistono tutte (quasi o una buona parte) le religioni. Sfruttano la paura dell'individuo, la sua paura della morte e vi pongono due alternative, quella "dell'essere ETERNAMENTE punito" e quella"dell'ETERNA salvezza". 
Tuttavia mi chiedo quale sia il motivo di tutta questa preoccupazione. Una riflessione che mi ha molto colpito e che ora riporto "parafrasata" (scusatemi ma non ho voglia di andare a ripescarla interamente) è una delle tante affermazioni di Socrate nell'apologia: nessun uomo conosce l'esperienza della morte, è sciocco avere paura di qualcosa che non si conosce in quanto potrebbe sia trattarsi di uno dei più grandi mali, come potrebbe essere uno dei migliori beni. Io sinceramente non capisco tutta questa ansia per il futuro.
Mi stupisco inoltre di come, riferito alla nostra società, l'Italia in questo caso, al sentire parlare di ateismo le persone si sconvolgano (sì, ok, non è legge, ma succede ben spesso). Cosa spinge loro a tollerare, o comunque non scandalizzarsi, chiunque creda in qualcos'altro ma a storcere il naso all'idea che qualcuno faccia a meno di credere ?
Se vuoi presentarti, abbiamo un'apposita sezione: http://atei.forumitalian.com/f4-presentazioni-comunicazioni-regolamento

La carenza dei credenti è di non essere consapevoli di un forte inganno cognitivo. Ne ho accennato in diverse occasioni, per esempio qui: http://atei.forumitalian.com/t6567p200-su-quale-base-scientifica#343088

Ma l'argomento merita di essere ancora approfondito.

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Re: L'uomo religioso

Messaggio Da GioSPQR il Sab 3 Ott - 15:37

Grazie dei benvenuti  mgreen ho provveduto a presentarmi opportunamente

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Re: L'uomo religioso

Messaggio Da Paolo il Sab 3 Ott - 15:38

Ciao e benvenuto tra noi  ok

GioSPQR ha scritto:Sarebbe giusto affermare che tutti i credenti siano codardi e non altro che tali ? 
Credono in qualcosa di fittizio, rispettano le "eventuali" leggi e principi della loro religione, ma a quale fine ? Quello della salvezza. Penso che l'uomo credente non sia altro che un mero egoista: tutte le sue azioni sono volte alla proprio salvezza. Solidarietà, fraternità ? No, ogni azione "buona" verso gli altri è legata alla ricompensa divina (mi riferisco alla religione cristiano-cattolica dove il buon operare determina la salvezza). Credo sia al contempo un codardo e su questo insistono tutte (quasi o una buona parte) le religioni. Sfruttano la paura dell'individuo, la sua paura della morte e vi pongono due alternative, quella "dell'essere ETERNAMENTE punito" e quella"dell'ETERNA salvezza". 

Ritengo che il termine codardo non sia appropriato. Codardo infatti è chi viene meno alle sue resonsabilità o ai suoi doveri in una situazione difficile o di pericolo. A mio avviso è puro opportunismo. E penso che questo sia il vero punto debole di tutte le religioni che fanno leva sulla minaccia di punizioni o sulla promessa di ricompense per far rispettare le proprie regole o leggi morali ed etiche. Ci sarà un motivo per cui dopo duemila anni di "dominio" socio culturale del cristianesimo di fatto le cose sono iniziate a cambiare solo quando è stato messo l'uomo stesso al centro di tutto e gli sono stati riconosciuti i diritti fondamentali come uomo in quanto tale, e non per volere divino!

GioSPQR ha scritto:

Tuttavia mi chiedo quale sia il motivo di tutta questa preoccupazione. Una riflessione che mi ha molto colpito e che ora riporto "parafrasata" (scusatemi ma non ho voglia di andare a ripescarla interamente) è una delle tante affermazioni di Socrate nell'apologia: nessun uomo conosce l'esperienza della morte, è sciocco avere paura di qualcosa che non si conosce in quanto potrebbe sia trattarsi di uno dei più grandi mali, come potrebbe essere uno dei migliori beni. Io sinceramente non capisco tutta questa ansia per il futuro.

La morte non è uno status! Nessuno può conoscere l'esperienza della morte perchè la morte non esiste, esiste solo la fine della vita!
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Re: L'uomo religioso

Messaggio Da primaverino il Sab 3 Ott - 15:47

Paolo ha scritto:

Ritengo che il termine codardo non sia appropriato. Codardo infatti è chi viene meno alle sue resonsabilità o ai suoi doveri in una situazione difficile o di pericolo. A mio avviso è puro opportunismo. E penso che questo sia il vero punto debole di tutte le religioni che fanno leva sulla minaccia di punizioni o sulla promessa di ricompense per far rispettare le proprie regole o leggi morali ed etiche. Ci sarà un motivo per cui dopo duemila anni di "dominio" socio culturale del cristianesimo di fatto le cose sono iniziate a cambiare solo quando è stato messo l'uomo stesso al centro di tutto e gli sono stati riconosciuti i diritti fondamentali come uomo in quanto tale, e non per volere divino!

Cioè ti pare che l'opportunismo sia venuto meno?...
Mi spiego meglio facendoti una domanda: secondo te uno è credente in quanto opportunista? boxed
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Re: L'uomo religioso

Messaggio Da GioSPQR il Sab 3 Ott - 15:53

Justine ha scritto:L'esperienza della morte non si può conoscere perché de facto è uno status in cui le percezioni vengono a mancare. Te la puoi approssimativamente immaginare come un blackout improvviso nella stanza con più albedo del mondo
Di norma la religione è un fatto sociale, si tende a dire: "la divinità X è frutto di tutta la mia forza! Oh le mie speranze! Il mio ottimismo! Il mio desiderio di non sentirmi un vagolante pezzo di sterco nell'universo!" e simili per non far disperare le persone.
Pensa che accadrebbe qualora si dicesse a tutte le persone che ogni oncia di quello che fanno non conta nulla, in una prospettiva a lung(hissim)o termine, e queste ci credessero.
Immaginarsi la ricompensa come un bambino coi genitori sembra essere una prerogativa di sempre, ma nessuno si chiede a che serva la ricompensa.
Dell'eterna salvezza non so che se ne faccia, dato che molti di noi trovano intollerabile un singolo minuto in una qualsiasi sala d'attesa...

Comunque benvenuto!

Sì, diciamo che anche io sto giungendo alla totale convinzione dell' "anima mortale".

"Di norma la religione è un fatto sociale, si tende a dire: "la divinità X è frutto di tutta la mia forza! Oh le mie speranze! Il mio ottimismo! Il mio desiderio di non sentirmi un vagolante pezzo di sterco nell'universo!" e simili per non far disperare le persone.
Pensa che accadrebbe qualora si dicesse a tutte le persone che ogni oncia di quello che fanno non conta nulla, in una prospettiva a lung(hissim)o termine, e queste ci credessero."

Concordo. La religione secondo me (e un po tutti) nasce dal desiderio dell'uomo di rispondere alle solite domande. Infatti da una certa parte penso il cosmocentrismo non fosse male, l'uomo non era considerato il centro di tutto. Queste persone reputo abbiano la classica idea della "specialità" dell'uomo e vedano all'interno del "mondo" solo quello (e dunque solo "se stessi")
primaverino ha scritto:
GioSPQR ha scritto:1) Sarebbe giusto affermare che tutti i credenti siano codardi e non altro che tali ? 
2) Credono in qualcosa di fittizio,
3) rispettano le "eventuali" leggi e principi della loro religione, ma a quale fine ? Quello della salvezza.
4) Penso che l'uomo credente non sia altro che un mero egoista: tutte le sue azioni sono volte alla proprio salvezza.
5)Solidarietà, fraternità ? No, ogni azione "buona" verso gli altri è legata alla ricompensa divina (mi riferisco alla religione cristiano-cattolica dove il buon operare determina la salvezza).
6) Credo sia al contempo un codardo
7) e su questo insistono tutte (quasi o una buona parte) le religioni. Sfruttano la paura dell'individuo, la sua paura della morte e vi pongono due alternative, quella "dell'essere ETERNAMENTE punito" e quella"dell'ETERNA salvezza". 
8) Tuttavia mi chiedo quale sia il motivo di tutta questa preoccupazione.
9)Una riflessione che mi ha molto colpito e che ora riporto "parafrasata" (scusatemi ma non ho voglia di andare a ripescarla interamente) è una delle tante affermazioni di Socrate nell'apologia: nessun uomo conosce l'esperienza della morte, è sciocco avere paura di qualcosa che non si conosce in quanto potrebbe sia trattarsi di uno dei più grandi mali, come potrebbe essere uno dei migliori beni. Io sinceramente non capisco tutta questa ansia per il futuro.
10) Mi stupisco inoltre di come, riferito alla nostra società, l'Italia in questo caso, al sentire parlare di ateismo le persone si sconvolgano (sì, ok, non è legge, ma succede ben spesso). Cosa spinge loro a tollerare, o comunque non scandalizzarsi, chiunque creda in qualcos'altro ma a storcere il naso all'idea che qualcuno faccia a meno di credere ?

1) E' legittimo. Con la "giustezza" non c'entra sega.
2) Ma per loro non lo è...
3) Il che non fa una piega.
4) Dipende... Potrebbe essere interessato alla salvezza di tutti. La religione sotto questo aspetto è fatto collettivo e sociale...
5) Come sopra.
6) Credilo pure, se ti fa piacere.
7) No, non tutte. Vale per i monoteismi e pure coi debiti "distinguo".
8) E cosa ti fa pensare che "tutti" i credenti condividano questa preoccupazione? Li hai conosciuti tutti?...
9) Mi associo a Socrate. Non condivido questa preoccupazione pur essendo credente.
10) Non è il caso mio. L'ateismo non mi sconvolge affatto... E perché dovrebbe?


Comunque benvenuto!
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"8) E cosa ti fa pensare che "tutti" i credenti condividano questa preoccupazione? Li hai conosciuti tutti?..."
Esatto, riguardo al punto 8 (ma anche a tutto il ragionamento), ho fatto l'errore di generalizzare.
Minsky ha scritto:
GioSPQR ha scritto:Sarebbe giusto affermare che tutti i credenti siano codardi e non altro che tali ? 
Credono in qualcosa di fittizio, rispettano le "eventuali" leggi e principi della loro religione, ma a quale fine ? Quello della salvezza. Penso che l'uomo credente non sia altro che un mero egoista: tutte le sue azioni sono volte alla proprio salvezza. Solidarietà, fraternità ? No, ogni azione "buona" verso gli altri è legata alla ricompensa divina (mi riferisco alla religione cristiano-cattolica dove il buon operare determina la salvezza). Credo sia al contempo un codardo e su questo insistono tutte (quasi o una buona parte) le religioni. Sfruttano la paura dell'individuo, la sua paura della morte e vi pongono due alternative, quella "dell'essere ETERNAMENTE punito" e quella"dell'ETERNA salvezza". 
Tuttavia mi chiedo quale sia il motivo di tutta questa preoccupazione. Una riflessione che mi ha molto colpito e che ora riporto "parafrasata" (scusatemi ma non ho voglia di andare a ripescarla interamente) è una delle tante affermazioni di Socrate nell'apologia: nessun uomo conosce l'esperienza della morte, è sciocco avere paura di qualcosa che non si conosce in quanto potrebbe sia trattarsi di uno dei più grandi mali, come potrebbe essere uno dei migliori beni. Io sinceramente non capisco tutta questa ansia per il futuro.
Mi stupisco inoltre di come, riferito alla nostra società, l'Italia in questo caso, al sentire parlare di ateismo le persone si sconvolgano (sì, ok, non è legge, ma succede ben spesso). Cosa spinge loro a tollerare, o comunque non scandalizzarsi, chiunque creda in qualcos'altro ma a storcere il naso all'idea che qualcuno faccia a meno di credere ?
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La carenza dei credenti è di non essere consapevoli di un forte inganno cognitivo. Ne ho accennato in diverse occasioni, per esempio qui: http://atei.forumitalian.com/t6567p200-su-quale-base-scientifica#343088

Ma l'argomento merita di essere ancora approfondito.

Immaginavo ci fosse già un topic o qualcosa di simile, ma la voglia di cercare mi mancava  mgreen

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Re: L'uomo religioso

Messaggio Da Paolo il Sab 3 Ott - 15:57

primaverino ha scritto:
Paolo ha scritto:

Ritengo che il termine codardo non sia appropriato. Codardo infatti è chi viene meno alle sue resonsabilità o ai suoi doveri in una situazione difficile o di pericolo. A mio avviso è puro opportunismo. E penso che questo sia il vero punto debole di tutte le religioni che fanno leva sulla minaccia di punizioni o sulla promessa di ricompense per far rispettare le proprie regole o leggi morali ed etiche. Ci sarà un motivo per cui dopo duemila anni di "dominio" socio culturale del cristianesimo di fatto le cose sono iniziate a cambiare solo quando è stato messo l'uomo stesso al centro di tutto e gli sono stati riconosciuti i diritti fondamentali come uomo in quanto tale, e non per volere divino!

Cioè ti pare che l'opportunismo sia venuto meno?...
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S! Più o meno consciamente. In ogni caso è una forma di egoismo.
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Re: L'uomo religioso

Messaggio Da GioSPQR il Sab 3 Ott - 15:58

Ciao e benvenuto tra noi  ok

GioSPQR ha scritto:Sarebbe giusto affermare che tutti i credenti siano codardi e non altro che tali ? 
Credono in qualcosa di fittizio, rispettano le "eventuali" leggi e principi della loro religione, ma a quale fine ? Quello della salvezza. Penso che l'uomo credente non sia altro che un mero egoista: tutte le sue azioni sono volte alla proprio salvezza. Solidarietà, fraternità ? No, ogni azione "buona" verso gli altri è legata alla ricompensa divina (mi riferisco alla religione cristiano-cattolica dove il buon operare determina la salvezza). Credo sia al contempo un codardo e su questo insistono tutte (quasi o una buona parte) le religioni. Sfruttano la paura dell'individuo, la sua paura della morte e vi pongono due alternative, quella "dell'essere ETERNAMENTE punito" e quella"dell'ETERNA salvezza". 

Ritengo che il termine codardo non sia appropriato. Codardo infatti è chi viene meno alle sue resonsabilità o ai suoi doveri in una situazione difficile o di pericolo. A mio avviso è puro opportunismo. E penso che questo sia il vero punto debole di tutte le religioni che fanno leva sulla minaccia di punizioni o sulla promessa di ricompense per far rispettare le proprie regole o leggi morali ed etiche. Ci sarà un motivo per cui dopo duemila anni di "dominio" socio culturale del cristianesimo di fatto le cose sono iniziate a cambiare solo quando è stato messo l'uomo stesso al centro di tutto e gli sono stati riconosciuti i diritti fondamentali come uomo in quanto tale, e non per volere divino!

GioSPQR ha scritto:

Tuttavia mi chiedo quale sia il motivo di tutta questa preoccupazione. Una riflessione che mi ha molto colpito e che ora riporto "parafrasata" (scusatemi ma non ho voglia di andare a ripescarla interamente) è una delle tante affermazioni di Socrate nell'apologia: nessun uomo conosce l'esperienza della morte, è sciocco avere paura di qualcosa che non si conosce in quanto potrebbe sia trattarsi di uno dei più grandi mali, come potrebbe essere uno dei migliori beni. Io sinceramente non capisco tutta questa ansia per il futuro.

La morte non è uno status! Nessuno può conoscere l'esperienza della morte perchè la morte non esiste, esiste solo la fine della vita!
 
Sì, esatto. Ho sbagliato ad utilizzare il termine, intendevo esattamente opportunista.
primaverino ha scritto:
Paolo ha scritto:

Ritengo che il termine codardo non sia appropriato. Codardo infatti è chi viene meno alle sue resonsabilità o ai suoi doveri in una situazione difficile o di pericolo. A mio avviso è puro opportunismo. E penso che questo sia il vero punto debole di tutte le religioni che fanno leva sulla minaccia di punizioni o sulla promessa di ricompense per far rispettare le proprie regole o leggi morali ed etiche. Ci sarà un motivo per cui dopo duemila anni di "dominio" socio culturale del cristianesimo di fatto le cose sono iniziate a cambiare solo quando è stato messo l'uomo stesso al centro di tutto e gli sono stati riconosciuti i diritti fondamentali come uomo in quanto tale, e non per volere divino!

Cioè ti pare che l'opportunismo sia venuto meno?...
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Sì, secondo me è qualcosa di automatico. Se non ti fosse promesso niente (la salvezza), rinunceresti a fare molte delle cose che magari fai (secondo l'idea del peccato cristiano) ?

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Re: L'uomo religioso

Messaggio Da primaverino il Sab 3 Ott - 15:58

GioSPQR ha scritto:

"8) E cosa ti fa pensare che "tutti" i credenti condividano questa preoccupazione? Li hai conosciuti tutti?..."
Esatto, riguardo al punto 8 (ma anche a tutto il ragionamento), ho fatto l'errore di generalizzare.

Vai tranquillo... Le generalizzazioni sono una trappola nella quale spesso si cade anche col triplo dei tuoi anni...
A ribenvenuto, gentilissimo! ok
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Re: L'uomo religioso

Messaggio Da primaverino il Sab 3 Ott - 16:11

GioSPQR ha scritto:
primaverino ha scritto:

[...]secondo te uno è credente in quanto opportunista? boxed

Sì, secondo me è qualcosa di automatico. Se non ti fosse promesso niente (la salvezza), rinunceresti a fare molte delle cose che magari fai (secondo l'idea del peccato cristiano) ?

L'idea di peccato è ambivalente nel senso che prevedendo un sistema premio/punizione tende a censurare alcune cose e a valorizzarne altre.
Ma il sistema punitivo non è appannaggio esclusivo del Cristianesimo (latu sensu, dato che non ce n'è uno solo, pensa solo a cattolici e protestanti tanto per dirti) bensì di qualsiasi consesso sociale; semmai sono le regole prestabilite a determinare il patto sociale e ciò avviene tanto in presenza, quanto in assenza di qualsiasi divinità di riferimento.
Quindi, a mio sommesso parere, l'aspetto religioso (in quanto sovrastrutturale) altro non fa che codificare comportamenti umani comunque presenti nell'ambito specifico.
Detto in parole povere: se sei un opportunista lo sei e basta...
Se sei un altruista (o un "solidale" in senso lato) dipende dalla tua indole e NON dall'aspetto filosofico che caratterizza l'ambiente nel quale ti formi.
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Re: L'uomo religioso

Messaggio Da Justine il Sab 3 Ott - 17:19

Paolo ha scritto: A mio avviso è puro opportunismo. E penso che questo sia il vero punto debole di tutte le religioni che fanno leva sulla minaccia di punizioni o sulla promessa di ricompense per far rispettare le proprie regole o leggi morali ed etiche. 

Penso che indipendentemente dallo stimolo "azione (credenza) - ricompensa", sia un punto debole di tutti i culti, a prescindere dalla tipologia di abbellimento del nero del tunnel. E' più che evidente che chi crede in qualcosa vuole vedersi riconosciuto e legittimato un certo qual diritto, sia esso camminare sulle nuvole, mangiare caramelle in paradiso (marchio registrato), fingere di stare in pace con se stesso e/o con il cosmo che pur è indifferente, darsi un'appeal di persona vissuta dove il filosofema è conseguenza di quella che apparentemente è una profonda riflessione ("Oh, il cosmo è così vasto... Qualcosa che ci vuol bene deve pur esserci", svarionata difficile da commentare nella sua inanità), etc.

Ognuno si sceglie il tipo di ricompensa che vuole, credendo. Come si fa a credere "per niente"? E' evidente che questo gesto apporta presunti vantaggi, a chi lo pratica, che possono far leva su diversi effetti, ma originano comunque tutti dall'opportunismo, l'approfittare della debolezza umana e della sua necessità di ottenere conforto di qualche tipo.

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Messaggio Da GioSPQR il Sab 3 Ott - 19:09

primaverino ha scritto:
GioSPQR ha scritto:
primaverino ha scritto:

[...]secondo te uno è credente in quanto opportunista? boxed

Sì, secondo me è qualcosa di automatico. Se non ti fosse promesso niente (la salvezza), rinunceresti a fare molte delle cose che magari fai (secondo l'idea del peccato cristiano) ?

L'idea di peccato è ambivalente nel senso che prevedendo un sistema premio/punizione tende a censurare alcune cose e a valorizzarne altre.
Ma il sistema punitivo non è appannaggio esclusivo del Cristianesimo (latu sensu, dato che non ce n'è uno solo, pensa solo a cattolici e protestanti tanto per dirti) bensì di qualsiasi consesso sociale; semmai sono le regole prestabilite a determinare il patto sociale e ciò avviene tanto in presenza, quanto in assenza di qualsiasi divinità di riferimento.
Quindi, a mio sommesso parere, l'aspetto religioso (in quanto sovrastrutturale) altro non fa che codificare comportamenti umani comunque presenti nell'ambito specifico.
Detto in parole povere: se sei un opportunista lo sei e basta...
Se sei un altruista (o un "solidale" in senso lato) dipende dalla tua indole e NON dall'aspetto filosofico che caratterizza l'ambiente nel quale ti formi.

"Detto in parole povere: se sei un opportunista lo sei e basta...
Se sei un altruista (o un "solidale" in senso lato) dipende dalla tua indole e NON dall'aspetto filosofico che caratterizza l'ambiente nel quale ti formi."

Di fatti non dicevo che "chiunque faccia del 'bene', lo fa perché religioso o per trarre vantaggio dalle situazioni" (oddio, potrebbe anche succedere) ma mi riferivo al "io non sono una persona buona/non me ne frega niente degli altri, ma sì, facciamo del 'bene' perché così sarò virtuoso secondo il cattolicesimo"

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Re: L'uomo religioso

Messaggio Da Rasputin il Sab 3 Ott - 19:39

GioSPQR ha scritto:1) Sarebbe giusto affermare che tutti i credenti siano codardi e non altro che tali ? 
2) Credono in qualcosa di fittizio,
3) rispettano le "eventuali" leggi e principi della loro religione, ma a quale fine ? Quello della salvezza.
4) Penso che l'uomo credente non sia altro che un mero egoista: tutte le sue azioni sono volte alla proprio salvezza.
5)Solidarietà, fraternità ? No, ogni azione "buona" verso gli altri è legata alla ricompensa divina (mi riferisco alla religione cristiano-cattolica dove il buon operare determina la salvezza).
6) Credo sia al contempo un codardo
7) e su questo insistono tutte (quasi o una buona parte) le religioni. Sfruttano la paura dell'individuo, la sua paura della morte e vi pongono due alternative, quella "dell'essere ETERNAMENTE punito" e quella"dell'ETERNA salvezza". 
8) Tuttavia mi chiedo quale sia il motivo di tutta questa preoccupazione.
9)Una riflessione che mi ha molto colpito e che ora riporto "parafrasata" (scusatemi ma non ho voglia di andare a ripescarla interamente) è una delle tante affermazioni di Socrate nell'apologia: nessun uomo conosce l'esperienza della morte, è sciocco avere paura di qualcosa che non si conosce in quanto potrebbe sia trattarsi di uno dei più grandi mali, come potrebbe essere uno dei migliori beni. Io sinceramente non capisco tutta questa ansia per il futuro.
10) Mi stupisco inoltre di come, riferito alla nostra società, l'Italia in questo caso, al sentire parlare di ateismo le persone si sconvolgano (sì, ok, non è legge, ma succede ben spesso). Cosa spinge loro a tollerare, o comunque non scandalizzarsi, chiunque creda in qualcos'altro ma a storcere il naso all'idea che qualcuno faccia a meno di credere ?


primaverino ha scritto:2) Ma per loro non lo è...

Ehm, il concetto di "Fittizio" è oggettivo, non soggettivo.

primaverino ha scritto:3) Il che non fa una piega.
4) Dipende... Potrebbe essere interessato alla salvezza di tutti. La religione sotto questo aspetto è fatto collettivo e sociale...

Infatti, una no di certo. Ne fa a dozzine, a cominciare dal fatto che NESSUNO rispetta leggi e principi della sua religione, semplicemente perché è impossibile.



primaverino ha scritto:7) No, non tutte. Vale per i monoteismi e pure coi debiti "distinguo".

Menzionami una religone, una sola, che non prometta una qualche sorta di vita dopo la morte/vita eterna.

primaverino ha scritto:8) E cosa ti fa pensare che "tutti" i credenti condividano questa preoccupazione? Li hai conosciuti tutti?...
[...]

Il fatto stesso che sono credenti.

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Re: L'uomo religioso

Messaggio Da Minsky il Sab 3 Ott - 19:49

Qualche tempo addietro ho proposto una breve dimostrazione della trappola logica in cui cade il credente nella religione: se è coerente, non può evitare di dover credere a qualunque cosa. Qui la mia argomentazione, e a seguire altri contributi molto interessanti.

Ora voglio spostare l'analisi su di un nuovo piano, dimostrando che in realtà il credente nella religione è vittima di incredulità. Questo sviluppo è un corollario del ragionamento già richiamato nel post più sopra, che si riferisce alla difficoltà del credente di sottrarsi all'inganno cognitivo della "continuità della coscienza". Anche se ne ho accennato più volte, a favore di chi frequenta il forum da poco tempo lo riepilogo brevemente.

Nella nostra esperienza, c'è continuità nella coscienza, attraverso le fasi di veglia e sonno, giorno dopo giorno. Questa continuità appare come se non dovesse interrompersi mai. A qualcuno può capitare di passare una brutta avventura e di rendersi conto di essere in pericolo di vita, ma se poi riesce a raccontarla, è evidente che l'ha scampata e la sua coscienza non si interrompe. Ci ricordiamo poi del brutto quarto d'ora come di un incubo che pian piano si dissolve. Torniamo alla nostra routine quotidiana, sicura e confortevole. Perché mai un giorno questo stato di cose dovrebbe cambiare?

Faccio un esempio. A me è capitato in alcune occasioni di trovarmi in situazioni difficili. In montagna il maltempo, la nebbia, la perdita dell'orientamento, lo sfinimento, l'ora tarda e il buio, sono possibili situazioni che talvolta portano ad esiti tragici. Chi si avventura in roccia trova ulteriori casi di pericolo. Una volta per esempio ero su una via non difficile, con un buon  compagno. Nella relazione c'era scritto di tenersi, da un certo punto in avanti, lungo la cresta, ma il mio compagno mi aveva convinto ad imboccare un facile canale che, secondo lui, ci avrebbe portati vicino alla vetta più rapidamente. Così, mi trovai aggrappato ai fragili appigli di una parete friabile, improteggibile, con almeno dieci o dodici metri di corda sfilata. Se fossi caduto avrei fatto ben più di venti metri di volo, e mi sarei quasi certamente ammazzato sbatacchiando contro la roccia, vanamente trattenuto (forse) dalle corde.

La cresta, di roccia sana e appigliata, era solo pochi metri più in alto. Non ero preoccupato, però non riuscivo a salire. Le corde (due "mezze" corde da 60 m) non mi seguivano. Diedi una voce al compagno per avere corda. Mi rispose che da lui in sosta erano lasche. Capii che si erano incastrate. Che potevo fare? Potevo slegarmi, tanto lì le corde erano solo un impiccio ormai. Ma poi, come sarei sceso senza corde? Il compagno che avrebbe fatto delle corde impigliate? Saremmo rimasti lì come due tordi ad aspettare il soccorso. Ma la zona è selvaggia e non c'è campo per il cellulare. La situazione era brutta e non sembrava presentare vie di uscita. Eppure in quel minuto o due che sono stato lì, in precario equilibrio sugli appigli infidi, ho pensato che poi a casa avrei scritto la solita email ai compañeros, descrivendo l'impresa corredata delle foto che avevo scattato, e avrei raccomandato, in caso di ripetizione di quella via, che «dopo il "naso", si mantenessero rigorosamente lungo la cresta senza farsi attirare da un facile canale che porta su terreno insidioso». Ecco: questa è la sensazione della continuità della coscienza, data per scontata anche quando ci sarebbero seri motivi per dubitare che porteremo a casa la pelle. Questo è l'inganno cognitivo che ci porta a voler credere che, in qualche modo, continueremo ad "esserci" anche dopo che il nostro corpo avrà cessato di funzionare, perché non possiamo immaginarci morti.

Anche adesso, mentre scrivo queste righe, ho chiara in mente l'idea che più tardi terminerò di scriverle e inserirò il post. Mi proietto nel futuro, ma in realtà potrebbe anche prendermi un ictus e non riuscirei a finire (se state leggendo non mi è successo nulla  wink.. ). Ricordo che, quando è morto il mio nonno paterno, tanti anni fa (ero ancora un bambino), mi dissero che la sera prima di coricarsi (morì nel sonno per arresto cardiaco) aveva messo un foglio, la carta carbone e le veline nella macchina per scrivere (sebbene in pensione, scriveva ancora articoli per un giornale). Certo lui si vedeva già al lavoro la mattina seguente per scrivere qualcosa. Forse aveva già in mente tutto il testo da scrivere. Non si immaginava affatto stecchito nel letto, ora dell'alba.

Ovviamente tutti prima o poi abbiamo modo di constatare che un organismo può deteriorarsi e morire. Un animale morto non si muove più, e dopo un certo tempo si decompone. Fin dall'antichità, gli esseri umani si sono trovati di fronte a queste evidenze. Per superare questo brutto scoglio, devono aver cominciato ad autoconvincersi che "qualcosa", la coscienza, magari poteva sopravvivere alla distruzione del corpo.

Poi, c'è stata anche l'invenzione degli dei, che erano le potenze misteriose capaci di mandare la pioggia, scagliare i fulmini, far crescere il frumento etc. Ma le due cose all'inizio secondo me erano ben distinte. Divinità e sopravvivenza della coscienza furono legate e incorporate nelle religioni solo in epoche più tarde. In effetti, mi par di ricordare che il buddhismo non prevede divinità, ma una forma di sopravvivenza dell'anima (la reincarnazione). Per dettagli prego consultare thread delle buddhanate.

Quindi, in sostanza, è la sopravvivenza del sé che determina la caratteristica principale della religione. Ci possono essere molti dei, o uno solo, o anche nessun dio, ma la sopravvivenza sì. Anche perché, se facciamo la prova inversa e togliamo la sopravvivenza ma lasciamo gli dei, chiedendo ad un credente: se il tuo dio esistesse, tale quale e preciso come dice la tua religione, ma dopo la morte non ci fosse alcuna sopravvivenza dell'animaccia tua, te ne fregherebbe ancora qualcosa della religione? Suppongo che la risposta sarebbe "no".

Preciso adesso come va inteso "credere" nel testo che segue. "Credere" è "reputare vero", si tratta di un'operazione cognitiva che facciamo in continuazione, inevitabilmente. Non sarebbe possibile infatti sottoporre a verifica ogni singola proposizione che ci venga sottoposta. Quindi prendiamo delle "scorciatoie" cognitive assumendo per vero ciò che è ragionevolmente plausibile. Ad esempio, se una persona che conosco come affidabile mi riferisce una notizia, credo a ciò che mi dice. In generale, se una fonte della quale in altre occasioni ho avuto modo di constatare la veridicità mi trasmette un'informazione, io credo vera quell'informazione. Altre nozioni le crediamo vere per consuetudine. Etc, etc.

Dunque, per venire al nocciolo della questione, come abbiamo visto il difetto del credente è non riuscire a credere che la sua coscienza possa svanire. Come pure è non riuscire a credere che la sua vita, con tutte le gioie e i dolori, le emozioni e i sentimenti, lo studio e il lavoro, debba annullarsi come se niente fosse mai stato fatto. È molto umano tutto ciò! La sensazione di subire un'ingiustizia è fortissima. Ma come, io, i miei cari, i miei genitori, i miei figli... tutti nel nulla? Chi perde un congiunto o un caro amico non può darsi pace che non lo vedrà mai più. L'investimento sentimentale che si fa sulle persone è come un patrimonio, un tesoro che se ci viene tolto ci ferisce ben più del furto dei beni materiali.

Allora, il credente, molto semplicemente, si rifiuta di credere che questo possa essere vero. Cioè, non riesce letteralmente a credere... che la sua esistenza sia votata al nulla. Preferisce credere che esista un dio (o altre entità soprannaturali di vario tipo), se chi gli racconta questo genere di favole lo rassicura sulla possibile continuità della sua coscienza. È qui che nascono le religioni: dall'incredulità in ciò che la dura, amara esperienza della vita ci indica. "Non posso credere che sia tutto inutile" pensa il credente religioso; "non posso credere che non vedrò più i miei amatissimi genitori"; "non posso credere che i malvagi non siano puniti almeno dopo morti"; "non posso credere che quella persona buona e generosa non abbia un premio almeno nell'aldilà"... etc, etc.

Il credente religioso rifiuta di credere in alcuni fatti evidenti ma spiacevoli da accettare. Preferisce credere in una "bella" favola. Che per essere resa più "verosimile", l'astuto clero rende difficile da seguire, perché ciò che è difficile appare più prezioso. Ma questo è un altro inganno cognitivo di cui parlerò in un'altra occasione.

saluto...

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Re: L'uomo religioso

Messaggio Da Justine il Sab 3 Ott - 20:02

Va detto che a favore dell'essere umano religioso vi sono alcuni culti da osservare con interesse, e che realmente non illudono le persone, a differenza di altri:

http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/19/copio-dunque-sono-arriva-italia-copimismo-religione-condividere-rete/185014/

Matrimonio copimista:

http://www.downloadblog.it/post/17533/kopimism-primo-matrimonio-per-la-religione-del-file-sharing

Non è amorevole?

Questi sono esempi di religioni che, con uno strappo alla tradizione, ma presentando comunque radici profonde nei nostri bisogni più intrinseci, permettono di "condividere l'amore, la conoscenza e i sentimenti fino a quando quell'informazione esisterà".

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Re: L'uomo religioso

Messaggio Da Rasputin il Sab 3 Ott - 20:06

Minsky ha scritto:Allora, il credente, molto semplicemente, si rifiuta di credere che questo possa essere vero. Cioè, non riesce letteralmente a credere... che la sua esistenza sia votata al nulla. Preferisce credere che esista un dio (o altre entità soprannaturali di vario tipo), se chi gli racconta questo genere di favole lo rassicura sulla possibile continuità della sua coscienza. È qui che nascono le religioni: dall'incredulità in ciò che la dura, amara esperienza della vita ci indica. "Non posso credere che sia tutto inutile" pensa il credente religioso; "non posso credere che non vedrò più i miei amatissimi genitori"; "non posso credere che i malvagi non siano puniti almeno dopo morti"; "non posso credere che quella persona buona e generosa non abbia un premio almeno nell'aldilà"... etc, etc.

Secondo me confondi credere con prendere atto. Correggi quello, e la presunta incredulità si rivela per quel che è: cecità

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Re: L'uomo religioso

Messaggio Da Minsky il Sab 3 Ott - 20:16

Rasputin ha scritto:
Minsky ha scritto:Allora, il credente, molto semplicemente, si rifiuta di credere che questo possa essere vero. Cioè, non riesce letteralmente a credere... che la sua esistenza sia votata al nulla. Preferisce credere che esista un dio (o altre entità soprannaturali di vario tipo), se chi gli racconta questo genere di favole lo rassicura sulla possibile continuità della sua coscienza. È qui che nascono le religioni: dall'incredulità in ciò che la dura, amara esperienza della vita ci indica. "Non posso credere che sia tutto inutile" pensa il credente religioso; "non posso credere che non vedrò più i miei amatissimi genitori"; "non posso credere che i malvagi non siano puniti almeno dopo morti"; "non posso credere che quella persona buona e generosa non abbia un premio almeno nell'aldilà"... etc, etc.

Secondo me confondi credere con prendere atto. Correggi quello, e la presunta incredulità si rivela per quel che è: cecità
Giusta puntualizzazione, ma ho usato di proposito lo stesso verbo precisando sopra la diversa accezione con l'intento di evidenziare la contraddizione del voler credere (il falso) / non credere (il vero).

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Re: L'uomo religioso

Messaggio Da primaverino il Dom 4 Ott - 11:29

Rasputin ha scritto:


primaverino ha scritto:2) Ma per loro non lo è...

Ehm, il concetto di "Fittizio" è oggettivo, non soggettivo.

primaverino ha scritto:3) Il che non fa una piega.
4) Dipende... Potrebbe essere interessato alla salvezza di tutti. La religione sotto questo aspetto è fatto collettivo e sociale...

Infatti, una no di certo. Ne fa a dozzine, a cominciare dal fatto che NESSUNO rispetta leggi e principi della sua religione, semplicemente perché è impossibile.



primaverino ha scritto:7) No, non tutte. Vale per i monoteismi e pure coi debiti "distinguo".

Menzionami una religone, una sola, che non prometta una qualche sorta di vita dopo la morte/vita eterna.

primaverino ha scritto:8) E cosa ti fa pensare che "tutti" i credenti condividano questa preoccupazione? Li hai conosciuti tutti?...
[...]

Il fatto stesso che sono credenti.

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2) Non è questione di oggettività
3) L'oggetto del contendere non è di carattere normativo. Comunque se di cristiani del tutto ligi ai precetti ce n'è pochini, di musulmani ce n'è a centinaia di milioni.
Il discorso di Gio era di carattere generale (le religioni) e non specifico (una religione in particolare).
7) Anche qui l'oggetto del discorso non è l'eternità purchessia, bensì il meccanismo premio punizione (irredimibile in alcune religioni, del tutto transitorio presso altre teorizzazioni filosofiche).
8) A meno che non abbia capito male, Gio si chiedeva per quale motivo tutti i credenti siano preoccupati. Semplicemente ricordavo che non è così.
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Re: L'uomo religioso

Messaggio Da Paolo il Dom 4 Ott - 11:42

2) solo per il fatto che tu scrivi (impersonale) "per loro" rende la cosa non oggettiva ma del tutto soggettiva. Nessuno dirà mai che "per me la forza di gravità esiste" in quanto è un elemento oggettivo, ovvero indipendente da come io la possa pensare. Per i credi religiosi non è così!

3) Forse ti è sfuggito il concetto che NESSUNO rispetta leggi e principi della sua religione, semplicemente perché è impossibile.Pensaci bene e vedrai che è vero. E non tirare in ballo la questione della interpretazione delle leggi o dei principi perchè così facendo rendi del tutto vano ogni tentativo di trovare un qualche senso a tutto. 

7) Senza l'eternità non ha senso parlare di vita ultraterrena e di conseguenza di premio o punizione divina!
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Re: L'uomo religioso

Messaggio Da Rasputin il Lun 5 Ott - 17:20

Primaverino ha scritto:2) Non è questione di oggettività

Eh? E di cosa allora, tu mi dici "Per loro non lo è", io ti dico che il concetto di fittizio (Da te soggettivizzato) è oggettivo non soggettivo, e tu mi rispondi che non è questione di oggettività boxed

Un po' circolare, non trovi?

Primaverino ha scritto:3) L'oggetto del contendere non è di carattere normativo. Comunque se di cristiani del tutto ligi ai precetti ce n'è pochini, di musulmani ce n'è a centinaia di milioni.
Il discorso di Gio era di carattere generale (le religioni) e non specifico (una religione in particolare).

Come no, le religioni hanno tutte le loro regole, ed il ragionamento è parecchio plissettato visto che molte di tali regole sono pressoché imposibili da rispettare. Cosa non ti è chiaro? wink..

Primaverino ha scritto:7) Anche qui l'oggetto del discorso non è l'eternità purchessia, bensì il meccanismo premio punizione (irredimibile in alcune religioni, del tutto transitorio presso altre teorizzazioni filosofiche).

Ah, bene. E qual'è il premio?

Primaverino ha scritto:8) A meno che non abbia capito male, Gio si chiedeva per quale motivo tutti i credenti siano preoccupati. Semplicemente ricordavo che non è così.

Beh allora si trattava di una semplice generalizzazione indebita, per quanto sospetto che i credenti abbiano - TUTTI INDISTINTAMENTE - uno o due denominatori comuni...

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Re: L'uomo religioso

Messaggio Da primaverino il Lun 5 Ott - 17:50

Rasputin ha scritto:
Primaverino ha scritto:2) Non è questione di oggettività

Eh? E di cosa allora, tu mi dici "Per loro non lo è", io ti dico che il concetto di fittizio (Da te soggettivizzato) è oggettivo non soggettivo, e tu mi rispondi che non è questione di oggettività boxed

Un po' circolare, non trovi?

Primaverino ha scritto:3) L'oggetto del contendere non è di carattere normativo. Comunque se di cristiani del tutto ligi ai precetti ce n'è pochini, di musulmani ce n'è a centinaia di milioni.
Il discorso di Gio era di carattere generale (le religioni) e non specifico (una religione in particolare).

Come no, le religioni hanno tutte le loro regole, ed il ragionamento è parecchio plissettato visto che molte di tali regole sono pressoché imposibili da rispettare. Cosa non ti è chiaro? wink..

Primaverino ha scritto:7) Anche qui l'oggetto del discorso non è l'eternità purchessia, bensì il meccanismo premio punizione (irredimibile in alcune religioni, del tutto transitorio presso altre teorizzazioni filosofiche).

Ah, bene. E qual'è il premio?

Primaverino ha scritto:8) A meno che non abbia capito male, Gio si chiedeva per quale motivo tutti i credenti siano preoccupati. Semplicemente ricordavo che non è così.

Beh allora si trattava di una semplice generalizzazione indebita, per quanto sospetto che i credenti abbiano - TUTTI INDISTINTAMENTE - uno o due denominatori comuni...

2) Si e ne parlammo (inutilmente) tempo addietro, Questo punto lo lascerei cadere, se non ti dispiace.
3) E' tutto chiaro. Lasciamo perdere anche qui, se ti va, che sennò non se ne cava alcunché. Peraltro ho già detto quello che penso e continuare a ripetermi non mi garba.
7) La tua domanda non ha senso. Premio relativamente a quale religione? (capo primo)
Secondariamente parlavo (se hai letto) del fatto che l'irredimibilità dell'Inferno cristiano/cattolico non trova necessaria corresponsione in altre religioni.
Lo stesso Giò ha ammesso di essere stato un po' troppo "generico" nell'ambito. Tanto mi basta alla replica.
8) Ecco: questo tuo sospetto può rappresentare il punto di svolta nel discorso che stiamo affrontando.
Sul resto abbiamo già massacrato le tastiere "ad abundantiam", mi pare...

Quali sono i denominatori comuni a tutti i credenti, a tuo parere?
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Re: L'uomo religioso

Messaggio Da Nadine il Lun 5 Ott - 18:10

@Minsky: non ti fai lo sgambetto scrivendo che il desiderio di vivere per sempre è qualcosa di molto umano? Stai dicendo che il desiderio di infinito è proprio (che gli appartiene) dell'uomo?





Ciao Primaverino... :)


Ultima modifica di Nadine il Lun 5 Ott - 18:14, modificato 1 volta

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Re: L'uomo religioso

Messaggio Da Rasputin il Lun 5 Ott - 18:11

primaverino ha scritto:
2) Si e ne parlammo (inutilmente) tempo addietro, Questo punto lo lascerei cadere, se non ti dispiace.
3) E' tutto chiaro. Lasciamo perdere anche qui, se ti va, che sennò non se ne cava alcunché. Peraltro ho già detto quello che penso e continuare a ripetermi non mi garba.

Ah beh, che non se ne cava alcunché ti si nota figliolo mgreen
ok lassez faire lassez pass ahahahahahah

primaverino ha scritto:7) La tua domanda non ha senso. Premio relativamente a quale religione? (capo primo)
Secondariamente parlavo (se hai letto) del fatto che l'irredimibilità dell'Inferno cristiano/cattolico non trova necessaria corresponsione in altre religioni.
Lo stesso Giò ha ammesso di essere stato un po' troppo "generico" nell'ambito. Tanto mi basta alla replica.

Premio relativamente ad in pratica TUTTE le religioni, se fai il bravo dopo morto svolazzi in giro (Cristocretini), trombi un sacco di figa (La raffinatissima cultura musulmana), ti reincarni (Saddibaddhivahrthao'cazz) ecc

primaverino ha scritto:8) Ecco: questo tuo sospetto può rappresentare il punto di svolta nel discorso che stiamo affrontando.
Sul resto abbiamo già massacrato le tastiere "ad abundantiam", mi pare...

Quali sono i denominatori comuni a tutti i credenti, a tuo parere?

Uno è che tutti crollano - come te - sugli argomenti di cui sopra, te sei più onesto della media ed onestamente lasci onestcadere degli onestpunti, la strizza di morire perché in fondo in fondo alle balle della vitadopolamorte ci credono solo i più imbecilli (Ed è un balla gara eh), ma ce ne sono altri, basta che mi rispondi e me li fornisci tu gli spunti quote

Occhio che stasera sono acido io eh hihihihih

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